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Diego Cugia

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Intervista a Diego Cugia

 

1. Che rapporto ha con le parole? Cosa prova nel sapere che le sue emozionano, incoraggiano, spronano, e coinvolgono le persone?

Le parole possono guarire, le parole possono ferire, le parole “accadono”, perché contengono “un fatto”. Per cui gli slogan politici del tipo “fatti non parole” sono fatti di aria fritta più delle parole stesse. Che rapporto ho con le parole? Di massimo rispetto. Cerco di usarne il meno possibile e il più intensamente che posso. Per coinvolgere bisogna emozionare. Il nostro vocabolario deve essere costituito di 500 parole emozionanti.

2. Da cosa nasce l’ispirazione per le sue opere? E come è nato il suo personaggio più famoso, Jack Folla?

L’ispirazione è una leggenda metropolitana. Può valere per la strofa di una canzonetta. Se avessi dovuto scrivere solo quando ero “ispirato” avrei prodotto due, tre righe l’anno. Io mi considero più fortunato di un operaio della Fiat ma sto alla catena di montaggio delle parole anche dieci ore al giorno, come lui. Solo quando ti fa male tutto, corpo e anima, si riesce a produrre qualcosa di apprezzabile. Jack Folla? È nato da una scrittore in cassa integrazione, da un fallimento di una carriera di autore radiotelevisivo. In Rai mi facevano lavorare poco perché non avevo padrini, ero come un detenuto in attesa di essere giustiziato, quindi “non avevo più nulla da perdere”. Il La è stato questo. Scrivere tutto quello che mi passava per la testa, tanto, anche se mi avessero cacciato, la mia situazione non sarebbe peggiorata granché.

3. C’è stato qualche romanzo/considerazione/articolo/ nato dal contatto con i suoi “lati oscuri”?

Il più oscuro dei miei romanzi è stato l’ultimo, “24 Nero”, sono entrato nelle paranoie di un giocatore d’azzardo innamorato di una giovane assassina più delle slot-machine. Un cocktail piuttosto macabro, direi il mio addio al genere “noir”. Mi sono liberato, ormai, di queste parentesi oscure del mio inconscio. Posso scrivere storie di luce. E la prossima lo sarà.

4. Quanto l’ aiuta il suo lavoro nei momenti di difficoltà?

Una volta un grande psicanalista mi disse che quando scrivevo un romanzo non c’era bisogno che facessi sedute con lui. E grazie al mio lavoro ho smesso di andarci.

5. A proposito del pensiero di Jack sugli attacchi di panico…”se posso assicurarvi fratelli, agli imbecilli non vengono, e il vostro DNA è marchiato da una qualità oggi fuori moda: la sensibilità” ... meglio essere insensibili?

No, meglio vomitarsi l’anima ma restare con le proprie ferite aperte, farci entrare persino le manacce dei nostri peggiori nemici, perché illudersi che le ferite si chiudano dentro pareti di mattoni o di acciaio inossidabile è una sciocchezza. Prima o poi il pus dell’anima si riforma e la parete difensiva esplode, o per una malattia, o per un incidente che inconsciamente ci siamo provocati. Se provi dolore, ansia, inquietudine, hai sempre le tue ragioni. Non ascoltarsi è fatale.

6. E ancora “negli attacchi di panico c’è una protesta, la parte migliore di te sta rifiutando di conciliarsi con il greve mondo esterno”... come ci possiamo salvaguardare?

Mettendo in luce le parti più oscure di noi, quelle che ci appaiono più vergognose, da nascondere, le parti di sé che non ci piacciono, addirittura ci disgustano e che riteniamo responsabili quando ci sentiamo inadeguati. Bisogna attraversare le nostre ombre, questo è l’unico sentiero di luce che conosco.

7. Sempre Jack: “accetta la tua luna nera, invita a cena il mostro… Per tornare a vivere bisogna accettare l’idea che si debba morire…”. Approfondiamo questo concetto…

È proprio ciò che stavo dicendo: invita nel miglior ristorante quella che ritieni la parte di te peggiore. Fai esattamente il contrario di ciò che fanno tutti. Comportati da signore con la parte più “brutta” che hai, trattala come se fosse la bella addormentata nel bosco. Dai un bacio al tuo rospo e ne farai un principe.

8. Cosa è per lei la paura?

Il più importante cartello segnaletico sulla nostra strada: “Alt! Paura invalicabile!”. Quando ti imbatti in questo cartello, invece di fermarti e prendere la scorciatoia, devi attraversare la zona di pericolo, anche se te la fai sotto, consapevole che non può succederci niente di brutto che noi non vogliamo. Parlo di incidenti interiori, naturalmente, non della “caduta tegole”. Quelli sono i rischi della vita.

9. Crede nella possibilità del cambiamento?

Assolutamente sì, fino a una certa età. Dai trenta in poi ci si tempera ma non si cambia.

10.Che tipo di bambino è stato?

Un timido sbruffone. Un sognatore. Un ragazzino che soffriva molto ma faceva lo spaccone per non farlo vedere.

11.Che peso ha su di lei il giudizio degli altri?

Troppo, ancora oggi. Ma ci stiamo lavorando.

12.Da cosa pensa sia derivata la sua ansia e cosa ha significato per lei: un vincolo oppure un’opportunità?

Per comprendere che l’ansia non sia un vincolo ma un’opportunità bisogna farsi due o tre giri della morte. Accettare la propria luna nera. Consolare l’inconsolabile te stesso. E questa cosa la puoi fare solo accarezzando l’altro da te, cioè dimenticandosi.

13.Cosa è, per lei, la sofferenza?

Una piattaforma di lancio per un’ennesima rinascita. Anche se molte parti di noi cadono a testa in giù. Non siamo angeli né immortali. Ogni vita nuova si paga con un’altra morte.

14.Che rapporto ha con le sue emozioni?

Ad averle! Cerco sempre qualcosa che mi stupisca e mi faccia emozionare, come certi film. Nell’Italia piatta e sorda di oggi è diventato arduo.

15.Pensa che per superare la timidezza sia utile avere una dedizione assoluta verso qualcosa che interessa molto?

No, credo che bisogna fare in tutti i modi per diventare ancora più timidi. Se si diventa rossi, e uno se ne vergogna, bisogna dirsi “Cerca di diventare ancora più rosso, più rosso che puoi”. Così se ti sudano le mani, o hai paura di non raggiungere l’orgasmo, o che so io. Credo che si debba assecondare allo spasimo la nostra paura, e lei recederà. Che senso ha diventare rossi quando non ce ne frega più niente, anzi, lo desideriamo? Certo, sono trucchi. Però funzionano. Aiutano a scardinare certi blocchi interiori che ci fanno star male.

16.Lei ha dichiarato “Con la terapia di gruppo ho imparato a non mettere filtri fra ciò che si pensa e ciò che si dice. Con l’analisi individuale ho imparato a mettere filtri tra ciò che si è e ciò che si sogna di essere”. Quali strumenti consiglia ai dappisti?

La terapia di gruppo senza sé e senza ma. Gettarsi nella mischia, umilmente, con chi ha crisi di panico come e peggio delle tue.

17.Ogni tanto è necessario fermarsi e lasciarsi portare dagli eventi. Sa, che per chi soffre di attacchi di panico “lasciarsi andare” è praticamente impossibile. Lei ci riesce?

Senta, io mi sono detto “Al massimo muori. Di peggio non può succederti.” Per crisi di panico ho avuto due collassi. Mi hanno portato in ospedale con l’ambulanza e la maschera d’ossigeno. Chi dice che una crisi di panico non è mai letale dice una sciocchezza. Si può morire di paura. Lo devi accettare, tutto qui. Devi accogliere dentro di te le peggiori eventualità possibili. Ma devi anche sapere che, a volte, basta la carezza di uno sconosciuto per farci passare una crisi di panico, una parola buona, un abbraccio. In queste città siamo così soli e disperati, a volte! Viviamo il prossimo come un essere minaccioso e ostile. Non sempre è così, provateci! Provate a chiedere con umiltà e coraggio, una mano. Soprattutto alla povera gente.

18.Lei ha detto che “il panico o luna nera” potremmo anche ringraziarlo/a perché coincide con la nostra Irripetibilità e la nostra arte… quindi le nostre paure e le nostre incertezze possono anche non rappresentare un vincolo o un limite per la nostra crescita, ma addirittura uno strumento per “maturare”?

Su questo non ho il minimo dubbio. Tutto ciò che ho scritto, tutto il piccolo meglio che ho fatto in radio e in Tv, lo devo alla mia luna nera e alla paura di non farcela. Bisogna diventare degli alchimisti di noi stessi. Trasformare il buio in luce. E in parole di fuoco.

19.Jack ha detto: “mi fido in chi ha il panico di vivere, vota PPP – Partito Panico Popolare”. Lo voterebbe ancora?

Certo. Vuole che mi fidi di quegli “Io” giganteschi e dal sorriso smagliante che ci governano? Mi fiderei di più di una zingarella albanese, al massimo mi scippa 50 euro, ma almeno mi sta simpatica, questi ci scippano l’anima con tutti gli interessi e non ci guardano in faccia. Fanno e creano panico vero. Chi ha sofferto di crisi di panico, al contrario, può solo produrre tenerezza e comprensione.

20.Infine vuole dedicare una frase, uno slogan, un pensiero a chi è ancora intrappolato dal panico?

Sì. Primo: considerati fortunato, perché chi non soffre di crisi di panico in un mondo come questo o è un cretino o un incosciente. Secondo: portati sempre in tasca un farmaco che ti può calmare, ma evita, se puoi, di usarlo. Terzo: fai esattamente tutte le cose che ti fanno paura, ma gradualmente e ricominciando da zero. Se hai paura di andare in autostrada, per esempio, vacci lo stesso, e per rassicurarti esci a ogni casello e fermati sotto il primo ospedale. Quando ti senti rassicurato, fai altri dieci chilometri d’autostrada, poi riesci e aspetta. Io l’ho fatto, tanti anni fa. È umiliante, ma chi se ne frega. Non ho mai più avuto crisi di panico, e qualora me ne venisse una in quest’istante le direi: “Oh, finalmente, eccoti qui! Era da tanto che ti stavo aspettando!”.

Gennaio 2011

(Intervista a cura di Silvia Zaccagnino)

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