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Nicola Ghezzani

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Intervista a Nicola Ghezzani

 

La dipendenza affettiva (Love Addiction)

Intervista del giornalista freelance G.M. a Nicola Ghezzani, psicoterapeuta consulente Lidap,
(dal sito web http://psyche.altervista.org/, previa autorizzazione dell'autore alla pubblicazione)

Domanda: Gentile dott. Ghezzani, confrontandomi con alcune donne (mi pare siano loro ad essere le più "colpite" dalla patologia della "dipendenza affettiva" ), mi è capitato di riscontrare da parte di molte di esse un'identificazione con i comportamenti descritti da lei nel suo libro "Volersi male" , e di cui ho ritrovato traccia anche nel famoso libro "Donne che amano troppo" di Robin Norwood. Lei parla di psicopatologia, e anche la Norwood presenta casi molto estremi di disturbi, con alle spalle precedenti di famiglie lacerate o in generale gravi traumi. Una identificazione così generale non sta a indicare però che, al di là dei casi più estremi e propriamente patologici, esista una generale tendenza di molte donne ad affrontare in questo modo deviante il rapporto amoroso? Non si può parlare, a fianco della vera e propria patologia, di una fenomenologia di minore gravità, ma molto estesa, legata a fattori sociali? Un senso di insicurezza generale che spinge molte donne ad adottare almeno in parte i comportamenti ossessivi tipici della love addiction?.

Risposta: Questo aspetto l'ho trattato in modo approfondito nel mio libro "Volersi male", edito da Franco Angeli. La disciplina di cui sono co-autore, la Psicoterapia Dialettica, è una psicoanalisi di tipo socio-storico, e va appunto alla ricerca dei fattori ambientali (storici e sociali) che stanno alla base di tutte le psicopatologie come anche del disagio psicologico "minore". Nel caso delle donne che amano troppo io vedo innanzitutto quei fattori storici e sociali che insegnano e impongono da millenni alle donne la devozione amorosa come la virtù massima che una donna debba possedere per sentirsi realmente donna. La devozione amorosa non riguarda solo il marito (o il "partner", nella versione moderna), ma anche un proprio genitore, i propri figli, talvolta intere reti di parentela. Per la donna queste sono persone da amare in modo assoluto, cioè in virtù di un vero e proprio annullamento di sé, e rappresentano in un certo senso il "test di femminilità della donna". Senza questa "abilità" a devolversi nel bene altrui e a farsi riconoscere "amabile", una donna semplicemente non si sente donna. Per cui, se un uomo la rifiuta, la donna rifiutata non solo si sente brutta o odiosa, ma non si sente affatto donna: la sua identità di genere è distrutta.

D: Quali sono i principali sintomi che una persona può cercare di riscontrare da sé?

R: Ansia più o meno marcata ad ogni distacco, sentimenti di vuoto e di smarrimento quando si è soli, gelosie immotivate e ossessive, controllo telefonico o anche fisico del partner, a gradi estremi odio mortale cui segue il bisogno di essere puniti, talvolta un dolore lacerante, lancinante al petto, apparentemente senza motivo, che rappresenta la sensazione di poter morire a causa dell'assenza della persona amata.

D: Ha avuto esperienze di questo genere tra le sue pazienti o ha conoscenza diretta di casi simili? Ce ne può raccontare uno che ritiene più emblematico?

R: Cristina è una ragazza che "ama troppo". Dai colloqui effettuati con lei estrapolo le dichiarazioni più interessanti, cercando di fornire la mia interpretazione.
Dice Cristina:
"E' da quando ho 17 anni che sono consapevole di essere una donna che ama troppo (ora ho 25 anni). Ho avuto un infanzia molto tormentata con genitori che chiunque ha sempre definito pazzi, infatti uno dei due si è tolto la vita qualche anno fa. A diciotto anni ho conosciuto un uomo che ha fatto cambiare in negativo il corso della mia vita... In quei durissimi tre anni ho affrontato per la prima volta la mia "malattia"... Non riuscivo a darmi una spiegazione della mia ansia, degli struggimenti, del mio farmi calpestare in tutti i modi..."
Cristina si rende conto che, alla base della dipendenza affettiva c'è una vocazione non solo ad amare, ma soprattutto a "farsi calpestare in tutti i modi", intuisce che c'è in lei un masochismo di fondo.
Prosegue:
"In conseguenza di questa prima storia, ho avuto un esaurimento nervoso, ho dovuto abbandonare il lavoro per curarmi... ma alla fine sono riuscita lasciare quell'uomo, e sono diventata dai 20 anni in poi di un cinismo incredibile, dovevo apparire sempre a me stessa e agli altri forte, magnetica, indistruttibile. Il mio amor proprio aveva preso in passato troppi duri colpi. Ora, volevo essere io a fare la parte della stronza con i ragazzi, purtroppo anche con chi amavo e quindi con le storie importanti che sono seguite".
Cristina è consapevole anche di questo secondo passaggio. Dopo la ricerca dell'umiliazione masochistica, il soggetto malato di dipendenza affettiva vuole "vendicarsi".

Ecco cosa dice Cristina:
"Sono consapevole di aver trattato il mio nuovo ragazzo veramente male. Mi ha dimostrato una dolcezza, una comprensione e una devozione incredibili anche quando soffriva a causa mia. E' una via di mezzo tra il ragazzo che a noi "donne che ci vogliamo male" può piacere - per le sue negatività - e un bravo ragazzo. A noi la negatività maschile ci eccita particolarmente"...
Questo è un passaggio importante per capire lo strutturarsi della patologia da dipendenza. Chi è affetto da dipendenza affettiva patologica ha:
1) Una tendenza masochistica di base, dovuta a una bassa autostima: ossia la radicata sensazione di essere di scarso valore in quanto debole, cattiva o pervertita.
2) Tenta di conseguenza di riscattare la percezione negativa di sé mediante una "ribellione": il soggetto allora diviene insensibile, aggressivo, sfidante, fino a livelli di esaltazione maniacale, per ribaltare il rapporto di potere fino ad allora subito.
3) Ma così facendo aggrava il senso di colpa originario e l'autostima peggiora. Infine, 4) il soggetto ha bisogno di farsi punire ancora a causa della sua ripetuta negatività, e lo fa attraverso vecchi o nuovi partner.
Dice ancora Cristina:
"Ovviamente mi sono sempre scelta persone che non facevano per me, persone nevrotiche o psicopatiche: i classici stronzi. All'inizio era splendido ripagare persone che sapevo mi avrebbero già dall'inizio fatta soffrire usando le loro stesse tattiche e strategie. Mi sentivo forte, potente. Ai miei compagni ne ho fatte passare di tutti i colori, mi piaceva vederli soffrire. Sono consapevole di essermi comportata da pazza, ma volevo farmi vedere pericolosa, per tutelarmi, per dimostrare che nessuno mi poteva più far soffrire."
Questa complessa dinamica può facilmente scivolare nella depressione.
Dunque, queste sono le fasi della patologia:

  • Tendenza masochistica di base: il soggetto si sente di scarso valore, quindi ha bisogno di "servire" qualcuno per ottenere da lui un giudizio positivo.
  • Il soggetto prende coscienza della propria immagine interna negativa (di persona debole o cattiva o pervertita) e odia il proprio servilismo e/o il dominio da parte del partner da lui consentito, quindi si vuole vendicare.
  • Si vendica divenendo fredda e sfidante con tutti i propri affetti e legami.
  • Di conseguenza, prova sensi di colpa e bisogno di essere punita.
  • Alla fine, scivola in depressione. La depressione può implicare giudizi negativi su di sé o sul mondo (quindi di nuovo bisogno di farsi punire o di sfidare gli altri), o può sfociare in un drammatico senso di vuoto.

Dice Cristina:
"A parte certe tragedie familiari, non mi manca veramente niente, ho buoni amici, quest'anno ho ottenuto il lavoro che sognavo, leggo, scrivo, coltivo anche un interesse artistico in una compagnia teatrale, ma niente mi toglie questa sensazione di vuoto, e questa voglia di annullarmi e magari di perdere tutto pur di non sentire più questo vuoto. E mi ritrovo di nuovo a voler cercare una relazione totalizzante - dal punto di vista psichico e pratico, visto il carico emotivo che comportano - come sono le nostre, per colmare quel terribile senso di vuoto".
Dal mio punto di vista, questo sentimento di nullità è l'inizio e la fine del percorso. Si comincia con la bassa stima di sé (legata all'educazione tradizionale) e si finisce con una stima ancora più bassa, dovuta ai sensi di colpa e alla percezione di una negatività personale irrimediabile.
Tutto questo drammatico decorso esistenziale l'ho descritto in termini più ampi e approfonditi nel mio libro "Volersi male".

D: Infine, qual è in questi casi, in genere, il ruolo giocato dai partner?

R: Spesso il partner tipico che si lega a persone affette da love addiction ha una patologia affine. Di solito è una persona fortemente insicura e allo stesso tempo narcisista,che ottiene un lenimento delle sue angosce e una certa soddisfazione dell'autostima proprio grazie all'adorazione e al masochismo del suo partner dipendente affettivo. Ormai si parla infatti di co-dipendenza. Questo termine tecnico vuol dire che entrambi i contraenti di questo tipo di rapporto sono dipendenti l'uno dall'altro, ma in modi diversi. Nel mio libro, io chiamo questa forma complessa di rapporto a due patologie "collusione sado-masochista" .

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