Chi ha avuto la sventura di attraversare la tempesta del panico e con un paziente e quotidiano lavoro sul sé è riuscito ad andare oltre e ritrovare la vita accumula un patrimonio di consapevolezza che risulta fondamentale e indispensabile per affrontare e superare le dure prove che, a volte, il vivere ti pone di fronte.

In tanti anni di esperienza associativa sono state tante le persone che abbiamo incontrato che, dopo aver superato gli aspetti invalidanti di ansia e panico, hanno affrontato prove durissime, da far “tremar le vene e i polsi“, con una forza e un coraggio sorprendenti sia per gli altri che per se stessi.

La testimonianza di Cinzia ne è la prova provata e indiscutibile. Il duro e crudo racconto della malattia e della rinascita è, nonostante tutto e sia nel bene che nel male, un inno alla vita: una vita vera vissuta con un coraggio smisurato e una dolcezza infinita.

Grazie Cinzia per la forza che continui a regalarci…

Dopo due anni, ho udito le parole che tanto ho sperato di udire. Ma che non pensavo avrei mai udito: “Signora, lei è guarita”. “Ma dai dottore! Mi sta pigliando in giro?”. “È guarita!”. “Dovremo monitorare ogni 4 mesi per 10 anni, per le potenziali recidive… ma la sua scintigrafia è pulitissima!”

Ancora non ci credo. Ho vissuto due anni di angosciosa attesa. Prima, il terrore della malattia, il cancro, maligno, fa terrore. Inutile girarci intorno. Ti paralizza il cervello. Chiude le porte, non solo ai sogni. Le chiude alla tua vita. Quantomeno ci prova. Per fortuna non sempre ce la fa.

Si inizia dalla orribile diagnosi. “Bisogna operare, subito”. Parole che non ti aspetti. Pensi che a te non può succedere. Che ti paralizza l’uso della parola. Poi, arriva il terrore, la paura dell’intervento, la paura di non farcela. Poi pensi al dolore che stai offrendo gratuitamente ai tuoi cari. Alla tua nipotina che ti vede in ospedale e ti guarda strana. Non comprende perché sei lì e non a casa a giocare e disegnare. A raccontarle le storie. Dolori che mai e poi mai vorresti offrire. E non puoi nascondere la malattia. Puoi tentare di nascondere un po’ di sofferenza, quello sì. È impegnativo e spesso non sortisce molto conforto comunque.

Poi ci sta pure la sorte. La sorte che si accanisce, perché a volte la sorte (ma che roba è sta sorte?) … E tutti i potenziali effetti collaterali di un intervento, che leggi scritti sul consenso informato dell’intervento, che potrebbero capitare, 1 caso su mille, e quindi tu lo firmi, il consenso…

Di sicuro a te non capiteranno. Ed ecco che tutti, ma proprio tutti, giungono a te. Dalle emorragie alla gola, alla pleurite, al drenaggio toracico inserito a mente serena e che in quel momento ti salva la vita, all’ossigeno che ti permette di respirare, ai dolori acuti che ti perseguitano, alla morfina, al cortisone, alle falangi delle dita che rimangono senza pelle, scorticate e chissà perché. Alla pipì che non fai più… e ti si gonfiano i piedi. Dalla ferita che invece di farla chiudere medicandola, la devi medicare per tenerla aperta. Alle vene che non ti trovano più. Quindi cambi colore. Sei livida. Gli arti lividi. E vivi per due mesi con un bel drenaggio in gola, tolto e messo, tolto e rimesso e vai. E un bel taglio in gola che se vedi che è aperto sei strafelice.

E insomma… ti gusti 3 bei mesi di effetti collaterali. E il cancro ormai non ti fa più nemmeno paura. Il cancro, quella orribile e temibile parola, non ti spaventa più. Ma nemmeno la sua malignità ti spaventa più.  Perché c’è tanto, ma tanto altro a spaventarti. E addirittura una sera in ospedale, penso che forse, potrei gettarmi dalla finestra. E poi te ne vergogni, di averlo pensato. Ma se non l’ho fatto, è perché in quel momento, una delle poche volte in cui mio marito mi ha lasciata sola per tornare a casa a farsi una doccia, entrano in camera mia due infermieri/angeli. Entrano e si siedono sul letto accanto (quello che avevano prestato a mio marito e ai miei figli in quelle lunghe notti buie) ecco che si siedono per fare due chiacchiere con me, perché soffrono di attacchi di panico. E questo è un paradosso. Stavano chiedendo aiuto a me. Non sanno che probabilmente mi hanno salvata, forse, da una grande cazzata che stavo cercando di fare, se mai fossi riuscita ad alzarmi da sola dal letto. Perché sei stanca. Perché pensi che non ce la farai mai. Perché ogni giorno se fai un passo avanti, il giorno dopo arretri di due. Perché i medici non sanno che cosa fare e non comprendono perché ti sta accadendo questo scompenso generale. E tu sei spaventata. E non hai più né la voglia né la forza di lottare. Perché lavarti i denti è diventata un’azione che ti richiede uno sforzo sovrumano. E sei stanca… di lavarti i denti.

Ma poi, piano piano cambia qualcosa. Gli esami migliorano sensibilmente. Non ti fidi. Ti hanno già presa in giro spesso sti esami. Ma stanno davvero migliorando. E tu hai ancora voglia di lavarti i denti. E poi ti alzi. E continui gli antidolorifici in vena. E poi… vai a casaaa! E il giorno dopo ritorni in ospedale, perché stai di nuovo male. Molto male. E rientri nel tunnel. Ma poi finisce. Finalmente. E sei a casa. Per davvero.

E scopri che nel frattempo, anche la tua cagnolina Sissy ti ha lasciata. E piangi. Ma piano, con moderazione, perché se piangi, soffochi. E non te lo puoi permettere, di piangere. È un lusso per ora. Dopo, un giorno. Forse potrò piangere. E in agosto vai al mare. Con la tua Famiglia. E sei viva. E sei felice.

Ma, a gennaio dovrai entrare nel bunker per una settimana, non potrai uscire. E ti daranno una pastiglia di iodio 131 radioattivo. Quello di Cernobyl. E poi dovrai stare chiusa in camera a casa tua per altre 3 settimane. Isolata ancora perché sei radioattiva. Ma forse questo, ti salverà la vita! Forse. E fai pure questo. Ce la fai ovviamente. Che vuoi che siaaaa! Ma davvero che vuoi che sia. Quando devi, lo fai. E poi, aspetti esattamente 1 anno. Nel quale vivi. Gioisci. A volte non stai bene. Ma sei felice.

E da ogni esperienza ne esci diversa. Ricca. Più forte. A volte anche più incazzata. E ti girano pure le palle. E attendi. Di fare il primo controllo dopo 1 anno dal bunker. Perché lo iodio, ci impiega 1 anno a bruciarti le cellule.

E ti prepari a questo esame. Niente ormone per 40 gg. Dieta. Ti gonfi. Sei stanca. Fatichi a salire le scale. Geli di freddo. Dormi con 3 coperte. Giri per casa con la sciarpa e sembri una cretina. Non stai bene… “e che caxxo. Basta pero”! Pronta e radioattiva di nuovo. Pronta, nel caso in cui le cellule cattive, siano ancora vaganti nel tuo corpo, sei ri-pronta a tornare una settimana nel bunker. Sei pronta. Perché ci sei già stata, e non lo temi più. Perché sai, che ti può salvare la vita, per un nuovo anno.

E fai l’esame. E rinasci a nuova vita. Perché di cellule non ve ne sono PIÙ. E dalla voce di quel dottore poco empatico, odi parole che mai e poi mai, avresti sperato di udire. “Signora, lei è guarita! Completamente guarita” Dovremo fare i controlli ancora ogni 4 mesi. Ma per ora è guarita.

Fatico a crederci. Davvero fatico. In questi 2 anni, ogni volta quando portavo gli esami che a me sembravano belli, chiedevo: “Doc… sono guarita?”. “NO, NON ANCORA”. Credo di averlo anche odiato quel dottore. Da oggi mi è un pochino più simpatico. Ero ormai quasi abituata a vivere in bilico. Ci si abitua. E si apprezza anche la precarietà della vita. Ti appare magnifica. E si impara a cogliere il meglio. Da tutto. Dagli attimi. Dai sorrisi. Dal sole o dalla pioggia di ogni giorno. E poi penso. Ovvio che ne avrei pure fatto a meno eh! Sono una donna fortunata. La vita mi ha dato molto. Penso a chi non ce l’ha fatta. E penso alla mia cara Amica Marina F. Mia stessa malattia. 7 anni di tormenti e sofferenza. Alla fine non ce l’ha fatta. E mi manca Lei. Con la sua positività.

E in questo anno, divento ancora Nonna. Di una magnifica e dolcissima Bimba. L’inno alla Vita. E come si può non sorridere. Avevo espressamente chiesto al chirurgo: “La prego, vorrei diventare ancora Nonna”.

E poi oggi, ho fatto una bella dormita liberatoria. E ho fatto un sogno magnifico. Ho scoperto la mia malattia 8 mesi dopo aver perso la mia Mamma. A volte mi sono arrabbiata con Lei. Perché non c’era a sostenermi e a coccolarmi quando stavo male. Questa dimensione è crudele. Non avere vicino le Mamme quando stai male… a qualsiasi età. Dovrebbero essere immortali, le Mamme. Comunque. Ho sognato mia Mamma e i miei fratelli. Lì, a casa di mia Mamma. Sono arrivata e mi stavano aspettando. Mi sono seduta, la sedia non aveva la base, la seduta, e ci sono caduta dentro con il sedere. Prendo un’altra sedia: idem! E loro ridono come matti! Allora mi arrabbio con mia Mamma e sbotto: “Ma alloraaa? Ma possibile che non posso nemmeno sedermi caxxo?!”. E lei: “Dai dai che l’è n’dacia be!” (dai dai che è andata bene). Mi sono svegliata con un senso di benessere e con la sensazione che Lei fosse lì, in casa, con me. Bellissimo. Non ho acceso la luce per parecchio tempo, per potermi crogiolare in questo dolcissimo stato d’ animo.

Voglio, mandare un messaggio positivo e di speranza a chi deve affrontare momenti paurosi, malattie che fanno paura e che temiamo. Certo. Non sempre finisce bene. Ma spesso si! E bisogna crederci. Sempre. Anche quando pensi di non farcela più! La forza della vita! La vita, è una meravigliosa opportunità. Che spesso sprechiamo.

E voglio ringraziare la mia Famiglia. Claudia. Mio Fratello. I miei nipoti. Le mie cugine. E tutti gli Amici, Angelo, Annina, Mariateresa, Paoletta Pina, Ettore, Emanuela, Michele, che ha fermato addirittura l’ambulanza in mezzo alla strada un giorno e ci è salito, pur di salutarmi, Mauro Sandaletti, Mirco. E la LIDAP, tutti gli Amici della Lidap, Vincenzo, Patrizia, Seby… insomma tuttiii! Tutte le persone che sapevano e mi sono state vicine con affetto. Anche solo chiedendomi “Come stai?”. A volte, basta un sorriso. Una parola. E a volte anche un silenzio. Sono stata fortunata! Voglio dire ad una carissima persona, che ho incontrato questa mattina in Medicina Nucleare: “Ce la farai! Ci vuole tanta forza, ma ce la farai anche Tu, ne sono certa!”

Buona Vita a tutti.