La teoria psicoanalitica dei fattori curativi

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Qual è dunque, tanto per riprendere il sottotitolo di questa rubrica, il "vero meccanismo d'azione" della psicoterapia? Questa è una domanda la quale sono stati spesi fiumi di parole e scritti centinaia di articoli. Non servirebbe tanto che io mi cimentassi nel tentativo di dire la mia, magari facendo una serie di asserzioni non dimostrate le quali si aggiungerebbero alla lunga lista di quelle fatte da tanti altri. Ritengo invece più utile stimolare la riflessione attorno a questo problema ripercorrendo sinteticamente la storia del dibattito sui fattori curativi avvenuto nella psicoanalisi. Quello della psicoanalisi è un punto di vista tra i tanti; vediamo quindi, anche se per sommi capi, quali concetti sono stati utilizzati, e quale logica li ha sorretti. In questa mia esposizione farò particolare riferimento alla ricostruzione storica che ne ha fatto Friedman (1978)."

Schematicamente, possiamo dividere la storia della teoria psicoanalitica dei fattori curativi in due capitoli principali: le concezioni sviluppate da Freud stesso mentre fondava la psicoanalisi, e quelle sviluppate in seguito dalle varie generazioni di analisti mentre ne approfondivano lo studio e la pratica. Questo ultimo capitolo a sua volta si può schematicamente dividere in alcune tappe fondamentali: la storica conferenza di Marienbad del 1936, intitolata "La teoria dei risultati terapeutici in psicoanalisi"; la Conferenza di Edimburgo del 1961, 25 anni dopo, intitolata "I fattori curativi in psicoanalisi"; e i recenti sviluppi della psicoanalisi, che stiamo ancora vivendo. Questi ultimi, molto complessi e variegati, e resi ancor più difficili da analizzare per la loro vicinanza a noi, non verranno qui discussi, se non per accennare brevemente al alcuni temi, tra cui il confronto Kohut-Kernberg che in un certo senso ha rimesso in atto il dibattito della Conferenza di Edimburgo. Farò anche alcuni riferimenti a dei problemi toccati nelle mie rubriche precedenti.

La concezione freudiana

Rileggendo gli scritti di Freud, si possono evidenziare due fattori principali che hanno caratterizzato la teoria della cura in psicoanalisi: uno può essere chiamato comprensione intellettuale o cognitiva, insight, interpretazione, ecc., mentre l'altro fa riferimento al legame affettivo con l'analista, al rapporto emozionale, ed è stato chiamato in vari modi, tra cui transfert positivo, attaccamento, ecc. Questi due fattori terapeutici, che verranno qui illustrati brevemente, e che Friedman (1978) chiama "comprensione" e "attaccamento", hanno influenzato il movimento psicoanalitico e dato una impronta decisiva al successivo dibattito sui fattori curativi. Vediamo brevemente in cosa consistono questi due principali fattori e la importanza relativa che essi hanno avuto nella concezione freudiana (si può evidenziare nel pensiero freudiano anche un terzo fattore, chiamato "integrazione", che ha ricevuto la giusta attenzione solo vari anni più tardi: per un approfondimento, vedi Friedman, 1978, pp. 527-530).

Per quanto riguarda la "comprensione", Freud spesso enfatizzò l'importanza della comprensione intellettuale, della spiegazione, della istruzione, della educazione, della argomentazione logica, ecc.: queste faciliterebbero il superamento delle resistenze del paziente nel recuperare il materiale rimosso, nel rendere conscio il materiale inconscio, e anche nel ricordare e comprendere invece che agire "gratificando la pulsione". E' interessante però ricordare che Freud in un passaggio del 1910 sottolineò che informare il paziente su quello che egli non sa è solo uno dei necessari preliminari del trattamento, come una parte di un tutto, che cioè non va visto come la totalità del trattamento. Di nuovo, nel 1913, in uno dei cinque articoli sulla tecnica, Freud disse che l'istruzione e la comunicazione al paziente di materiale rimosso rappresentano solo una parte delle potenzialità curative della psicoanalisi.

Questa prudenza di Freud nel considerare la comprensione come il fattore curativo fondamentale della psicoanalisi emerge ancora più chiara se osserviamo l'importanza che egli attribuisce all'altro fattore, a quello dell'"attaccamento". Mai infatti Freud minimizzò l'importanza del legame affettivo tra paziente e analista, non solo, ma spesso sottolineò come la comprensione possa avvenire solo all'interno di un rapporto affettivo favorevole, cioè nella misura in cui l'atmosfera della relazione transferale la permette e costituisce "una nuova fonte di forza" al processo analitico (Freud, 1913). Nel 1916 egli disse esplicitamente che è il transfert positivo, non l'insight intellettuale, "quello che fa pendere il piatto della bilancia" (1916-1917, p. 445). In altre occasioni Freud parlò dell'importanza del transfert e dell'attaccamento del paziente all'analista "per indurlo ad adottare la nostra convinzione" sulla inopportunità delle difese da lui adottate nell'infanzia (1918), della figura dell'analista non solo come maestro ma anche come modello per il paziente (1937), dell'utilizzo del transfert in senso educativo (1937), e così via.

La Conferenza di Marienbad del 1936

I contributi alla Conferenza di Marienbad (Glover et al., 1937) furono di Glover, Fenichel, Strachey, Bergler, Nunberg, e Bibring. Si può dire che qui l'influenza di Freud fu molto sentita: quasi prendendo spunto dal suggerimento di Freud secondo il quale in analisi il paziente viene persuaso ad adottare l'atteggiamento dell'analista, a Marienbad fu data particolare enfasi al meccanismo della "introiezione" di funzioni dell'analista da parte del paziente nel transfert. Già erano usciti due anni prima due importanti lavori che avevano preparato il terreno per la Conferenza di Marienbad: uno era l'articolo di Sterba (1934) sulla identificazione del paziente nell'"io osservante" (observing ego) dell'analista, il quale possiede un modo disinteressato di osservare la realtà ed è meno condizionato dal principio di piacere, e l'altro era il famoso lavoro di Strachey (1934) sulla "natura dell'azione terapeutica della psicoanalisi", tanto importante da essere ristampato 35 anni dopo, nel 1969, sempre sull'International Journal. In questo lavoro Strachey, influenzato dal pensiero kleiniano, sottolinea l'importanza dell'identificazione nelle qualità affettive dell'analista e nella sua maggiore tolleranza al conflitto, parlando quindi di introiezione non dell'Io dell'analista (come aveva fatto Sterba), ma del suo Super-Io. Alla Conferenza di Marienbad, Strachey (1937) riprende i temi di questo suo lavoro, e sottolinea l'importanza per il paziente della identificazione nella figura superegoica benevola dell'analista, il quale viene differenziato nel paziente dalle figure superegoiche arcaiche e poi introiettato; questo lavoro viene facilitato dall'analista lavorando in modo privilegiato nel transfert. In misura maggiore o minore, tutti gli altri analisti furono d'accordo con Strachey. Egli, parlando di identificazione nel Super-Io dell'analista, aveva suggerito l'importanza delle qualità affettive dell'introiezione (diversamente dal concetto di Sterba di identificazione nell'Io, più intellettualizzato e libero da emotività) e in un certo qual modo era andato nella direzione di collegare i fattori della comprensione e dell'attaccamento, che altrimenti rimanevano in campi separati.

La Conferenza di Edimburgo del 1961

Alla Conferenza di Edimburgo, 25 anni dopo, curiosamente ci troviamo di fronte a un quadro molto diverso. La grande importanza data nella Conferenza di Marienbad alla introiezione avrebbe potuto indurci a pensare che la psicoanalisi finalmente aveva iniziato la strada per comprendere come l'attaccamento permetteva la comprensione e insieme costituivano fattori curativi fondamentali per la psicoanalisi, ma non fu così. Nonostante il coraggioso invito di Gitelson (1962) a continuare nella direzione indicata da Strachey (1934, 1937) e a considerare l'attaccamento come una esperienza ristrutturante e integrante in se stessa, quasi tutti gli altri oratori reagirono con freddezza. A parte Nacht (1962) che sottolineò l'importanza della "presenza" e della "umanità" dell'analista come fonte di identificazioni, tutti gli altri (Segal, Kuiper, Garma, e Heimann) fecero riferimento all'interpretazione cognitiva, e alla sua correttezza, come principale fattore curativo della psicoanalisi. Gitelson aveva coraggiosamente introdotto il concetto di funzione "diatrofica" dell'analista per il paziente (vedi il contributo di Galli sul n. 40/1985 del Ruolo Terapeutico, pp. 6-8), ma aveva cercato di rassicurare l'uditorio affermando che essa era utile solo nella fase preliminare della terapia, prima di entrare nella "psicoanalisi vera e propria", dove la tecnica doveva rimanere solo interpretativa. Inoltre si era premurato di dire che lui "non gratificava i suoi pazienti più di quanto non facessero i suoi colleghi". Ma gli altri analisti presenti, con una curiosa marcia indietro rispetto alla Conferenza di Marienbad di 25 anni prima, mostrarono di non gradire di sentir parlare di fattori curativi che non fossero la comprensione trasmessa tramite l'interpretazione. Kuiper ad esempio sminuì ulteriormente la portata delle affermazioni di Gitelson sulla funzione diatrofica dell'analista dicendo che essa può essere utile eventualmente solo nei pazienti borderline, dove vi è un arresto alle fasi preedipiche dello sviluppo; Garma si fece strenuo difensore della "verità" dell'interpretazione come fondamentale fattore curativo; anche la Segal reiterò l'importanza dell'insight e della "ricerca della verità" come fattori curativi; persino la Heimann non fu d'accordo sulla opportunità di mantenere atteggiamenti diversi in una prima e in una seconda fase della terapia, mostrando così un disaccordo con Gitelson; e così via.

Discussione

Cosa successe alla Conferenza di Edinburgo che fece dimenticare a molti analisti, rappresentati nel simposio sui fattori curativi, le intuizioni sull'importanza della identificazione e del legame affettivo raggiunte 25 anni prima non solo da Freud ma anche da Strachey e altri? La cosa appare ancor più sorprendente se si pensa che solo pochi mesi prima della Conferenza di Edimburgo erano stati pubblicati due autorevoli lavori, l'articolo di Loewald del 1960 sulla "azione terapeutica della psicoanalisi" e il libro di Leo Stone del 1961 sulla "situazione psicoanalitica" (ritenuto così importante che ben 25 anni dopo un editore italiano ha deciso di tradurlo), in cui vennero espresse posizioni per niente lontane da quelle di Gitelson, anzi per certi aspetti ancor più avanzate e complete.

Come osserva Friedman (1978, p. 536-537), una possibile spiegazione a questo fatto è di ordine sociologico. Nel 1961 il panorama dello sviluppo delle psicoterapie era ben diverso da quello di 20-30 anni prima: ora la psicoanalisi non dominava più incontrastata il mercato della psicoterapia, e il suo monopolio era stato rotto dall'assedio di un vasto movimento di tecniche psicoterapiche diverse, molte delle quali più economiche, più brevi, e quindi più appetibili della psicoanalisi. Probabilmente vari esponenti della istituzione psicoanalitica si sentivano minacciati e avevano il bisogno di differenziare ed evidenziare al massimo la specificità del metodo psicoanalitico, ed era chiaro che allora, dato lo sviluppo della teoria della tecnica, solo l'interpretazione si prestava a servire come "concetto forte" atto a questo scopo. Le componenti identificatorie ed affettive, presenti in quasi tutte le psicoterapie, rischiavano di rientrare nei cosiddetti fattori terapeutici aspecifici, sminuendo l'originalità della psicoanalisi.

Ma vi sono altre ragioni per cui la psicoanalisi ha privilegiato l'interpretazione come fondamentale fattore curativo. Questo "concetto forte" non solo serviva per differenziarsi dalle altre psicoterapie, ma era anche più consono a un modello della psicoanalisi quale si era andato pian piano consolidando negli Stati Uniti che per vari motivi storico-sociali erano diventati il centro della psicoanalisi mondiale: il modello medico. L'interpretazione infatti, in quanto appunto fattore specifico, evocava l'immagine di un intervento concreto, "visibile" (simile per esempio a una terapia antibiotica o qualcosa del genere) che eliminava la malattia. Non che il concetto di "rapporto emotivo" avesse meno dignità da essere studiato da un punto di vista scientifico (anzi, ironicamente è proprio la psicoanalisi che si è proposta di sondare le profondità dei rapporti emotivi tra le persone), ma forse non vi erano sufficienti strumenti per analizzarlo adeguatamente con gli strumenti delle scienze naturali, o comunque il concetto di "interpretazione vera" sembrava fosse una chiave che aprisse, in modo anche più facile, molte più porte. Dunque probabilmente è stata anche questa nuova psicoanalisi, entrata a far parte del mondo accademico medico, quella che ha portato, nella sua rigorosa ricerca scientifica per il fattore terapeutico par excellence individuato nell'interpretazione, a una tendenziale abolizione di tutti gli altri fattori terapeutici, già valorizzati da Freud, quali appunto l'attaccamento affettivo con l'analista.

Viene qui in mente anche la polemica sulla traduzione inglese dell'opera di Freud sollevata pochi anni fa da Bettelheim (1982), un analista tra i pochi rimasti che conobbero Freud personalmente e che poi, emigrato negli Stati Uniti dopo essere sopravvissuto al campo di concentramento, denunciò quella che a suo parere era una deviazione in senso eccessivamente medicalizzante dello spirito originario della disciplina fondata da Sigmund Freud, che voleva avere una impronta invece più umanistica. Nell'attraversare l'oceano, insomma, la psicoanalisi secondo Bettelheim avrebbe "perso l'anima". Egli, che non aveva studiato medicina ma storia dell'arte, filosofia ed estetica, ricorda che quando fu esaminato a Vienna (tra l'altro da Anna Freud) per intraprendere il training analitico, Freud si congratulò personalmente e gli disse che la psicoanalisi aveva bisogno proprio di persone come lui, dotate di una cultura non medica ma umanistica, in quanto più capaci di comprendere e di avvicinarsi all'anima dell'uomo. Bettelheim fa anche spesso notare appunto come le analisi praticate oggi, soprattutto negli Stati Uniti, sono cosa ben diversa da quelle praticate allora, soprattutto da Freud, che non era affatto anonimo o rigido coi suoi pazienti, e in casi particolari poteva invitare ad esempio un paziente a cena, farlo lavorare per lui come compenso per le sedute, ecc. La stessa esperienza clinica di Bettelheim con bambini molto disturbati lo ha portato a convincersi quanto fosse importante l'attaccamento e il contatto personale coi pazienti (esattamente come è accaduto a Kohut e altri analisti che hanno lavorato con pazienti gravi). A questo proposito, può non essere casuale il fatto che solo oggi incominciano a uscire sul mercato in gran numero varie testimonianze di ex pazienti di Freud (tra le tante, vedi Albano, 1987), dove si raccontano i dettagli della sua tecnica terapeutica, e improvvisamente si scopre che egli era molto umano e rilassato coi propri pazienti, e per niente "freudiano". Queste cose si sapevano da sempre, ma solo ora riscuotono un interesse generale.

La tradizione ortodossa della psicoanalisi nordamericana invece, alla ricerca della specificità del metodo psicoanalitico, ha sempre nutrito molta diffidenza verso le componenti di "esperienza emozionale" del rapporto analitico: si pensi ad esempio alla dura critica di Eissler (1950) ad Alexander (1946) a proposito del ruolo della "esperienza emozionale correttiva" e dei pericoli della manipolazione del transfert insiti nella tecnica della scuola di Chicago. E si pensi anche alle vicissitudini del movimento della "Psicologia del Sé" di Kohut, considerato dissidente dall'ortodossia, e sorto anch'esso all'interno della tradizione della scuola di Chicago, in cui viene data molta enfasi al rapporto empatico e alla flessibilità nella tecnica analitica. Secondo una interpretazione sociologica, si può ritenere che il successo della Psicologia del Sé, nata e rapidamente diffusasi non a caso negli Stati Uniti e non in Europa, sia conseguente ai danni iatrogeni della psicoanalisi classica di stampo nordamericano, dove per molti pazienti la psicoanalisi ortodossa, che privilegia l'interpretazione verbale a scapito del rapporto emotivo e degli altri fattori terapeutici, ha rappresentato una "ferita narcisistica cronica" per determinati pazienti particolarmente vulnerabili (è noto che molte analisi dei kohutiani erano seconde analisi dopo fallimenti terapeutici - vedi anche Le due analisi del Sig. Z di Kohut, 1979). Questa problematica, se vogliamo, è stata recentemente ripresa nel dibattito Kohut-Kernberg riguardo alla terapia dei disturbi gravi di personalità (Kernberg, 1984, cap. 11, pp. 182-189 dell'ed. originale), e riguardo al ruolo dell'empatia come fattore curativo tout court nelle personalità cosiddette narcisistiche (Kohut, 1982, p. 397; 1984, p. 66; ed. originali). A questo proposito, il dibattito tra Kohut e Kernberg pare proprio che abbia rimesso in atto il dibattito di Edimburgo, nel senso che il timore che Gitelson provocò nei partecipanti della Conferenza di Edimburgo pare sia lo stesso che ora viene evocato in Kernberg da Kohut (vedi Friedman, 1978, pp. 545-548).

Infine, vorrei fare riferimento a quelle recenti ricerche sulla terapia della schizofrenia (rispettivamente lo studio di Gunderson et al. [1984, 1988] sulla psicoterapia psicoanalitica della schizofrenia e gli studi sulla terapia familiare "psicoeducazionale" volta a ridurre la "Emotività Espressa" dei familiari dei pazienti schizofrenici [Leff, 1988; Hooley, 1985]) che ho brevemente discusso nella mia rubrica del n. 48/1988. I risultati di queste ricerche, che hanno interessanti implicazioni per la teoria psicoanalitica dei fattori curativi, depongono in favore dell'attaccamento e dell'identificazione, anziché dell'interpretazione, come fondamentali fattori curativi, almeno per alcune categorie diagnostiche: un rapporto terapeutico basato sulla rassicurazione e su una massiccia identificazione in un terapeuta forte porta a migliori risultati che non un lavoro volto primariamente alla ricerca dell'insight. Il tentativo comunque di isolare una tecnica psicoanalitica "pura" o "ortodossa" (in cui tendenzialmente si utilizzerebbe solo l'interpretazione) da un'altra tecnica psicoterapeutica definita "di supporto" o "non psicoanalitica", sia a livello teorico (come è stato fatto alla Conferenza di Edimburgo), sia a livello empirico (come è stato tentato da Gunderson e collaboratori nella loro ricerca), presenta grossi problemi, e porta alla conclusione che "l'oro puro" della psicoanalisi può risultare meno prezioso del "bronzo" della psicoterapia. Ma facendo riferimento alla storia della teoria dei fattori curativi fatta brevemente prima, i risultati di queste ricerche sembrano anche indicare che è stato un errore prendere le distanze dalle intuizioni di Strachey e dalle posizioni di maggioranza della Conferenza di Marienbad, e prima ancora, dalle osservazioni di Freud sulla interdipendenza tra i vari fattori curativi della psicoanalisi.

Il fattore umano e affettivo, l'attaccamento all'analista, o, come dice Gunderson (1988), un atteggiamento "rassicurante tipico del medico di famiglia", non sono facilmente isolabili o eliminabili da un qualunque rapporto psicoterapeutico. L'errore probabilmente è nel concettualizzare una separazione tra attaccamento e comprensione, separazione che è solo teorica, e che sembra viziata da una non precisa definizione dei termini (si pensi anche alla dicotomia conflitto/deficit, che è sostenuta da varie scuole psicoanalitiche, ma che ad un più attento esame è stata trovata falsa e insostenibile sul piano clinico: vedi Eagle, 1984, cap. 12). Anche dalla ricerca scientifica più recente sulla psicoterapia, sia nel campo del processo che in quello del risultato (Luborsky, 1984), è emerso che una delle variabili più importanti e maggiormente correlate al risultato positivo è la presenza della cosiddetta "alleanza terapeutica" già dai primi mesi di terapia, cioè la fiducia nel terapeuta e la percezione conscia da parte del paziente di trovarsi bene nel collaborare per uno scopo. A questo riguardo giova ricordare anche le concettualizzazioni di Frank (vedi Parloff, 1985, pp. 25-28) sui fattori curativi "aspecifici" della psicoterapia, cioè presenti in tutte le psicoterapie, curiosamente gli unici però correlati col risultato positivo, tanto che meriterebbero quasi di essere chiamati fattori "specifici" e di essere meglio studiati e compresi per potenziare l'efficacia della psicoterapia.

Anche le ricerche sulla "Emotività Espressa" portano a simili conclusioni riguardo all'importanza per lo schizofrenico di un rapporto emotivo rassicurante, tramite il quale egli possa forse identificarsi con alcune funzioni del terapeuta, o, come si diceva a Marienbad, "introiettarle". La tecnica di terapia familiare "psicoeducazionale" di Leff (1988) e altri, che si è rivelata così efficace, ha caratteristiche a questo proposito estremamente interessanti: viene insegnato ai familiari dello schizofrenico, cioè alle persone che gli stanno maggiormente vicino, a controllare l'espressione della propria emotività, a interrompere quel circolo vizioso di ansia e contenuti disturbanti che, in un continuo feed-back di identificazioni proiettive, viene rimbalzato dal paziente ai familiari e viceversa. Se questi ultimi imparano a contenere queste ansie, mostrando al parente schizofrenico che è possibile convivere con esse senza per questo esserne distrutti, essi si comportano un po' come un terapeuta, permettendo al paziente di introiettare delle nuove capacità adattive, o, in termini psicoanalitici, di modificare il loro Super-Io arcaico tramite nuove introiezioni (rimando a questo proposito anche al mio articolo sulla identificazione proiettiva apparso sul n. 49/1988 del Ruolo Terapeutico). Questa modalità terapeutica, ben nota a tanti analisti contemporanei che fanno riferimento al concetto di identificazione proiettiva (Sandler, 1988), non è molto lontana da quella descritta da Strachey nel 1934.

Per concludere, se alla Conferenza di Edimburgo si fece marcia indietro rispetto dalla Conferenza di Marienbad che era avvenuta 25 anni prima, e ci si arroccò sul concetto di interpretazione come fattore curativo fondamentale della psicoanalisi, oggi, passati altri circa 25 anni dalla Conferenza di Edimburgo, pare vi sia una linea di tendenza inversa: il concetto di "verità dell'interpretazione" ha perso il ruolo centrale che gli era stato assegnato da Garma e dalla maggioranza degli analisti alla Conferenza di Edimburgo, e molti autori sono alla ricerca di un nuovo "concetto forte" della psicoanalisi, riscoprendo altri aspetti della tecnica, come il contenitore, il rapporto emotivo, l'empatia, la relazione felice, ecc. Il rischio è che si ripeta un errore uguale e contrario, svalutando del tutto l'interpretazione e attribuendo al rapporto umano il ruolo di unico fattore curativo. Una tendenza forse maggioritaria è rappresentata da coloro che credono di aver ritrovato questo nuovo nucleo della psicoanalisi nel concetto di "setting" (Galli, 1988), in alcuni casi innalzandolo a vero e proprio fattore curativo accanto a quello dell'interpretazione, mostrando così di ripercorrere dei passi fatti dalla psicoanalisi già vari decenni fa. Se è pur vero che Grünbaum (1984) ha recentemente ribadito che invece è proprio l'interpretazione vera quella che, da un punto di vista epistemologico, caratterizza la psicoanalisi come scienza (rimando qui alla mia rubrica del n. 50/1989 del Ruolo Terapeutico), Freud però, pur non sminuendo l'importanza dell'interpretazione, comprese benissimo che essa non può essere disgiunta da un particolare rapporto emotivo col terapeuta. A dimostrazione di ciò, vorrei concludere questa mia breve discussione con una citazione di Freud che al riguardo mi sembra molto eloquente: "E' un concetto da lungo tempo superato e derivante da apparenze superficiali, quello secondo il quale l'ammalato soffrirebbe per una specie d'insipienza, per cui, se si elimina questa insipienza fornendogli informazioni (sulla connessione causale della sua malattia con la vita da lui trascorsa, sulle esperienze della sua infanzia, e così via) egli dovrebbe guarire. Non è un tale "non sapere" per se stesso il fattore patogeno, ma la radice di questo "non sapere" nelle resistenze interne del malato, le quali in un primo tempo hanno provocato il "non sapere" e ora fanno in modo che esso permanga. Il compito della terapia sta nel combattere queste resistenze. La comunicazione di quanto l'ammalato non sa perché lo ha rimosso, è soltanto uno dei preliminari necessari alla terapia. Se la conoscenza dell'inconscio fosse tanto importante per il paziente quanto ritiene chi è inesperto di psicoanalisi, basterebbe per la guarigione che l'ammalato ascoltasse delle lezioni o leggesse dei libri. Ma tali misure hanno sui sintomi della malattia nervosa la stessa influenza che la distribuzione di liste di vivande in tempo di carestia può avere sulla fame" (Freud, 1910, p. 329).

 

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Nota:

    Per una versione ampliata e aggiornata di questo lavoro, vedi Migone P., Terapia psicoanalitica. Milano: Franco Angeli, 1995, cap. 6.

 

Paolo Migone - Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

Via Palestro 14, 43100 Parma, tel./fax 0521-960595, E-Mail <Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.>

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