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Sabato, 07 Luglio 2007 09:54

psicoterapia dialettica

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 La psicoterapia dialettica dell'ansia e delle fobie

 

  Nicola Ghezzani

Psicologo e Psicoterapeuta

Consulente Lidap

 

 

Per comprendere appieno cos’è l’ansia (e l’attacco di panico, che dell’ansia è solo la massima espressione) occorre partire dal dato di fatto che si tratta di un’emozione iscritta nel nostro corredo neurobiologico naturale.

 

 

1. L’ansia come reazione istintuale di base

 

Per comprendere appieno cos’è l’ansia (e l’attacco di panico, che dell’ansia è solo la massima espressione) occorre partire dal dato di fatto che si tratta di un’emozione iscritta nel nostro corredo neurobiologico naturale. Chiunque avrà visto un cane che rizza le orecchie nel percepire un rumore forte e indefinito. L’animale ha avvertito nella realtà esterna un segnale minaccioso, ma non riesce a identificarlo, quindi piuttosto che paura (reazione emotiva di risposta alla precisa individuazione di un pericolo) egli prova ansia: uno stato di allerta su un’area generica e indefinita di pericolo.

 

L’ansia è, dunque, in prima istanza, una paura differita, un’emozione che segnala alla mente animale la presenza di segni di pericolo, di un pericolo, tuttavia, non ancora definito. In questo senso, l’ansia è un’emozione previsionale, nel senso che è parte di un processo neurofisiologico di previsione, quindi presuppone la capacità di valutare il futuro. L’animale “si prepara” ad affrontare una minaccia di cui ha, per ora, solo indizi vaghi.

 

Di quali pericoli può avere paura un animale? In linea di massima, direi che sono due: il primo è l’avvistamento di un predatore. Il secondo è la percezione di un imminente cataclisma naturale. In entrambi i casi, l’animale si predispone ad agire secondo le modalità difensive tipiche di ogni animale: o l’attacco, o – più spesso – la fuga.

 

Come ogni meccanismo istintuale, infine, l’ansia è un’emozione aut-aut: nel senso che o c’è o non c’è, e quando c’è è inesorabile: manifesta tutto il suo repertorio di sintomi fino a raggiungere un acme, un punto di massima intensità a partire dal quale comincia la sua discesa.

 

 

 

2. L’ansia come fenomeno umano

 

Relativamente alle emozioni di base, l’uomo è un comune animale e, di fronte a un pericolo, reagisce allo stesso modo di ogni altro animale. Se individua il pericolo ha paura; se invece, pur avendone l’intuizione, non riesce a metterlo a fuoco, prova ansia.

 

Ma qual è la differenza sostanziale fra un uomo e un animale? Che l’uomo vive immerso in un universo mentale rappresentato (memoria, immaginazione, simboli), mentre l’animale vive di schemi istintivi e di memorie poco complesse. La differenza è sostanziale: l’uomo può vivere l’ansia non solo in rapporto al mondo reale, ma anche – cosa impossibile per l’animale – in rapporto al mondo delle rappresentazioni mentali.

 

Un uomo, infatti, può provare ansia al solo ricordo di un’esperienza negativa, oppure nell’immaginarla, e persino qualora egli entri in contatto col simbolo di essa.

 

Un esempio. Un ragazzo si trova a passare per un via buia: ricorda di aver subito un giorno, nello stesso luogo, un’aggressione e prova ansia; oppure immagina che il buio di quel luogo sia favorevole a un’aggressione e prova ansia; o ancora in un corridoio illuminato e affollato passa accanto a una tenda buia (simbolo di ciò che può essere nascosto) e prova ansia. L’uomo dunque, unico fra gli animali, può vivere la paura di qualcosa che non è presente nel campo reale, ma è invece presente nel campo delle rappresentazioni mentali.

 

Altra caratteristica divergente fra uomo e animale: l’uomo vive immerso in una complessa realtà sociale, l’animale poco o comunque molto meno. Quindi l’uomo può aver paura degli altri esseri umani, più di quanto in genere un cane ha paura di altri cani o un gatto di altri gatti; e quindi può aver paura in rapporto ai ricordi, all’immaginazione o ai simboli del suo rapporto con gli altri esseri umani.

 

Quindi, ancora, le emozioni istintive di ansia da avvistamento di un predatore e di ansia da percezione di una catastrofe si colorano nell’uomo di una valenza umana: spesso l’uomo prova ansia all’intuizione che un altro essere umano o un gruppo o la società nel suo complesso possano rivelasi per lui come un predatore (cioè aggressivi e distruttivi) e comportare la sua catastrofe.  

 

In sintesi, l’ansia umana – soprattutto quella patologica – deriva il più delle volte da situazioni umane che l’individuo si raffigura nella sua mente come pericolose, in modo conscio o inconscio. 

 

 

 

3. L’ansia come fenomeno sociale

 

In alcuni tipi di ansia strutturata (fobia) ciò è evidente. Pensiamo all’ansia sociale, per esempio l’ansia da prestazione o da giudizio. L’individuo sociofobico ha paura di essere giudicato inadeguato, insufficiente o comunque negativo da un “tribunale” che egli si raffigura nella sua mente: il gruppo degli amici, il gruppo dei parenti, il superiore di grado in ufficio, il pubblico che ascolta una sua relazione... L’oggetto della fobia è l’annichilente sensazione di svelare un’identità inadeguata al suo contesto sociale di riferimento.

 

Il gruppo giudicante è da lui avvertito come un potenziale predatore e il momento in cui il gruppo lo giudicherà un individuo inetto e incapace sarà per lui una catastrofe psicologica e sociale. Da qui l’angoscia sociale.

 

Esistono però fobie che in apparenza sfuggono a questa classificazione. L’ipocondria esprime la paura ossessiva delle malattie e della morte; l’agorafobia indica la paura dello spazio aperto o vuoto: che c’entrano queste ansie con la realtà sociale?

 

In numerosi studi e in tutti i miei libri sull’argomento, ho mostrato che anche le fobie in apparenze più bizzarre rimandano alla paura di essere mal giudicati, condannati e penalizzati da coloro che per noi sono gli esseri umani più importanti.

 

Faccio degli esempi. Un ragazzo vive con l’anziana madre in un regime di stretta simbiosi affettiva. Vorrebbe essere più libero e non condizionato dai rituali tipici delle persone anziane. Tuttavia allo stesso tempo vuol bene alla madre e vuole restare legato a lei. Nel momento in cui alla sua mente affiora l’idea che quando la madre morirà lui sarà libero, ecco che egli sviluppa l’angoscia di avere un tumore o un infarto in atto o di aver contratto l’AIDS nell’ultimo contatto sessuale avuto con una ragazza. La paura di perdere la madre e di perderla per suo stesso desiderio, lo porta a sentirsi minacciato della perdita del legame più importante e minacciato di condanna morale per il pensiero che ha osato formulare. La paura di ammalare, di soffrire e di morire ha ritorto contro di lui il pensiero distruttivo. A questo modo 1. la madre è salva dal suo desiderio di morte; 2. egli, intimorito, è di nuovo sotto il controllo del suo vecchio sistema morale, e torna ad essere il figlio devoto che è sempre stato.

 

Un altro esempio. Una donna vive in un regime di asservimento affettivo e pratico nei confronti della famiglia acquisita: passa gran parte del suo tempo a gestire le faccende domestiche, ma, più o meno nell’inconscio, se ne sente soffocata e offesa. Guidando la macchina, un giorno, ha la visione di perdere il controllo del veicolo e di investire e uccidere persone innocenti. Ne deduce la sua inaffidabilità. Da quel momento sviluppa la paura delle auto, della velocità e degli spazi aperti, che consentono movimento, corsa, velocità, libertà. L’agorafobia ha ottenuto, come già visto per il ragazzo con l’ipocondria, due risultati: 1. i familiari sono salvi dall’aggressività della donna; perché 2. la donna si è accusata di essere inaffidabile e pericolosa e si è messa sotto la tutela di persone ritenute “affidabili”. 

 

Dunque la fobia ha segnalato al soggetto che la base della sua sicurezza era minacciata e lo era da lui stesso. Il ragazzo identifica la sua sicurezza nell’amore per la madre, la donna nella devozione alla famiglia. L’ansia ha segnalato loro che questa base sicura era minacciata, e che erano loro stessi, coi loro pensieri, a mettere a rischio l’equilibrio del sistema. 

 

Il fobico ha dunque paura nel momento in cui vede minacciata la base della sua sicurezza (il “sistema” dentro il quale vive); e maggiormente ha paura se intuisce che è lui stesso, coi suoi desideri conflittuali, più o meno coscienti, a minacciare gli elementi di base della sua vita morale, affettiva o sociale. Egli prova paura e la paura inibisce e blocca la sua volontà, responsabile dell’attentato alla sicurezza.

 

 

 

4. La psicoterapia dialettica dell’ansia e delle fobie

 

Per porre un rimedio all’ansia patologica e alle fobie che si strutturano su di essa è allora necessario definire due o tre cose fondamentali: 1. in cosa consiste la sicurezza di base di quell’individuo? 2. Cosa sta minacciando quella sicurezza? 3. Se l’attore della minaccia è lui stesso, di che natura è il conflitto che lo oppone alla sua base affettiva, sociale, valoriale? In sintesi: per quali motivi egli ama e odia il sistema di valori e di certezze che lo sostiene come essere affettivo e sociale?

 

Fatta l’analisi di questi elementi, occorre allora trovare delle soluzioni nella forma della mediazione. La psicoterapia diventa allora una raffinata arte dialettica della mediazione.

 

Il ragazzo del primo esempio può separarsi dalla madre senza desiderarne la morte? La donna del secondo esempio può allentare la morsa dei doveri domestici o anche diventare un’attrice o una manager senza attaccare tutti i suoi legami?

 

In sostanza: è possibile essere liberi e allo stesso tempo non peccare di slealtà, non rinnegare gli elementi di fondo della propria intima natura umana?

 

Si tratta, dunque, di porre delle mediazioni all’interno di un conflitto psicologico: il conflitto fra il bisogno affettivo, base della sicurezza psicologica di ogni individuo, e il bisogno egocentrico di autonomia personale.

 

Viviamo in un’epoca in cui questo conflitto è sempre più vivo: ogni individuo pretende per sé una chance in più di quelle che la vita ha concesso ai suoi genitori, vuole crescere al di sopra della propria classe di appartenenza, vuole sentirsi libero di muoversi fra diverse realtà sociali e morali, talvolta fino al perseguimento inflessibile del mito della libertà assoluta. Questa poderosa spinta motivazionale (alimentata dai miti sociali e dalla sempre più universale vergogna di impotenza) genera un’infinità di conflitti interiori e relazionali che esitano nelle due grandi psicopatologie del mondo contemporaneo: l’ansia patologica (col correlato attacco di panico) che è l’effetto della paura di perdere la propria base sicura; e la depressione, che è invece l’effetto del senso di colpa per l’idea di aver distrutto con le proprie mani quella base.

 

Il percorso di conquista di una libertà matura è lungo e difficile. Durante il cammino, più volte si può aver paura di eccedere nella trasgressione e nel conflitto (più o meno consci) e di conseguenza, per frenare questo rischio, si attivano sintomi anche intollerabili.

 

A questo livello, quando la sintomatologia è forte e franca, non v’è alcuna contraddizione nel fare uso di psicofarmaci – per placare l’intensità intollerabile della sofferenza – e allo stesso tempo lavorare per la presa di coscienza dei conflitti sottostanti al sintomo. Come allo stesso modo è legittimo non farne uso, purché si sia consapevoli che l’angoscia non sopita può essere estrema, senza requie e molto destabilizzante.

 

Il risultato da ottenere è sempre e comunque non solo l’alterazione dello stato mentale in atto (cosa raggiungibile oggi con l’uso di adeguate sostanze chimiche e domani con la neuroingegneria), ma anche lo stabile cambiamento della struttura dell’io, cioè della abilità della coscienza a individuare e mediare i conflitti affettivi e valoriali che nascono all’interno della nostra personalità.

 

Alla fine è solo la coesione e l’attrezzatura della coscienza a determinare se un individuo sarà vittima dell’angoscia o della depressione o se invece sarà in grado di individuare per tempo i propri nuclei conflittuali gestendoli fino alla loro risoluzione.

 

 

 

5. Percorso bibliografico

 

La semplicità della tesi che ho sin qui esposto non deve trarre in inganno. Essa è il risultato di venticinque anni di ricerche effettuate all’interno di quella che oggi si chiama psicoterapia struttural-dialettica.

 

Nella mia opera scientifica ho documentato questa ricerca in molti libri; quelli che maggiormente interessano le dinamiche dell’ansia, dell’attacco di panico e della depressione sono tre: Uscire dal panico (2000); Volersi male (2002); e La logica dell’ansia (2008), tutti editi da Franco Angeli.


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