I due fratelli e il loro sogno

Lettere impossibili
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I fratelli Wilbur e Orville Wright hanno legato il loro nome alla realizzazione di un antico sogno dell’umanità: volare

Dal mito di Icaro in poi gli uomini hanno cercato soluzioni diverse - a volte anche estemporanee - per giungere alla costruzione di macchine volanti che consentissero di staccare i piedi da terra e guardare le cose dall’alto. 

L’impegno e la dedizione dei fratelli Wright, in un cammino fatto di speranze e amare delusioni, hanno portato alla realizzazione di quello che, a tutti gli effetti, può essere considerato come il primo volo della storia dell’aviazione moderna.

Nelle poche righe che seguono, con una finzione tutta letteraria e per nulla storica, abbiamo immaginato di poter leggere una lettera scritta da uno dei fratelli Wright.

La loro storia può aiutarci a capire il valore profondo della collaborazione e della condivisione: uscire dalla continua predicazione dell’io per giungere ad un noi che ci assiste anche nella realizzazione dei nostri sogni. 

Questa incapacità alla condivisione, alla collaborazione, al sogno comune può essere uno dei tanti elementi dell’infelicità di un’epoca di eccessivo individualismo.

I fratelli Wright ci ricordano che un bel sogno, fatto in due o in tanti, può davvero farci volare per ritrovare il sapore attraente di un’utopia da inseguire (insieme).

“Cari amici,

c’era un sogno da sempre e l’umanità l’ha perseguito con costanza. Non vi pare?

Noi ci siamo riusciti e l’aver reso possibile che il nome di Icaro uscisse dal mito ha reso immortali anche i nostri nomi: Wilbur e Orville Wright.

Noi siamo, infatti, i fratelli Wright.

La storia ci ha chiamato così, con una semplice formula riassuntiva.

Potevamo essere quattro o dodici, ma sempre ci avrebbero chiamato, quasi senza rispetto, i fratelli Wright.

Avete l’impressione che io voglia polemizzare con qualcuno?

Se vi ho dato questa sensazione, mi scuso senza indugio.

Mi vedo, però, costretto a spiegarvi la mia insofferenza divenuta ormai proverbiale.

Farò una semplice domanda per aprirvi il mio cuore: chi credete di star leggendo ora? Sono Wilbur Wright? Sono Orville Wright?

Lo capite quanto sia comoda e violenta la formula riassuntiva: “Fratelli Wright”?

Ascoltatemi e cercate di capirmi bene: sono stato e sempre sarò legatissimo a mio fratello, ma ogni tanto vorrei che la situazione apparisse nella sua chiarezza.

Le ali di un aereo sono come me e mio fratello e sappiamo, da sempre e perfettamente, che uno senza l’altro non avremmo saputo giungere alla meta. 

Ci siamo completati direi; con due caratteri e due visioni del mondo, ci siamo integrati perché avevamo un carattere diverso ed eravamo abitati da paure differenti.

Credete che sia sempre stato facile? 

Voglio lasciarvi nel dubbio fino alla fine.  

Wilbur diceva sempre le stesse frasi disastrose: “Non potrà mai volare”; “Cade oddio, cade, me lo sento”; “E’ una follia; ho paura che siamo diventati pazzi”; “Non può, non può, non può….aiuto. Lo vedi sta precipitando?”.

Orville rispondeva sempre allo stesso modo con le sue famose frasi della certezza: “Volerà, vedrai”; “Può, può, deve”; “Lo vedi come sale in cielo…lo vedi?”.

Noi eravamo così; un incastro perfetto grazie ad un sogno e ci siamo sorretti a turno; l’uno per l’altro; l’uno con l’altro.

E così, tra una paura e una gioia, abbiamo incontrato la felicità in un sogno che abbiamo regalato a tutti.

 

Chi sono dei due? Credete che abbia importanza ormai? Vi saluto e buon “volo”, amici miei.

 di Antonio Fresa

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