La Dipendenza Affettiva e il Panico

Approfondimenti sul DAP
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Nella psichiatria contemporanea di tipo organicista e in una parte della psicoterapia moderna (quella più collusa con la corporazione psichiatrica) si tende a spiegare l’attacco di panico come un disordine «interno» alla personalità del soggetto ammalato, pertanto come qualcosa di avulso dalla storia di quell’individuo e dalle condizioni relazionali e affettive nelle quali egli è nato, è maturato e ha vissuto.

Lo scopo di questa ideologia è univoco: si tratta di imputare, in ultima istanza, al soggetto stesso la responsabilità morale dei suoi sintomi, perché ciò consente al curante di impostare l’azione clinica sulla coercizione tecnica della soggettività, piuttosto che sulla più complessa e problematica messa in gioco della dialettica sociale (ossia: la ricostruzione della storia affettiva del soggetto e l’analisi dei suoi rapporti affettivi e sociali attuali). Il vantaggio che il curante acquisisce operando in tal modo è di economizzare sullo sforzo terapeutico, delegandolo per intero all’uso di psicofarmaci e tecniche suggestive di condizionamento (che infatti spesso promettono, con stupefacente esibizionismo, la completa guarigione in appena dieci «miracolose» sedute!). Sicché lo psichiatra può ricevere in studio cinque pazienti ogni ora (il suo colloquio clinico, quando c’è, è scarno ed essenziale) e può amministrali attraverso la semplice prescrizione medica; lo psicoterapeuta a sua volta può impegnarsi per un periodo di tempo limitato a due o tre mesi senza farsi carico della memoria e della storia del paziente.

Gran parte della psicopatologia moderna, d’altro canto, a cominciare dalla psicoanalisi, testimonia in senso diametralmente opposto. Le teorie psicopatologiche più complesse (ne cito solo alcune: la psicoanalisi, la psicologia dinamica, la psichiatria psicodinamica, la psicologia esistenziale, la teoria relazionale e sistemica, le teorie sociopsicologiche e la psicoterapia dialettica) affermano e dimostrano che è impossibile capire un qualunque disturbo della personalità - e a maggior ragione i disturbi d’ansia - se non si tiene conto delle coordinate affettive dell’individuo. Il disturbo d’ansia è sempre caratterizzato dal timore, più o meno manifesto, di perdere l’affetto o la stima di persone importanti. La paura della perdita del legame (la paura dell’abbandono) è, in queste patologie, il sottofondo tematico costante. Dal bambino che ha paura di fare brutta figura a scuola e di perdere la stima degli insegnanti e l’affetto dei genitori (e che per questo motivo sviluppa angosce prestazionali, disturbi dell’emotività e fobie sociali), fino all’uomo che manifesta ansie paranoidi perché ha paura di perdere il legame affettivo con la moglie o il legame sociale col datore di lavoro o col superiore gerarchico, la patologia tocca costantemente lo stesso tema. Il soggetto teme che un suo modo di essere inadeguato o riprovevole gli alieni la protezione offertagli dai legami sociali, soprattutto se importanti e connotati di affetti di forte intensità.  

Il discorso da fare riguardo al DAP è ovviamente lo stesso. Per spiegare la dinamica che intercorre fra l’affettività e il panico considero questo esempio.

Un attacco di panico agorafobico. Su una strada aperta, una donna alla guida di un’auto ha un attacco di panico. Lo subisce mentre gode dello spazio padroneggiato con l’auto e del sentimento di competenza dovuto al fatto di essere alla guida. Indagato in profondità, l’attacco di panico può rivelare che il piacere che questa donna provava all’idea di esser libera e padrona dei propri mezzi si associava, nell’inconscio, a pensieri o comportamenti per lei stessa moralmente inaccettabili. Il piacere della conquista dello spazio libero, per esempio, si associava ad una fantasia di divorzio o di una rivendicata indipendenza sessuale. A sua volta, questa fantasia poggiava sull’antico terreno della mai risolta rabbia distruttiva nei confronti dei propri genitori, accusati sin dall’adolescenza di essere stati rigidi e oppressivi. Mentre è al volante, questa donna può aver vissuto questa complessa trama di pensieri in termini di superbia o di peccato, quindi di cattiveria, accompagnandola con intensi ma nascosti sensi di colpa. Ciò fa sì che quel piacere d’essere libera e alla guida della sua auto sia avvertito come «negativo», e pertanto sia «negato» da sintomi che lo proscrivono, lo proibiscono, rendendolo impossibile. Pertanto, non appena quel piacere sta per divenire consapevole, con tutte le associazioni d’idee che vi sono connesse, lo shock panico (in sostanza: il terrore della pericolosità dell’essere una donna libera) lo soverchia e lo fa scomparire di colpo dall’orizzonte della coscienza. Il legame affettivo è stato salvato al prezzo della propria libertà.

Ogni sindrome ansiosa con sintomi fobici e attacchi di panico è legata al bisogno di far evolvere la personalità verso una direzione nuova che, condannata dal senso morale soggettivo, viene inibita dallo shock panico. Questa regressione è sempre accompagnata dal bisogno di perdere l’autonomia a favore di una forma più o meno accentuata di dipendenza. A mia conoscenza - e secondo quanto chiunque può leggere nella letteratura clinica - non esiste una persona affetta da attacchi di panico che, regredendo, non abbia sviluppato, una dipendenza affettiva. La dipendenza affettiva è il correlato sistematico, più o meno visibile, ma sempre presente, delle patologie da ansia patologica. A maggior ragione, allorché il DAP esita in una cronicità, diventa cioè stabile, si evidenzia la presenza costante di almeno una persona da cui il soggetto ammalato deve dipendere per essere tranquillizzato a livello psicologico e/o gestito a livello fisico. 

L’esperienza clinica dimostra, inoltre, che la persona che accetta il ruolo del tutore è quasi sempre una persona a sua volta affetta da insicurezze emotive, mascherate dal rapporto patologico (si tratta cioè di un «debole» che mostra d’essere «forte» facendosi scudo della patologia del partner). Il partner della relazione di soccorso è, dunque, quasi sempre un co-dipendente e la relazione, nonché relazione d’amore, è piuttosto una relazione simbiotica se non addirittura sadomasochista (come dimostro, con abbondante casistica, nel mio libro Volersi male, 2002). 

Questa evidenza clinica, nella psicoterapia del panico e nella sua gestione attraverso gruppi di auto/mutuo aiuto, rende imprescindibile l’analisi delle caratteristiche socio-affettive del soggetto ammalato e, in modo più o meno diretto, dei partner affettivi coinvolti dalla patologia.

Per gli argomenti sin qui descritti, la mia disciplina, la psicoterapia dialettica, rigetta l’ipotesi che il disagio psichico abbia cause genetiche o che risieda in comportamenti soggettivi «errati». Postula al contrario che la predisposizione biologica al disagio consista in una ricca sensibilità morale naturale che può talvolta causare nel soggetto gravi inibizioni morali, e che i comportamenti di quel soggetto non siano errati, ma solo tali da generare profondi e nascosti sensi di colpa. Per lo stesso motivo, la psicoterapia dialettica privilegia la presa di coscienza della complessità e profondità dei conflitti affettivi e morali inconsci non ancora risolti, e ne studia la loro genesi nella storia soggettiva. Quindi, subordina la tecnica medica e l’apporto farmacologico all’azione terapeutica psicologica, condotta sia in un classico rapporto a due, sia in una situazione di gruppo.

Nicola Ghezzani Psicologo, psicoterapeuta, consulente Lidap

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