<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>La ricerca scientifica &#8211; Lega Italiana contro i Disturbi di ansia, di Agorafobia e da Attacchi di Panico</title>
	<atom:link href="https://www.lidap.it/category/ricerca/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.lidap.it</link>
	<description>Associazione di volontariato</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Oct 2025 09:51:37 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.1.1</generator>

<image>
	<url>https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2026/04/cropped-logoLidap-32x32.jpg</url>
	<title>La ricerca scientifica &#8211; Lega Italiana contro i Disturbi di ansia, di Agorafobia e da Attacchi di Panico</title>
	<link>https://www.lidap.it</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Parliamo di AGORAFOBIA con ConTatto</title>
		<link>https://www.lidap.it/2025/09/26/parliamo-di-agorafobia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 09:55:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La ricerca scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lidap.it/?p=6918</guid>

					<description><![CDATA[TESI DI LAUREA MAGISTRALE CHE PARLA DI AGORAFOBIA E DI POSSIBILI PERCORSI DI CURA La dottoressa Sabrina Di Carlo nella sua tesi di Laurea Magistrale, presso l&#8217;Università di Bologna, corso di laurea in Service Design – Advanced Design, parla in modo approfondito di agorafobia e propone interessanti progetti di cura. Gli agorafobici di Lidap odv [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>TESI DI LAUREA MAGISTRALE CHE PARLA DI AGORAFOBIA E DI POSSIBILI PERCORSI DI CURA</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La dottoressa Sabrina Di Carlo nella sua tesi di Laurea Magistrale, presso l&#8217;Università di Bologna, corso di laurea in Service Design – Advanced Design, parla in modo approfondito di agorafobia e propone interessanti progetti di cura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli <em>agorafobici</em> di Lidap odv hanno dato il loro modesto contributo (ma sicuramente autentico!) partecipando alle indagini conoscitive che Sabrina ha utilizzato nella sua tesi di laurea. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Di seguito una breve presentazione del suo lavoro e alcune tematiche trattate:<br><strong><a href="https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/09/ConTatto_Di-Carlo-Sabrina_Abstract.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ABSTRACT</a></strong><br><a href="https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/10/Citazione-Sabrina-Di-Carlo.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>CITAZIONE</strong></a><br><a href="https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/10/Funazionamento.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>COME FUNZIONA</strong></a><br><a href="https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/10/Obiettivo-e-target.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>OBIETTIVO E TARGET</strong></a><br><a href="https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/10/Impatti-e-sviluppi-futuri-1.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>IMPATTI E SVILUPPI FUTURI</strong></a></p>



<h4 class="wp-block-heading">Chi fosse interessato ad approfondire la tematica potrà contattare la d.ssa Di Carlo al seguente recapito mail: <a href="mailto:sabrinadicarlo01@gmail.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sabrinadicarlo01@gmail.com</a></h4>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/09/ConTatto_Di-Carlo-Sabrina_Copertina-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-6933" srcset="https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/09/ConTatto_Di-Carlo-Sabrina_Copertina-1024x576.jpg 1024w, https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/09/ConTatto_Di-Carlo-Sabrina_Copertina-300x169.jpg 300w, https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/09/ConTatto_Di-Carlo-Sabrina_Copertina-768x432.jpg 768w, https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/09/ConTatto_Di-Carlo-Sabrina_Copertina-1536x864.jpg 1536w, https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2025/09/ConTatto_Di-Carlo-Sabrina_Copertina.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La psicoterapia e le nuove tecnologie</title>
		<link>https://www.lidap.it/2024/05/15/la-psicoterapia-e-le-nuove-tecnologie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 May 2024 17:12:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti sul Dap]]></category>
		<category><![CDATA[La ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lidap.it/?p=5994</guid>

					<description><![CDATA[La psicoterapia e le nuove tecnologie di Giuseppe Ciardiello Abstract In pochi anni il dominio televisivo è stato soppiantato radicalmente da quello del computer che si è imposto anche in tutte le professioni. Le nuove tecnologie si sono rivelate indispensabili soprattutto in ambito relazionale, dove hanno prodotto un viraggio strutturale e metodologico. Anche il mondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading">La psicoterapia e le nuove tecnologie</h3>



<h4 class="wp-block-heading">di Giuseppe Ciardiello</h4>



<h4 class="wp-block-heading"><em>Abstract</em></h4>



<p class="wp-block-paragraph">In pochi anni il dominio televisivo è stato soppiantato radicalmente da quello del computer che si è imposto anche in tutte le professioni. Le nuove tecnologie si sono rivelate indispensabili soprattutto in ambito relazionale, dove hanno prodotto un viraggio strutturale e metodologico. Anche il mondo delle psicoterapie si sta arricchendo di nuovissime modalità d’intervento tecnologiche. È allora opportuno confrontarsi per individuare criteri di utilizzo di queste macchine come intermediari della relazione, senza che interferiscano con gli specifici modelli teorici.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><em>Parole chiave</em></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Strumenti digitali &#8211; spazio virtuale &#8211; realtà virtuale immersiva – interazioni corporee.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><a href="https://www.analisi-reichiana.it/psicoterapiaanaliticareichiana/index.php/numero-1-2023/40-rivista/numero-1-2023/416-la-psicoterapia-e-le-nuove-tecnologie" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Link all&#8217;articolo.</a></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Fonte: PsicoterapiaAnaliticaReichiana &#8211; Rivista semestrale della Società Italiana di Analisi Reichiana</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quello che si impara facendo lo psicoterapeuta</title>
		<link>https://www.lidap.it/2024/05/14/quello-che-si-impara-facendo-lo-psicoterapeuta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 May 2024 13:50:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lidap.it/?p=5925</guid>

					<description><![CDATA[Quello che si impara facendo lo psicoterapeuta di Giuseppe Ciardiello Una cosa che il mestiere dello psicoterapeuta insegna è che tutti gli uomini e donne sono uguali nella loro diversità; vuol dire che sono strutturalmente uguali ma funzionalmente diversi e che, pur somigliandosi, funzionano in modo diverso. Sembra facile entrare in questo paradosso eppure, almeno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading">Quello che si impara facendo lo psicoterapeuta</h3>



<h4 class="wp-block-heading">di Giuseppe Ciardiello</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa che il mestiere dello psicoterapeuta insegna è che tutti gli uomini e donne sono uguali nella loro diversità; vuol dire che sono strutturalmente uguali ma funzionalmente diversi e che, pur somigliandosi, funzionano in modo diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra facile entrare in questo paradosso eppure, almeno per le derive sociali cui si assiste, per la maggior parte delle persone deve rimanere alquanto strano concepire una diversità nell&#8217;uguaglianza. Eppure tutti noi sappiamo che pur essendo composti degli stessi organi, ognuno di noi funziona in modo diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni organismo umano si compone di impianti epidermici, ossei, muscolari, e di organi interni che comunicano tra di loro per mezzo del sistema nervoso centrale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il SNC, formato dal cervello e dai nervi, che sono la sua promanazione organismica, raggiunge praticamente tutti gli organi del corpo compresa la pelle che è l&#8217;organo più periferico. Così gli stimoli che vengono dalla realtà nella quale ci troviamo, registrati dalla periferia del corpo, dalla pelle e dagli organi ricettivi periferici, sono trasportati al cervello perché li traduca. Lo fa trasformandoli da messaggi elettrochimici in immagini, pensieri, concetti e forme che abbiano senso per l&#8217;organismo così da comprenderli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In pratica sarebbe come dire che il SNC usa i messaggi per costruire una mappa del mondo che circonda l&#8217;organismo; una mappa che non potrà mai essere una riproduzione in scala 100 %.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo vuole anche dire che ognuno di noi si muove in un mondo costantemente &#8216;<em>mappato</em>&#8216; e costruito facendo uso di intenzioni, improvvisazioni, ipotesi, impressioni, opinioni ecc.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questa traduzione partecipano anche tutte le esperienze passate che sono come un piano di riferimento esperienziale alla capacità di costruire un&#8217;architettura coerente di queste mappe.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora dare un senso agli stimoli che colpiscono il nostro corpo e che raggiungono il nostro cervello, per il nostro SNC è come dare alla mappa un senso logico, lineare, coerente e personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così ogni mappa è soggettiva e ogni realtà riprodotta è diversa da quella prodotta da chiunque altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; da aggiungere che la traduzione effettuata dal SNC non tiene conto della possibile diversità dello stimolo che la sostiene né delle possibili diverse conformazioni dell&#8217;organo che questo stimolo riceve e trasporta. Inoltre non tiene neanche conto del fatto che la sua conformazione dipende anche dalle esperienze vissute.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cioè il cervello, che è un organo che traduce gli stimoli, non registra le differenze che lo costituiscono e lo rendono soggettivo per le forme assunte in relazione alle singole esperienze. Ciò perché non esiste una forma ideale organismica. Per lui tutto è perfettamente funzionante indipendentemente dal modo in cui gli organi funzionano. L&#8217;importante è che trasmettano l&#8217;informazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così possiamo concluderne che nella vita comune, pur assistendo ad un unico spettacolo musicale, non si è consapevoli del fatto che, per esempio l&#8217;udito di ognuno degli spettatori, è qualitativamente diverso dall&#8217;uno all&#8217;altro e che quindi ognuno costruisce una mappa soggettiva.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle forme umane tutta la fisiologia è differenziata ed assume forme identitarie diverse. Anzi è questa diversità che normalmente definiamo &#8216;identità&#8217;. Si realizza per questa differenziazione quell&#8217;unicità che ognuno di noi mette in campo nell&#8217;interpretare, per esempio, un&#8217;opera d&#8217;arte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il diverso peso del corpo sulla poltrona sono diversi i punti di vista rispetto al contesto dello spettacolo. I diversi SNC ricevono dal corpo, e quindi dagli occhi, orecchie, nasi, pelli ecc., messaggi diversificati per soggetto della stessa realtà. Informazioni diversificate poi tradotti e interpretati da cervelli diversi per esperienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con tutta questa diversità non può che esserci un esito diverse per ogni interpretazione della realtà, anche quando questa è comune a tante persone. Così l&#8217;applauso dedicato ad una stessa esecuzione musicale o ad un&#8217;opera teatrale, in realtà è rivolto ad una propria traduzione dell&#8217;opera, alla mappa che si è costruita e alle proprie proiezioni impressioni sensoriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto probabilmente l&#8217;arte è proprio questo: quell&#8217;attività, tipicamente umana che, pur nella diversità dei corpi, coglie il senso di infinitezza che li accomuna. Quel senso che li rende uguali!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso dell&#8217;umanità consiste proprio nel fatto che la differenza tra persone sta nella loro uguaglianza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle persone sono uguali i modi in cui realizzano costruzioni simili della realtà che li comprende. Quindi si è contemporaneamente uguali e diversi nell&#8217;interpretare la realtà così che lo si è, uguali e diversi, in tutte le altre istanze umane che non possono che essere improntate alla diversità e all&#8217;uguaglianze organismiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora, e veniamo alla conclusione di questo apparente panegirico, se un cieco non può costruire nel suo immaginario una realtà composta dagli stessi colori di un vedente, sarà mai possibile che un organismo composto di genitali maschili possa costruire, nel proprio immaginario, la stessa identica realtà di un organismo che possiede genitali femminili?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E pur essendo vero che tutti gli uomini sono uguali a tutte le donne di questo mondo, è anche sacrosantamente vero che la loro differenza non consiste solo nei genitali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un post di qualche giorno fa ho postato su Facebook una provocazione sul tema dell&#8217;aborto sul cui tema suggerivo fossero solo le donne ad esprimersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con queste righe vorrei eliminare la vena provocatoria e, volendo entrare nello specifico, vorrei rivolgermi a tutti gli amici e nemici, uomini e maschi, di un certo credo, ceto, età, estrazione e appartenenza e fede politica e ideologica, e chiedergli: ma secondo voi, onestamente, è mai possibile per noi, di genere maschile, sostituirci agli esseri di genere femminili nelle decisioni che riguardano la maternità? Ma per come siamo conformati e costituiti, noi uomini potremmo mai cogliere e rappresentarci la sensazione fisica della fecondazione, per amore o per violenza subita, le leggeri intemperanze chimiche che seguono i movimenti dell&#8217;ovulo nello spostarsi e radicarsi nell&#8217;utero. Potremmo mai immaginare le mappe delle flebili sensazioni dello sviluppo dell&#8217;embrione e quelle che vengono dopo, quando si trasforma in feto e poi spinge per nascere? E potremmo mai rappresentarci quelle sensazioni che derivano dalla ricerca sempre maggiore dello spazio che il nuovo organismo comincia a reclamare nella ricerca del proprio posto nel mondo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco! E&#8217; con questi messaggi fisici, chimici, esperienziali che una donna fa i conti quando deve decidere se portare avanti o no la propria gravidanza. Messaggi che io uomo fatico ad immaginare e che, a volte invidiandola, mi rappresento sempre come un dono quell&#8217;onere di decidere se consentire o no, alla vita che alberga nel suo grembo, di continuare ad &#8216;essere&#8217;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per queste condizioni solo l&#8217;arroganza, la presunzione, la prepotenza e la violenza possono permettere a degli stessi esseri umani maschi di intromettersi in una decisione strettamente femminile.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Fonte: dal blog &#8220;<a href="https://vegetoterapia.blogspot.com/?m=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Psicoterapia del CorpoMente</a>&#8220;</h4>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il panico nei bambini, negli adulti e negli anziani</title>
		<link>https://www.lidap.it/2024/04/23/il-panico-nei-bambini-negli-adulti-e-negli-anziani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2024 23:34:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti sul Dap]]></category>
		<category><![CDATA[La ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lidap.it/?p=5871</guid>

					<description><![CDATA[Il panico nei bambini, negli adulti e negli anziani. Un solo processo, una radice comune: la repressione dell&#8217;adgredior (aggressività) e dell&#8217;espressione della rabbia. di Giuseppe Ciardiello Nei notiziari e nei normali organi di stampa sembra che la violenza sia in aumento e che si concretizza nelle reazioni violente di uomini che non sanno reagire altrimenti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading">Il panico nei bambini, negli adulti e negli anziani. Un solo processo, una radice comune: la repressione dell&#8217;<em>adgredior</em> (aggressività) e dell&#8217;espressione della rabbia.</h3>



<p class="wp-block-paragraph">di Giuseppe Ciardiello</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei notiziari e nei normali organi di stampa sembra che la violenza sia in aumento e che si concretizza nelle reazioni violente di uomini che non sanno reagire altrimenti alle separazioni. Fanno notizia anche gli anziani ridotti in solitudine e i disturbi d&#8217;ansia che colpiscono anche i bambini, disturbi che si pensava colpissero solo gli adulti.<br>Bambini, donne e anziani stanno facendo i conti con una stessa realtà. Quella nascosta nella disattenzione, superficialità, noncuranza e mancanza di riguardo che è espressione di un&#8217;unica forma di violenza che troppo spesso è letta come agressività.<br>In questo contesto è necessario prendere coscienza del fatto che il vero problema non sta nell&#8217;aggressività, che in fin dei conti non è altro che il modo in cui le emozioni sono espresse, bensì nella violenza che si camuffa e nasconde nelle espressioni che gli somigliano.<br>L&#8217;aggressività, la vitalità, l&#8217;impetuosità e la vivacità, che spesso vengono giudicate come manifestazioni prepotenti e dispotiche, sono in realtà solo maniere irruenti e veementi di relazionarsi. Ma proposta con un senso così grossolano, la vitalità necessita di un distinguo perchè sia riabilitata la sana e libera espressione delle emozioni.<br><strong><a href="#1. La rabbia">1. La rabbia come &#8216;stato mentale&#8217; e la sua carica: l&#8217;adgredior</a><br><a href="#2. La repressione">2. La repressione dell&#8217;adgredior nel disturbo panico</a><br><a href="#3. nei bambini">3. La repressione dell&#8217;adgredior e il disturbo panico nei bambini</a><br><a href="#4. nelle donne">4. La repressione dell&#8217;aggredior e il panico nelle donne</a><br><a href="#5. negli anziani">5. Il panico negli anziani e la paura della sparizione</a></strong></p>



<h4 class="wp-block-heading"><li id="1. La rabbia"></li>1. La rabbia come &#8216;stato mentale&#8217; e la sua carica: l&#8217;adgredior</h4>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>&#8216;Il cielo era così stellato, così luminoso che, guardandolo, ci si chiedeva istintivamente: è mai possibile che sotto un simile cielo vivano uomini collerici e capricciosi?&#8217;</strong></em> (Fedor Dostoevskij, &#8216;Le notti bianche&#8217;)<br><em><strong>&#8216;Io sono un uomo malato… astioso. Sono un uomo malvagio. Credo di essere malato di fegato. Del resto non ne so un accidente della mia malattia e non so neppure esattamente cosa mi faccia male… So meglio di chiunque che in questo modo danneggio unicamente me stesso e nessun altro; eppure, se io non mi curo, è solo per rabbia. Ho mal di fegato? Tanto meglio, mi faccio ancora più male!<br>E&#8217; un pezzo che vivo così: saranno vent&#8217;anni. Ora ne ho quaranta. Prima ero impiegato, adesso non lavoro più. Ero un pessimo impieato. Ero sgarbato e ci provavo gusto.&#8217;</strong></em> ( Fedor Dostoevskij, &#8216;Memorie dal sottosuolo&#8217;)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così è narrata l&#8217;emozione della rabbia da un noto e grande autore di narrativa. Proposta come una falsa capricciosità, viene descritta come uno stato mentale dipinto da un rancore inspiegabile.<br>L&#8217;ipotesi che possiamo fare è che queste forme di rancore si siano formate in seguito ad esistenze sofferte e per la fatica di vivere; forse per un blocco di senso e per la difficoltà incontrata nel costruire una realtà in sintonia con quella accettata da tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altri autori specialisti della materia psichica, hanno riscontrato che questa difficoltà è inclusa nella normale funzione mentale e che, in condizioni particolari, può fare la sua comparsa in chiunque.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>&#8216;In merito alle ultime concezioni della malattia mentale, Franco Basaglia sostenne che la follia è in definitiva una &lt;condizione umana&gt;, e quindi esiste nell&#8217;uomo come esiste la ragione</strong></em><sup data-fn="38f15486-9b7c-477f-b3c0-4e0cdd4f0ba4" class="fn"><a href="#38f15486-9b7c-477f-b3c0-4e0cdd4f0ba4" id="38f15486-9b7c-477f-b3c0-4e0cdd4f0ba4-link">1</a></sup><em><strong>.</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Siccome la rabbia è l&#8217;emozione che sorge in reazione al dolore, quando colora l&#8217;intera personalità e appare come uno stato della mente, è probabile che sia indice di un&#8217;antica traccia d&#8217;esperienza. Che il suo consolidamento viene da un dolore primario; forse dal dolore che nasce dalla repressione dell&#8217;aggressività (adgredior<sup data-fn="19b1f74c-0cb1-438c-91d5-efdcde2a8fb1" class="fn"><a href="#19b1f74c-0cb1-438c-91d5-efdcde2a8fb1" id="19b1f74c-0cb1-438c-91d5-efdcde2a8fb1-link">2</a></sup>).<br>Questo stato repressivo si può spiegare col fatto che alcune condizioni sociali, familiari, economiche ecc., impediscono la normale evoluzione delle persone. Creando sensi di colpa e disistima, queste condizioni bloccano la loro naturale vitalità così che, una volta resa deficitaria, la persona spinge le proprie energie su quegli aspetti della personalità che Bleuler vede nella comune condizione umana<sup data-fn="6330943c-c0cd-4b5b-a8d3-bd6114bd4a25" class="fn"><a href="#6330943c-c0cd-4b5b-a8d3-bd6114bd4a25" id="6330943c-c0cd-4b5b-a8d3-bd6114bd4a25-link">3</a></sup>. Così nelle persone più fragili e delicate, può essere messa a rischio la sanità psicologica quando vengono intaccate le funzioni dell&#8217;io e così, come forse i personaggi di Dostoevskij, l&#8217;impossibilità ad agire l&#8217;adgredior può produrre uno &#8216;stato mentale&#8217;<sup data-fn="265b2716-5ac4-4791-9c0f-c5178369381d" class="fn"><a href="#265b2716-5ac4-4791-9c0f-c5178369381d" id="265b2716-5ac4-4791-9c0f-c5178369381d-link">4</a></sup> rabbioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il presente lavoro sostiene questa ipotesi: cioè che un organismo inibito, originariamente impedito nell&#8217;espressione naturale dell&#8217;adgredior, può esitare in un&#8217;organizzazione panica e sviluppare reazioni violente autodirette. Questa inversione dell&#8217;espressione rabbiosa, che nel suo accumularsi si trasforma in violenza e procura esiti riconducibili al disturbo panico, può avvenire in tutte le fasi della vita delle persone più fragili: bambini, donne ed anziani.<br>La rilettura dell&#8217;aggressività nei termini dell&#8217;adgredior necessita però di una ridefinizione.<br>Intanto va distinta dalle emozioni perché, mentre per esempio la rabbia è una manifestazione emozionale che si accompagna a correlati corporei specifici e fissi in risposta ad un dolore o ad un pericolo, l&#8217;aggressività è la descrizione del modo in cui la rabbia è espressa. Infatti l&#8217;uso del termine &#8216;aggressivo&#8217; può riferirsi alla quantità dell&#8217;energia impiegata nell&#8217;emozione oppure alla sua qualità. Così un&#8217;emozione priva di adgredior (di aggressività), è blanda o insignificante mentre se ne è carica viene di solito considerata violenta anche se è solo veemente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con questo diverso significato l&#8217;adgredior andrebbe coltivato piuttosto che inibito così che , fin da piccol*, le persone imparino ad usarla. Invece, al contrario, il termine &#8216;aggressivo&#8217; è sovradeterminato e, impiegato come sinonimo di violenza, è sovente sovrapposto alla rabbia.<br>Una volta bloccata la rabbia, l&#8217;aggressività che la sostiene tracima e, carica di ulteriore dolore, sconforto e impotenza, si tramuta in violenza. Una volta formatasi, e non potendosi esprimere verso l&#8217;esterno contro le persone care, questa violenza è rivolta contro sé stessi lacerando i legami che tengono insieme le funzioni dell&#8217;io. È questo evento finale a generare quella deflagrazione che, definita panico, non si manifesta quando la violenza si indirizza verso l&#8217;esterno.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><li id="2. La repressione"></li>2. La repressione dell&#8217;adgredior nel disturbo panico</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Dagli anni settanta, e fin quasi ai novanta, il panico si era imposto come una disfunzione quasi tipicamente femminile. Al suo esordio si parlava di Disturbo da Attacco di Panico (DAP) e gli eventi improvvisi, e apparentemente immotivati, erano descritti come una generica reazione, fisica e psicologica, a momenti di forte stress. Quei cambiamenti evolutivi che si accompagnavano a separazioni ed eventi relazionali faticosi, in alcune persone sfociavano in perdita di equilibrio (omeostatico) delle funzioni organismiche (saltava la coordinazione del respiro, dei movimenti oculari, del battito cardiaco, dell&#8217;equilibrio fisico e di tutte le altre funzioni, corporee e mentali)<sup data-fn="1aad2a3c-54b3-4cf1-86b7-62c594997f01" class="fn"><a href="#1aad2a3c-54b3-4cf1-86b7-62c594997f01" id="1aad2a3c-54b3-4cf1-86b7-62c594997f01-link">5</a></sup>. Nella condizione del panico le persone non si riconoscevano più nel complesso delle funzioni coordinate dell&#8217;Io; perdevano la capacità di controllo del proprio corpo e il senso di unitarietà cui erano abituate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora oggi il disturbo panico non è riconducibile a cause specifiche e l&#8217;ipotesi più accreditata rimane quella che lo vede dipendere da problemi di separazione, quindi relazionali. Continua però a mancare una sua descrizione dinamica e funzionale.<br>Un punto di vista che cerca di descriverne la formazione lo lega all&#8217;inibizione dell&#8217;aggressività e della rabbia. È una descrizione che, tenendo conto delle osservazioni di Bowlby<sup data-fn="6af58e36-d9fd-44f5-90a5-63bf1e9df62c" class="fn"><a href="#6af58e36-d9fd-44f5-90a5-63bf1e9df62c" id="6af58e36-d9fd-44f5-90a5-63bf1e9df62c-link">6</a></sup> sull&#8217;attaccamento, è stato proposto dall&#8217;autore del presene lavoro in un articolo di qualche anno fa<sup data-fn="67abda4d-3c47-4c34-a93a-daf765a3324d" class="fn"><a href="#67abda4d-3c47-4c34-a93a-daf765a3324d" id="67abda4d-3c47-4c34-a93a-daf765a3324d-link">7</a></sup>. La repressione dell&#8217;aggressività e della rabbia nelle prime fasi evolutive impedisce un normale processo di integrazione e coordinazione organismica e dà luogo a funzioni dell&#8217;io instabili e precarie. Di concerto si configurano fissazioni ai processi di non/integrazione primari che rendono difficoltoso l&#8217;accesso ai successivi processi di integrazione<sup data-fn="46bc4e5e-e22a-49c9-b326-2604893f8ef2" class="fn"><a href="#46bc4e5e-e22a-49c9-b326-2604893f8ef2" id="46bc4e5e-e22a-49c9-b326-2604893f8ef2-link">8</a></sup>. Per la descrizione era presa in prestito l&#8217;ipotesi integrativa di Winnicott<sup data-fn="5e893bc8-1ac0-4547-870a-e5385bdf12be" class="fn"><a href="#5e893bc8-1ac0-4547-870a-e5385bdf12be" id="5e893bc8-1ac0-4547-870a-e5385bdf12be-link">9</a></sup>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, mentre la regressione è un processo normale che, per esempio, si realizza anche in momenti di relax, quando ci si distende o si è massaggiati o quando ci si prepara per dormire<sup data-fn="dbf44d2d-4f3b-4872-b4e0-0c5b7039c365" class="fn"><a href="#dbf44d2d-4f3b-4872-b4e0-0c5b7039c365" id="dbf44d2d-4f3b-4872-b4e0-0c5b7039c365-link">10</a></sup>, la repressione dell&#8217;adgredior richiama la rabbia, che è la risposta ad un dolore, e che accumulandosi arriva ad assumere i tratti della violenza.<br>Nelle persone sofferenti di panico il dolore e la rabbia repressi vengono sostituiti da comportamenti relazionali compensatori e riparatori. Questi sforzi relazionali le fanno apparire affidabili, competenti, responsabili e capaci di farsi carico di molte realtà, sociali e familiari, in maniera anche molto abile. Non di rado infatti il panico si mostra anche l&#8217;opportuno salvagente capace di assorbire e contenere disturbi più gravi le cui manifestazioni, di derealizzazione e depersonalizzazione, sono ben compensate.<br>Ma l&#8217;abito panico rappresenta personalità solo apparentemente forti perché, in qualsiasi momento della loro vita,  un qualsiasi evento può scatenare una grande deflagrazione e disintegrarle. Basta che l&#8217;evento, seppure inconsapevolmente, si agganci a una qualsiasi àncora generatasi nei primi anni di vita.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><li id="3. nei bambini"></li>3. La repressione dell’adgredior e il disturbo panico nei bambini</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Il panico può fare la sua comparsa anche nei bambini.<br>Secondo il DSM-5 l’Attacco di Panico è una paura improvvisa che produce enorme disagio, fisico e psicologico, in un brevissimo lasso di tempo.<br>Il DAP si accompagna di solito con il disturbo panico che si coniuga anche col timore di sperimentarne di nuovi. Ciò comporta la modifica del comportamento che si esprime negli atteggiamenti indicati come &#8216;la paura della paura&#8217;.<br>I bambini che soffrono di disturbi di panico non sono pochi e si situano, con quelli diagnosticati ansiosi, tra lo 0,2% e il 10%<sup data-fn="4d2ec155-bf51-4937-a896-82e991eb4c20" class="fn"><a href="#4d2ec155-bf51-4937-a896-82e991eb4c20" id="4d2ec155-bf51-4937-a896-82e991eb4c20-link">11</a></sup>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nei bambini, come negli adulti, i disturbi relativi al panico si manifestano con sintomi fisici e psichici e anche per loro i disturbi psicologici, meno facilmente riconoscibili come disturbi, sono anche meno accettati: sensazione di irrealtà e derealizzazione (essere distaccati dalla realtà e da se stessi), paura di morire o impazzire sono spesso sottovalutati se non derisi.<br>Anche in loro gli attacchi sono improvvisi e imprevedibili e, come per gli adulti, le situazioni scatenanti non sono individuabili. Singolare è il fatto che possono verificarsi anche mentre il bambino è in condizione di riposo o sta dormendo. Il fatto che il panico possa verificarsi anche nei momenti di relax, oltre che in quelli di stress relazionale, depone a favore dell&#8217;idea che l&#8217;attacco di panico possa essere l&#8217;esito di una regressione ad uno stato evolutivo primario di non integrazione che, nel corso di momenti di allentamento delle difese, è vissuto come disintegrante piuttosto che come non integrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La repressione dell&#8217;aggressività (adgredior) nei bambini, necessaria e imposta dalle esigenze educative e culturali, ha bisogno di essere modulata secondo parametri di sostenibilità soggettiva. Quando l&#8217;adgredior viene semplicemente negata, la reazione al dolore è la rabbia che, a sua volta confusa e interpretata come violenza, è negata dalle figure di accudimento. La disattenzione alla &#8216;sintonia interattiva&#8217; può rivelarsi uno strumento in grado di spegnere la vitalità, l&#8217;irruenza e la combattività.<br>Nel corso degli anni la continua sovrapposizione della violenza e dell&#8217;aggresività tende a saldarsi in una commistione difficile da districare. Quando in alcune occasioni i bambini fanno i capricci e rompono gli oggetti o in altre, si spaventano e diventano inconsolabili nelle loro richieste affettive, le figure di accudimento vivono l&#8217;impotenza che esprimono con un&#8217;ulteriore reazione rabbiosa. Queste reazioni ancora di più tendono a inibire i comportamenti espressivi delle emozioni dove, a quel punto, la paura la fa da padrona. Emerge un&#8217;unica possibilità: aggredire sé stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa violenza autodistruttiva verso i propri legami interni, in alcuni bambini si esprime con l&#8217;angoscia nei momenti di relax e di abbandono. Ciò accade perché i normali momenti abbandonici (quindi regressivi), insieme all&#8217;allentamento delle difese provocano anche un allentamento dei legami che tengono insieme le funzioni dell&#8217;Io. Se per quei momenti non esistono i presupposti relazionali che permettono l&#8217;allentamento e l&#8217;abbandono, il ritorno ai &#8216;sicuri&#8217; vissuti di non integrazione delle prime fasi evolutive diventa spiacevole. In quei casi la regressione riporta agli stati di non integrazione primari dove la fantasia, l&#8217;onnipotenza e la distruttività sono vissuti con spavento perché le relazioni primarie non hanno saputo mettere in sicurezza le configurazioni egoiche che restano caratterizzate dall&#8217;incertezza.<br>Questa ipotesi, formulata con l&#8217;uso delle teorizzazioni di Winnicott, non cambia se vista indossando gli occhiali della teoria polivagale di Porges. Le àncore affettive ed emozionali delle interazioni primarie, quando sono disfunzionali dissolvono il possibile ingaggio del sistema sociale e lasciano attivato il sistema simpatico (…di allarme). L&#8217;esito è un vissuto di dissoluzione che non può che essere catastrofico!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali i rimedi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;aggressività è quindi connaturata all&#8217;espressione delle emozioni e le connette come fosse contenuta nei vagoni del treno emozionale. Purtroppo poi accade che l&#8217;aggressività venga confusa con la rabbia e inibita così che, dopo essersi accumulata e diventata insostenibile, dilaga violentemente.<br>L&#8217;aggressività nei bambini non andrebbe repressa perché è dalla loro capacità di modularla che prende forma la capacità di sentire, individuare e distinguere le emozioni che fanno capo alla formazione dell&#8217;Io<sup data-fn="c97f1148-de68-4179-bd6b-6f023c530cd9" class="fn"><a href="#c97f1148-de68-4179-bd6b-6f023c530cd9" id="c97f1148-de68-4179-bd6b-6f023c530cd9-link">12</a></sup>. Di converso, è la sua inibizione a stravolgere la possibilità di comprenderle.<br>Il tentativo di svuotare le emozioni dall&#8217;aggressività, e pretendere che si sia emozionati in maniera calma e tranquilla, vanifica l&#8217;intento conoscitivo e discriminatorio delle singole emozioni che, se prive di carica affettiva perdono la caratterizzazione e non possono essere riconosciute. Dovendosi colorare di un gradiente energetico qualitativo, le singole emozioni richiedono di essere vissute in maniera aggressiva, profonda, diretta, viscerale e vitale. Solo dopo aver esperito questo tipo di vissuto emotivo si può avvertire il suo incarnarsi e solo allora diventa possibile con/dividere quello che si è provato e, infine, in una vicinanza emotiva e fisica con le altre persone, costruire i diversi significati di quello che si è provato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo modo che i bambini imparano a modulare l&#8217;adgredior che compone le emozioni e arrivano a sentirsi legittimati ad esprimerle senza spaventarsi.<br>Ciò che invece incide negativamente sull&#8217;identificazione dei vissuti e li confonde è la disattenta educazione infantile.<br>Spesso il movimento aggressivo è represso sul nascere perché o non riconosciuto o perché lo si interpreta come rabbia e violenza. Accade per esempio quando ai bambini vengono ingiunti comportamenti che a lungo andare diventano stereotipati e abitudinari, quando vengono limitati nel movimento (fermo li, non ti muovere…), nell&#8217;espressione verbale (non interrompere mentre parla un adulto…), nel tono di voce (non parlare ad alta voce…), ecc.<br>È la libera espressione delle emozioni, oculatamente modulata e calibrata nel tempo e nello spazio, a permettere ai bambini di maneggiare e gestire un proprio mondo emozionale e così creare quella interpretazione della realtà soggettiva che è in equilibrio con l&#8217;interpretazione degli altri e che sola può dare l&#8217;idea di vivere una stessa realtà, univoca e condivisa.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><li id="4. nelle donne"></li>4. La repressione dell&#8217;aggredior e il panico nelle donne</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;attuale realtà sociale le donne acquisiscono più dei maschi (per convenzione culturale?) i tratti di una coartazione dell&#8217;espansività e di un&#8217;introiezione dell&#8217;aggressività. Per il fatto di detenere la caratteristica onnipotenza di dare la vita, non hanno bisogno di confliggere e competere nelle espressioni della vitalità sociale. In questo confronto le donne risultano tradizionalmente tendenti alla cooperazione anche se poi si convincono di evitare la competizione perché <a href="https://lavoce.info/archives/16746/competitivita-uomo-donna-competizione/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">svantaggiate</a>. Potrebbe allora darsi che le donne rivolgano alla configurazione panica piuttosto che alle manifestazioni violente, come la guerra e la produzione delle armi, la propria aggressività? E potrebbe darsi che sia perchè sono meno naturalmente predisposte alla distruzione dell&#8217;oggetto e più orientate alla sua preservazione?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò per dire che le donne, malgrado le attuali spinte sociali che tendono a minimizzare le differenze di genere, nelle relazioni restano più capaci degli uomini di usare modalità aggressive piuttosto che violente. Al contrario gli uomini continuano a privilegiare modalità che mostrano un&#8217;evidente difficoltà ad individuare legittime espressioni maschili di adgredior che non ricalchino la violenza.<br>Alcuni tratti di comportamento, imposti dai diversi ceti sociali alle donne, finiscono per apparire naturali espressioni di genere. Per esempio la fedeltà, la gentilezza, la sottomissione, la timidezza, il perbenismo, anche quando sono impliciti, sono pretesi e sanciti in maniera molto rigida per il genere femminile. Se qualcuna si permette un comportamento contrario, o anche modicamente alternativo, in quei contesti può essere additata come maschiaccio o strega o pazza, sciamana o santona<sup data-fn="ac311347-58aa-47fb-861f-298e49ac5d50" class="fn"><a href="#ac311347-58aa-47fb-861f-298e49ac5d50" id="ac311347-58aa-47fb-861f-298e49ac5d50-link">13</a></sup>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse per esigenze storiche ed evoutive i due generi, femminile e maschile, hanno sviluppato una sorta di cecità per la lotta intestina arrivando a legittimare la sopraffazione dell&#8217;uno, il genere maschile, su quello femminile. Ambedue hanno permesso, a volte anche esplicitamente consapevoli, che la mancanza della capacità di emanciparsi venisse considerata un tratto connaturato all&#8217;essere femminile. L&#8217;imposizione di questa caratteristica, avvenuta per convenzione sociale, vede negata alle donne la libera espressione dell&#8217;insofferenza, della rabbia, della stanchezza nei confronti di tutto ciò che riguarda l&#8217;accudimento dei figli o dei genitori o dei mariti e compagni. Viene considerato innaturale manifestare stanchezza nei confronti dei familiari mentre è naturale, e quindi imposto e preteso, che da sole e per un innato istinto materno, sappiano come condurre con la gestazione, il parto, l&#8217;allevamento filiale e nei confronti di tutto ciò che la società reputa doveroso. Inutile dire che per questi oneri la naturale transazione economica è la gratuità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa finestra culturale il panico si è presentato come l&#8217;unica via d&#8217;uscita per molte donne. In certe occasioni è stato come un salvagente per continuare a nuotare nel mondo della ribellione senza rischiare di andare alla deriva e perdersi; in altre è stata l&#8217;unica occasione concreta di esprimere il malessere diffuso derivante dalla soppressione della naturalezza espressiva (adgredior). È stato un modo di esprimere quella rabbia che, nata dal dolore per la soppressione della propria vitalità e visceralità, si è rivolta contro sé stesse per impossibilità e/o incapacità a volgersi verso l&#8217;esterno.<br>In realtà, quando il panico è comparso presentandosi come disturbo prevalentemente femminile, non è vero che era un altro modo in cui l&#8217;isteria si manifestava quanto piuttosto era un altro modo con cui la società colpiva le parti più fragili della sua composizione. Erano quelle meno tradizionalmente garantite e tutelate; quelle per le quali le espressioni rabbiose e rivendicative erano socialmente e culturalmente represse. Quelle per le quali ancora oggi, le più comuni rivendicazioni sociali suscitano reazioni di rifiuto da parte delle istituzioni e da parte dei compagni e partner; rifiuto che si concretizza in modo eclatante nel diniego del pieno controllo del proprio corpo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;emancipazione femminile è costantemente sottomessa e, quando e se, anche alle neonate è riconosciuto il diritto alla vita, le diverse culture si organizzano sopprimendone i movimenti naturali e affermativi. L&#8217;adgredior viene sistematicamente repressa fino ad essere completamente bandita dal comportamento. ll tipicamente femminile, che come proiezione maschilista<sup data-fn="11a579bc-fc7a-4f8d-ace9-e81a1ebe3bb0" class="fn"><a href="#11a579bc-fc7a-4f8d-ace9-e81a1ebe3bb0" id="11a579bc-fc7a-4f8d-ace9-e81a1ebe3bb0-link">14</a></sup> si nasconde anche nelle pieghe delle iniziative più meritevoli<sup data-fn="8819aa8b-aedd-44da-a985-0a645f52e348" class="fn"><a href="#8819aa8b-aedd-44da-a985-0a645f52e348" id="8819aa8b-aedd-44da-a985-0a645f52e348-link">15</a></sup>, si avvale di logiche familiari e di gruppo che concordano implicitamente nell&#8217;inibire i movimeni naturali e spontanei. L&#8217;esito educativo della cultura imprime dentro il corpo delle donne il disconoscimento della propria aggressività e lo fa vestendo di perbenismo l&#8217;incarnazione di questa repressione che si realizza con specifiche tensioni muscolari, del volto, degli occhi, spalle, braccia e così via. Queste tensioni compromettono l&#8217;identificazione emozionale e condizionano l&#8217;interpretazione dei sentimenti. Alcune donne si persuadono di non provare affatto certe emozioni, oppure le confondono con altre più socialmente condivise, e si mostrano intolleranti specialmente con i propri tratti aggressivi perpetuandone la soppressione nell&#8217;educazione che a loro volta impartiscono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la rabbia, che di solito è una reazione all&#8217;inibizione dell&#8217;adgredior, viene giudicata anormale specie quando è vissuta nei confronti dei figli, dei mariti, compagni e amiche, perché è una rabbia che stride, secondo un&#8217;idea creduta legittima, con i comportamenti da tenere nei ruoli di mogli e madri.<br>La buona educazione familiare tende a sopprimere l&#8217;adgredior dall&#8217;attività corporea e, specialmente nelle donne, si incarna nel perbenismo delle forme verbali e del bon ton. È anche in questo modo che il campo educativo femminile viene invaso da configurazioni caratteriali improntate alla dolcezza, alla sottomissione, all&#8217;arrendevolezza, alla comprensione, alla sopportazione e a tutte quelle caratteristiche che alla fine non vengono più viste come modalità apprese, bensì come qualità naturali per le quali le donne possono essere considerate &#8216;carine&#8217;.<br>Una volta sancitane la negazione, l&#8217;espressione dell&#8217;adgredior (energia vitale e voglia di vivere) viene interpretata come indice di violenza e si scontra con i sensi di colpa e di vergogna. Quando hanno la meglio, queste altre due emozioni ne prendono il posto al punto che l&#8217;adgredior può non essere più sentito nè riconosciuto come bisogno essenziale di movimento e relazione. Lentamente si converte in dolore tedioso (rabbia repressa).</p>



<p class="wp-block-paragraph">È negli spiriti sofferenti e fragili della società che trova rifugio questa risposta, nelle persone dove il dolore, spesso incomprensibile e ingiusificabile, diventa quella rabbia che aggredisce i legami tra le funzioni dell&#8217;Io. Aggressione autodiretta che oggi vivono anche molti uomini. È lo stesso tipico processo in atto negli atteggiamenti violenti e sadici, quelli che si camuffano anche con risvolti masochisti e che per questo, ancora una volta, vengono definiti &#8220;tipicamente femminili&#8221;. Sono questi i comportamenti che scopriamo attivi nei fragili e sensibili personaggi di Dostoevskij: Ho mal di fegato? Tanto meglio, mi faccio ancora più male!<br>Ancora l&#8217;autoaggressione, ancora il sé aggredito e ancora parti distorte che non vengono riconosciute come parti &#8216;non integrate&#8217; di sé, ma che vengono confuse con l&#8217;esito del vissuto &#8216;disintegrante del sé&#8217;. Sono quelle parti vissute come estranee, ed esperite come dissociate e non appartenenti al sé originario, che deve essere sempre integro e ben funzionante, che sono spesso proiettate sul mondo esterno per costruire una risposta confermativa alle proprie false credenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste laceranti pressioni interiori colorano il carattere panico e spingono le persone a impegnarsi per tenere insieme le parti e consentire alla relazione di sopravvivere. Ciò in nome di una coerenza emotiva, per una logica d&#8217;amore e affetto, per linearità comportamentale, per fedeltà alle promesse d&#8217;amore e per contenere le passioni. Le persone che soffrono di panico non vivono questi comportamenti come spontanei e naturali ma li vestono quotidianamente come fossero vestiti psicologici. Li indossano sforzandosi di tenerli puliti badando ai sentimenti irruenti e modulando il comportamento a seconda delle contingenze sociali. Sono quindi anche quelli che cercano di sottrarsi alle crisi evolutive ed esistenziali e le sfuggono per una rabbia antica. Quella stessa che, quando supera la capacità di contenimento, le precipita nel baratro delle componenti corporee la cui integrità si dissolve; quella dove l&#8217;orientamento si perde in un mondo mentale disarticolato e in cui sopravvive solo la paura della mancanza del collante che le tiene unite, coordinate, coerenti, fluide e controllate. Quella rabbia dove il rischio è che l&#8217;Io si dissolva.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><li id="5. negli anziani"></li>5. Il panico negli anziani e la paura della sparizione</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Come si è visto il panico si accompagna sempre ad una paura che, in quanto tale, invade completamente la mente! Ma l&#8217;invasione della mente da parte di grandi emozioni è un&#8217;esperienza piuttosto comune come lo è l&#8217;identificarsi con i propri pensieri, le idee, i concetti e le immagini prodotte dal cervello. In realtà ci si identifica con i prodotti della mente così come ci si identifica con il corpo e le azioni svolte. Ci si identifica col modo di camminare, di parlare, gesticolare e in genere si è convinti di &#8216;essere&#8217; tutte le funzioni che l&#8217;organismo svolge.<br>Anche quando non ci si sofferma col pensiero, in genere si &#8216;sa&#8217; che le funzioni dell&#8217;organismo sono azioni in corso, e cioè &#8216;atti comportamentali&#8217; piuttosto che oggetti e che, come tali, non esistono prima di realzzarli. Il fatto quindi che i comportamenti appartengano alla categoria delle azioni piuttosto che degli oggetti, e che appartengano ad una realtà transitoria, comporta il vantaggio di potersi identificare con azioniche hanno un orientamento strategico e possono quindi cambiare a seconda dei contesti. Lo svantaggio è che quei comportamenti sono soggetti alla legge del tempo e, appunto col passare del tempo, perdono l&#8217;integrità e la flessibilità. Decorsa l&#8217;epoca d&#8217;oro dell&#8217;età di mezzo, tutte le attività umane diventano faticose e anche parlare, pensare, immaginare o spostarsi anche di poco nello spazio, tende a diventare difficile. Nell&#8217;età senile la perdita di colpi si fa incisiva e frequente. Si scopre di essere imperfetti e che è sempre più difficile recuperare le funzioni faticosamente costruite dall&#8217;infanzia. Queste perdite sono vissute come grosse ferite narcisistiche che spaventano e avvertono di un disastro imminente: un decadimento dell&#8217;Io se non la sua sparizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere pienamente il vissuto emergente in questo contesto è necessario considerare il pronome &#8216;Io&#8217; non solo come l&#8217;accostamento di due lettere ma la rappresentazione dell&#8217;esperienza principe dell&#8217;evoluzione umana. Essa consiste nell&#8217;insieme dei processi più importanti della crescita che sono retti da due funzioni basilari: movimento e relazione (vedi anche la nota 14).<br>Dopo il pasaggio per l&#8217;età di mezzo, queste due funzioni tendono a ridursi per motivi fisici, dovuti all&#8217;invecchiamento (vero e proprio) dei tessuti muscolari, tendinei e articolari, e per motivi sociali dovuti all&#8217;avvicendamento generazionale in cui più si invecchia e più ci si ritrova soli per la scomparsa progressiva dei coetanei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;esperienza del processo d&#8217;invecchiamento, la graduale sparizione dell&#8217;Io può essere vista come il processo d&#8217;inversione della sua formazione. L&#8217;inversione evolutiva è un naturale processo decostruttivo che si basa sulla capacità di regredire, nel senso di tornare indietro sul processo evolutivo, quando è ncessario modificare un comportamento. Ma quando questo regresso avviene per degrado evolutivo, vuoi per età anagrafica o per motivi di malattia, l&#8217;Io perde anche la capacità di ri/configurarsi. Poi, a seconda degli accadimenti e degli stili di vita, anche quando il degrado può essere rallentato, in ogni caso non può essere evitato. Tutto ciò determina quasi un senso comune per cui, gli ultimi periodi di vita, rappesentano un pò per tutti come il ritorno all&#8217;originara condizione di &#8216;non/integrazione&#8217; organismica.<br>Questa condizione di irreversibilità dagli anziani può essere vissuta come l&#8217;ombra di una condanna in cui, ogni progressiva mancanza funzionale, fisica e psichica, può diventare un sintomo che ogni volta segna la conferma della disintegrazione in corso. Ogni mancanza è un poco di &#8216;Io&#8217; e di &#8216;Me&#8217; che se ne vanno. Con questa sparizione cresce anche la consapevolezza di un sempre più improbabile recupero. Perché non c&#8217;è più tempo, non c&#8217;è più resilienza, non c&#8217;è più forza&#8230;!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ritmo della sparizione aumenta con l&#8217;età come suggerisce Yalom<sup data-fn="591acdfa-c5ba-4125-bc8c-a4ac0332d70b" class="fn"><a href="#591acdfa-c5ba-4125-bc8c-a4ac0332d70b" id="591acdfa-c5ba-4125-bc8c-a4ac0332d70b-link">16</a></sup> con la metafora della sala cinematografica: ognuno entra dal fondo da piccolo e occupa i primi posti a sedere. Col passare degli anni scala di posto e si avvicina allo schermo come si avvicina alla vecchiaia fino ad uscire di scena. Con l&#8217;avvicinarsi dell&#8217;anzianità diventa sempre più precipitosa l&#8217;approssimarsi delle ultime file e più s&#8217;invecchia più velocemente e più frequentemente ci si ammala. Le articolazioni iniziano a soffrire degli sbalzi di temperatura e diventano meno fluide. I ragionamenti si semplificano, i discorsi perdono di complessità. I legami logici faticano ad essere lineari e l&#8217;architettura mentale si semplifica e perde la sua ricchezza e fascino. La memoria a volte si smarrisce e perde la precisione dei contatti e dei riferimenti nei quali si riconosce. Le lacune aumentano e nel nuovo processo evolutivo cresce quel disordine che tanto disorienta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa fase di vita la graduale perdita di integrità, fisica e psichica, segna nel corpo di ogni persona una traccia di impotenza e le piccole malattie, che si accumulano e che, anche nella loro insignificanza si sommano, come una leggera zoppìa o un lieve tremore, possono diventare il segno tangibile e personale di un salto verso il processo disintegrante.<br>Il vissuto di questa condizione può essere molto vicino al panico inteso come quell&#8217;esperienza in cui le persone scoprono l&#8217;impotenza nei confronti del rischio dissolutivo.<br>Anche nel panico compare la paura di non potere più essere quell&#8221;Io&#8217; in cui ci si riconosceva e non potere più svolgere in maniera autonoma le semplici e quotidiane funzioni vitali. È quella condizione che si chiama &#8216;paura della paura&#8217; in cui si paventa e si teme il momento in cui non si saprà/potrà più badare a se stessi. È quella condizione molto simile a quell&#8217;altra, vissuta nel decorso evolutivo degli anziani, in cui si può rischiare di morire stando soli e di essere ritrovati, una volta cadaveri, solo per caso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che la solitudine degli anziani sia oggi un dato di fatto lo testimonia l&#8217;aumento delle associazioni che ormai in televisione chiedono &#8216;lasciti testamentari&#8217; piuttosto che piccole somme di danaro. Ma anche gli studiosi si stanno sensibilizzando a questa fase della vita. È stato elaborato il Frailty Index (di Kenneth Rockwood) per la misurazione della fragilità negli anziani e si sono ridefiniti gli intervalli evolutivi per cui oggi le persone &#8216;diversamente giovani&#8217; possono essere: &#8216;giovani anziani&#8217; (64/74 anni), &#8216;anziani&#8217; (75/84 anni), &#8216;grandi vecchi&#8217; (85/99 anni) e &#8216;centenari&#8217;.<br>Una maggiore attenzione di cura alle diverse fasi evolutive ha permesso il progredire della biomedicina e il conseguente allungarsi della sopravvivenza. Se da un lato queste condizioni si stanno rivelando vantaggiose perché permettono una vita più lunga, dall&#8217;altra generano nuove esigenze e bisogni relazionali. Purtroppo le ricerche specifiche latitano come carenti sono anche i servizi intermedi previsti dalla sanità pubblica per la salute fisica e mentale. Molte strutture per anziani prevedono l&#8217;ammissione solo di persone autosufficienti mentre quelle che sopravvivono senza cari, isolate, ammalate o inabili, possono fidare solo nelle associazioni di volontariato. Di contro la modernizzazione rende le famiglie sempre più mononucleari e autonome e riduce la loro necessità di avvalersi dei parenti anziani.<br>C&#8217;è un gap sempre più ampio tra le richieste generate dai bisogni indotti dalle nuove acquisizioni tecniche e scientifiche e le risposte della sanità pubblica che sembra sempre più preda strumentale di politiche opportunistiche. La società sembra indifferente rispetto alla cresente solitudine degli anziani e l&#8217;impressione è di un crescente vuoto che le famiglie stentano a colmare. Ai volontari e alla fortuna il compito di rispondere alle sempre più numerose richieste di assistenza e di attenzione per le patologie fisiche e mentali di queste ultime fasi della vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora, ciò che è possibile intuire oggi del vissuto degli anziani e della loro vita, non è tanto la paura della morte che, bene o male, quando ci sarà lei non ci saremo noi, ma è la paura della dissoluzione, della sparizione di ciò che si &#8216;è&#8217; stati e che spinge a chiedere aiuto per il rischio che, anche se tutti lo vivono, resta sempre personale, si possa entrare nell&#8217;età senile sempre più soli, anche se non da soli, e ritrovarsi parcheggiati in luoghi/non luoghi.<br>Nelle poche ricerche citate la fragilità degli anziani è spesso descritta come &#8216;una disorganizzazione caotica dei sistemi fisiologici&#8217;, che corrisponde abbastanza all&#8217;idea avanzata nel presente lavoro, cioè quella della disintegrazione che si accompagna ai vissuti di &#8216;sparizione dell&#8217;Io&#8217;. Probabilmente è per questo che ultimamente gli anziani si rivolgono con maggiore frequenza ai gruppi AMA per il panico. Perché intravedono in questo disturbo una paura analoga alla loro, quella paura di dissolversi dell&#8217;Io a cui viene dato uno spazio legittimo solo in questi gruppi.</p>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="38f15486-9b7c-477f-b3c0-4e0cdd4f0ba4">Basaglia difese comunque la concezione socio genetica della malattia mentale, una malattia in stretta relazione con le strutture della società, specie in epoca attuale. Una società consumistica, frenetica, alienante e conflittuale non fa che favorire l&#8217;emergere del disagio mentale, soprattutto ad allontanare e isolare coloro che non ce la fanno a reggere i ritmi della produzione industriale e la frustrante conflittualità sociale in cui tutti siamo immersi pagando alti costi umani, anche solo in termini di nevrosi. Invece dell&#8217;internamento in manicomio, precisò infine Basaglia nel pieno della lotta contro tale istituzione &#8220;totale&#8221;, la terapia più importante per affrontare la follia è la libertà. (Giacomo L.Vaccarino, &#8216;<em>La coscienza infelice</em>&#8216;, Ronchetti &amp; Co., 2021,Torino, p. 247). <a href="#38f15486-9b7c-477f-b3c0-4e0cdd4f0ba4-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="19b1f74c-0cb1-438c-91d5-efdcde2a8fb1">La parola aggressività deriva dal verbo adgredior, composto da &#8216;a&#8217; e &#8216;gradior&#8217;, significa andare, procedere, avanzare, camminare, aggredire; la preposizione &#8216;ad&#8217; significa verso, contro, allo scopo di. Quindi &#8216;Adgredior&#8217; indica l&#8217;azione di avvicinarsi a qualcuno o qualcosa, con intenzioni che possono essere buone (tentare di accattivare) od ostili (attaccare, assalire, accusare). Può spingere l&#8217;individuo ad andare oltre sé stesso, per rafforzarsi e arricchirsi, o può portarlo a difendersi e rinchiudersi nei propri confini. (<a href="https://www.unisalento.it/documents/20152/272522/Bulli+e+Bulle.pdf/1d2b694d-96fa-00ef-84d6-1a7929849619?version=1.0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Luigi Giorgio Caputo</a>) <a href="#19b1f74c-0cb1-438c-91d5-efdcde2a8fb1-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="6330943c-c0cd-4b5b-a8d3-bd6114bd4a25">Come Manfred Bleuler ha sostenuto, una vita schizofrenica latente è nascosta nella condizione umana. Nelle situazioni di profonda solitudine, nell&#8217;esperienza mistica, nel pensiero autistico, nei sogni, nella esperienza estetica si possono osservare esperienze sigillate da analogie sotterranee con le realtà psicotiche. Nella schizofrenia queste esperienze, che si svolgono anche nella condizione umana &#8220;normale&#8221;, si scompensano ed escono dagli argini abituali; tematizzando infine strutture di significato profondamente estranee alle nostre. (id., p.249, tratto da E. Borgna: &#8216;<em>I conflitti del conoscere. Strutture del sapere ed esperienza della follia</em>&#8216;, p. 71-73, 81, Feltrinelli, 1979). <a href="#6330943c-c0cd-4b5b-a8d3-bd6114bd4a25-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="265b2716-5ac4-4791-9c0f-c5178369381d">Lo stato mentale può dipendere e includere le diverse funzioni dell&#8217;io per cui, anche le emozioni, possono essere vissute all&#8217;ombra dello stato mentale che diventa &#8216;Mindset&#8217;, lo stato in cui la mente si orienta verso un particolare set di aspettative &#8230; la chiave di lettura con cui leggiamo il <a href="https://4books.com/it/approfondimento/lo-stato-mentale" target="_blank" rel="noreferrer noopener">presente</a> <a href="#265b2716-5ac4-4791-9c0f-c5178369381d-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 4"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="1aad2a3c-54b3-4cf1-86b7-62c594997f01">Il processo di coordinamento è un processo elementare che l&#8217;organismo realizza fin dalle sue origini. Con l&#8217;integrazione, di cui si parlerà in seguito, la coordinazione vale anche per gli organi viscerali.Valgacomeesempio le note di Porges a propostio del &#8216;sistema di coinvolgimento sociale&#8217;:<em> &#8216;A livello funzionale, il sistema di coinvolgimento sociale emerge da una connessione cuore/faccia che coordina il cuore con i muscoli del viso e della testa. La funzione iniziale del sistema è quella di coordinare la suzione, la deglutizione, la respirazione e la vocalizzazione. Una coordinazione atipica di questo sistema all&#8217;inizio della vita è un indicatore di successive difficoltà nel comportamento sociale e nella regolazione emotiva.&#8217;, (</em>Stephen W. Porges<em>, &#8216;Sicurezza polivagale&#8217;, </em>GiovanniFioritiEditore<em>, </em>2023<em>, </em>p<em>.</em>7<em>)</em> <a href="#1aad2a3c-54b3-4cf1-86b7-62c594997f01-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 5"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="6af58e36-d9fd-44f5-90a5-63bf1e9df62c">&#8216;Bowlby rileva come il sistema di attaccamento implichi continue reazioni emozionali, reattività che consegue da una serie di condizioni. Nelle prime troviamo la gioia, il senso di sicurezza e l&#8217;attenuazione (o la scomparsa) della sofferenza (fisica o psichica) determinata dalla vicinanza della figura di attaccamento. Nelle seconde la rabbia e la paura conseguenti alla possibile assenza o scomparsa di tale figura, ed infine la tristezza quale conseguenza della sua mancanza (specialmente se per periodi prolungati).&#8217; (Roberto Infrasca, &#8216;<em>Il Disurbo da Attacchi di Panico</em>&#8216;, FrancoAngeli, 2011, p. 62) <a href="#6af58e36-d9fd-44f5-90a5-63bf1e9df62c-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 6"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="67abda4d-3c47-4c34-a93a-daf765a3324d">G. Ciardiello, &#8216;Genesi, Diagnosi differenziale e Terapia del Distrurbo da Attachi di Panico&#8217;, in &#8216;Approfondimenti&#8217;, sito <a href="https://www.lidap.it/2022/11/15/genesi-diagnosi-differenziale-e-terapia-del-disturbo-da-attacchi-di-panico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">LIDAP</a> ; ultima consultazione 25/01/2024 <a href="#67abda4d-3c47-4c34-a93a-daf765a3324d-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 7"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="46bc4e5e-e22a-49c9-b326-2604893f8ef2">&#8216;L&#8217;integrazione – l&#8217;equilirio tra differenziazione e collegamento – costituisce la base di una regolazione ottimale che ci consente di muoverci fluidamente tra caos e rigidità, il processo fondamentale che ci aiuta a stare bene e a essere felici.&#8217; (Daniel J. Siegel, &#8216;Diventare consapevoli&#8217;, Cortina editore, 2019, p. 22) <a href="#46bc4e5e-e22a-49c9-b326-2604893f8ef2-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 8"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="5e893bc8-1ac0-4547-870a-e5385bdf12be">Si può presumere teoricamente che, all&#8217;origine, la personalità sia non integrata; e che, l&#8217;integrazione della personalità      è un ben noto stato psichico, e la sua psicopatologia è molto complessa. L&#8217;esame di questi fenomeni in analisi, tuttavia, mostra che lo stato primario di non/integrazione è alla base della disintegrazione, e che il ritardo o la mancanza dell&#8217;integrazione primaria predispone alla disintegrazione in quanto regressione od in quanto risultato di una serie di fallimenti in altri tipi di difesa.  (Donald W. Winnicott, &#8216;<em><a href="https://www.afpp.eu/wp-content/uploads/2018/03/Lo-sviluppo-emozionale-primario.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lo sviluppo emozionale primario</a></em>&#8216;, in: &#8216;<em>Dalla pediatria alla psicoanalisi</em>&#8216;, by Psycho G. Martinelli ed., p. 180) <a href="#5e893bc8-1ac0-4547-870a-e5385bdf12be-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 9"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="dbf44d2d-4f3b-4872-b4e0-0c5b7039c365">Nella vita adulta, l&#8217;integrazione è vissuta in tutte le accezioni del termine, compresa quella di integrità. Le persone sane possono sopportare la disintegrazione in stato di riposo, di distensione e nel sogno, e anche il dolore ad essa associato, soprattutto grazie al fatto che lo stadio di rilassamento è legato alla creatività: gli impulsi creativi appaiono o riappaiono durante lo stato di non integrazione. È per questo che le difese organizzate contro la disintegrazione privano l&#8217;individuo delle condizioni necessarie all&#8217;impulso creativo, impedendo così la vita creativa. (Donald W. Winnicott, &#8216;<em>Dal</em> <em>luogo</em> <em>delle</em> <em>origini</em>&#8216;, Raffaello Cortina editore, 1990, pp. 19/20) <a href="#dbf44d2d-4f3b-4872-b4e0-0c5b7039c365-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 10"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="4d2ec155-bf51-4937-a896-82e991eb4c20">I disturbi d&#8217;ansia emergono in circa il 3% dei bambini di 6 anni e in circa il 5% dei ragazzi adolescenti e nel 10% delle ragazze <a href="https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/pediatria/disturbi-psichiatrici-nei-bambini-e-negli-adolescenti/panoramica-sui-disturbi-d-ansia-nei-bambini-e-negli-adolescenti#:~:text=I disturbi d&apos;ansia emergono,, comportamento suicida (5, 6" target="_blank" rel="noreferrer noopener">adolescenti</a>. <a href="#4d2ec155-bf51-4937-a896-82e991eb4c20-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 11"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="c97f1148-de68-4179-bd6b-6f023c530cd9">L&#8217;integrazione porta il bambino dal primigenio stato unitario al riconoscimento del pronome personale “io” e al concetto del numero uno, rendendo così possibile l&#8217;”<em>io</em> <em>sono</em>”, che dà senso all&#8217;”<em>io</em> <em>faccio</em>”. (Id. Winnicott, 1990, p. 19). <a href="#c97f1148-de68-4179-bd6b-6f023c530cd9-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 12"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="ac311347-58aa-47fb-861f-298e49ac5d50">È evidente quanto si sia, purtroppo, ancora molto vicini alle affermazioni di Reich dei primi decenni del secolo scorso in cui riteneva che le persone erano incapsulate in un&#8217;armatura (muscolare e cognitiva) che gli impediva di agire fluidamente le proprie espressioni emozionali. Questa <em>corazza, </em>alimentata e forgiata dalla cultura di appartenenza,che dovevaservire per proteggere l&#8217;organismo dagli attacchi esterni, nella realtà impediva anche l&#8217;espressione dell&#8217;energia dall&#8217;interno verso l&#8217;esterno. In tal modo la società, tramite la cultura, ingabbiava le emozioni espansive e, insegnando a difendesi, insegnava anche ad isolarsi: &#8216;<em>Il carattere consiste in una alterazione cronica dell&#8217;Io che si potrebbe definire indurimento. &#8230; il suo modo di reagire si fonda interamente sul principio di piacere-dispiacere. In situazioni spiacevoli l&#8217;armatura si irrigidisce, in situazioni piacevoli si allenta.</em>&#8216; (W. Reich, &#8216;<em>Analisi del carattere</em>&#8216;, SugarCo, V ed., 1989, pp. 186/187). <a href="#ac311347-58aa-47fb-861f-298e49ac5d50-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 13"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="11a579bc-fc7a-4f8d-ace9-e81a1ebe3bb0">&#8216;Il/la bambin* utilizza con successo i <em>Cinque movimento di sviluppo;</em> spingere via, protendersi verso, tirare verso di sé e abbandonarsi alla connessione emotiva con i genitori.&#8217; (K. Minton e M. Puliatti, &#8216;<em>La narrazione del corpo</em>&#8216;, p. 78, Mimesis, 2018). <a href="#11a579bc-fc7a-4f8d-ace9-e81a1ebe3bb0-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 14"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="8819aa8b-aedd-44da-a985-0a645f52e348">In questa sperequazione di genere le filosofie orientali riecheggiano quelle occidentali. Colpisce come il  maschilismo possa imporsi come norma sovraculturale ed emergere impunemente in tutte le parole; anche in qelle che vorrebbero tradurre significati unificanti come le seguenti, tratte dal piccolo testo di H. Borel dal titolo &#8216;<em>Wu Wei&#8217;</em>: &#8216;<em>Allo yang è associata l&#8217;attività, la positività, il maschile; allo yin la passività, la negatività, il femminile.</em>&#8216; (p. 87). In realtà il femminile non è passivo né tantomeno negativo. Anche l&#8217;abbandono, l&#8217;apertura, la ricettività, l&#8217;accoglienza sono normali attività toniche che richiedono attivismo biologico. In tal senso il contrappunto all&#8217;attività di genere maschile è quello femminile. Espressioni complementari quindi ma non contrarie, come la traduzione implicherebbe.  <a href="#8819aa8b-aedd-44da-a985-0a645f52e348-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 15"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li><li id="591acdfa-c5ba-4125-bc8c-a4ac0332d70b">Irvin D. Yalom &#8216;<em>Psicoterapia esistenziale</em>&#8216;, Neri Pozza ed., 2019. <a href="#591acdfa-c5ba-4125-bc8c-a4ac0332d70b-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 16"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li></ol>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Approfondimenti e riflessioni dalla &#8220;Consensus Conference&#8221; e dalla rivista &#8220;Psicologia e Scienze Umane&#8221;</title>
		<link>https://www.lidap.it/2023/04/05/approfondimenti-e-riflessioni-dalla-consensus-conference-e-dalla-rivista-psicologia-e-scienze-umane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Costa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Apr 2023 10:48:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti sul Dap]]></category>
		<category><![CDATA[La ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lidap.it/?p=4111</guid>

					<description><![CDATA[Aggiornamenti e integrazioni dalla “Consensus Conference sulle terapie psicologiche per ansia e depressione” e su alcuni articoli pubblicati sulla rivista Psicoterapia e Scienze Umane Nel n. 1/2023 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane (www.psicoterapiaescienzeumane.it), che è uscito nel marzo 2023, vi è la traduzione della relazione tenuta da David Clark al convegno all’Isola di San [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Aggiornamenti e integrazioni dalla “<em>Consensus Conference</em> sulle terapie psicologiche per ansia e depressione” e su alcuni articoli pubblicati sulla rivista <em>Psicoterapia e Scienze Umane</em></strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Nel n. 1/2023 della rivista <em>Psicoterapia e Scienze Umane</em> (<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.psicoterapiaescienzeumane.it" target="_blank">www.psicoterapiaescienzeumane.it</a>), che è uscito nel marzo 2023, vi è la traduzione della relazione tenuta da David Clark al <strong>convegno all’Isola di San Servolo (Venezia) del 26 ottobre 2022, organizzata dalla Università di Padova e dalla “<em>Consensus Conference</em> sulle terapie psicologiche per ansia e depressione”</strong>, in cui ha fatto il punto dopo i primi quindici anni del programma inglese IAPT (nel n. 4/2017 era stata pubblicata la sua relazione – aggiornata al luglio 2017 – tenuta al convegno organizzato da Ezio Sanavio nel novembre 2016 a Padova, dopo i primi 10 anni dello IAPT). È stato deciso di pubblicare la sua relazione di San Servolo perché è interessante, dato che mostra alcuni problemi che hanno incontrato col programma IAPT e i modi con cui hanno cercato di risolverli. L’articolo con la relazione di Clark è open-access: <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.francoangeli.it/rivista/getArticoloFree/72771/It" target="_blank">www.francoangeli.it/rivista/getArticoloFree/72771/It</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla pagina Internet di <em>Psicoterapie e Scienze Umane</em> <a href="http://www.psicoterapiaescienzeumane.it/Clark-dia_VE_26-10-22.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.psicoterapiaescienzeumane.it/Clark-dia_VE_26-10-22.pdf</a> vi sono tutte le 23 diapositive della sua relazione (nell’articolo ne sono state pubblicate solo 8).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre alla pagina Internet <a href="https://youtu.be/--d1StyNx90" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://youtu.be/–d1StyNx90</a> vi è il video di questa relazione, e alla pagina <a href="http://www.youtube.com/playlist?list=PLegip1UlAu4Ltfz5EOFbubkh9rcoM4AcR" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.youtube.com/playlist?list=PLegip1UlAu4Ltfz5EOFbubkh9rcoM4AcR</a> vi sono i video di tutte le relazioni del convegno di San Servolo (anzi, solo 10, quelle dei relatori che hanno dato il permesso).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcune informazioni sullo IAPT sono in questo editoriale del n. 4/2017: <a href="http://www.francoangeli.it/rivista/getArticoloFree/60389/It" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.francoangeli.it/rivista/getArticoloFree/60389/It</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’articolo di Clark compare dopo alcuni articoli che riguardano un dibattito sulla crisi della psichiatria e la Legge 180, iniziato nel numero 4/2022 di <em>Psicoterapia e Scienze Umane</em> e continuato nel n. 1/2023: nel n. 4/2022 vi erano gli interventi di Angelozzi (che introduce il tema) e di tre autori che nel 2022 hanno scritto tre libri sulla crisi della psichiatria: Borgna (autore del libro <em>Agonia della psichiatria</em>), Cavicchi (autore del libro <em>Oltre la 180</em>) e Peloso (autore del libro <em>Ritorno a Basaglia</em>). In questo n. 1/2023 sono intervenuti Carozza, Cozza, Dell’Acqua, Mezzina, Pellegrini, Saraceno, Starace e Thanopulos. Il dibattito continuerà nel prossimo numero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre sull’inserto culturale (il Domenicale) del quotidiano <em>Il Sole 24 Ore</em> del giorno di Pasqua, domenica 9 aprile 2023, è uscito <a href="https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2023/04/Sole24ore_9-3-2023_pVI.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l&#8217;articolo di Franco Del Corno, Vittorio Lingiardi e Paolo Migone</a> sulla efficacia della psicoterapia e sulla “<em>Consensus Conference</em> sulle terapie psicologiche per ansia e depressione”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, il 28 marzo Paolo Migone è stato invitato a una riunione alla Triennale di Milano in cui c’erano esponenti di diverse discipline allo scopo di preparare la 24a Esposizione Internazionale della Triennale, che sarà dedicata al tema delle diseguaglianze nelle città e al divario tra ricchezza e povertà. Era una sorta di <em>brain storming</em> per far venir fuori idee, e il tema del crescente divario tra ricchi e poveri è certamente un tema importante. Migone, come unico esponente dell’area “psi” invitato a questa riunione, riguardo al tema della povertà ha detto che in Italia chi è povero molto spesso non può permettersi una terapia psicologica perché nei Servizi non ci sono abbastanza operatori, e solo i ricchi se la possono permettere nel privato (inoltre vi sono prove che nei disturbi mentali comuni le terapie psicologiche funzionano, mentre spesso vengono dati solo i farmaci che invece possono indurre cronicizzazione). La speranza è che questo tema trovi uno spazio nella futura Triennale per far conoscere a più persone questa problematica, tenendo anche conto che la Triennale appena conclusa è stata visitata da più di 330.000 persone.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Dap e il controllo</title>
		<link>https://www.lidap.it/2022/11/18/il-dap-e-il-controllo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2022 19:50:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti sul Dap]]></category>
		<category><![CDATA[La ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lidap.it/?p=3110</guid>

					<description><![CDATA[“Così come impariamo a riconoscere noi stessi in uno specchio, il bambino diventa consapevole di sé stesso vedendo il suo riflesso nello specchio costituito dalla coscienza che le altre persone hanno di lui”(K. Popper, J. Eccles, L&#8217;Io e il suo cervello, 2001) di Giuseppe Ciardiello* Il bisogno del contatto Il “Disturbo da Attacco di Panico” [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">“Così come impariamo a riconoscere noi stessi in uno specchio, il bambino diventa consapevole di sé stesso vedendo il suo riflesso nello specchio costituito dalla coscienza che le altre persone hanno di lui”<br>(K. Popper, J. Eccles, L&#8217;Io e il suo cervello, 2001)</p>



<h4 class="wp-block-heading">di Giuseppe Ciardiello*</h4>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il bisogno del contatto</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il “Disturbo da Attacco di Panico” (Dap) continua a dar luogo a considerazioni e punti di vista diversi ed oggi, tra gli addetti ai lavori, è molto più facile incontrarsi nella sua definizione sintomatica che in quella delle cause che possono determinarne il disturbo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la verità ci si incontra anche nella definizione diagnostica e si ritiene che l&#8217;assenza di cause oggettivamente individuabili cui far risalire la “destrutturazione”, sia uno degli elementi principali per questo disturbo, altrimenti riconducibile ad altri quadri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I pochi impianti di ricerca sembrano sostenere l&#8217;aspetto relazionale di questo disturbo (Infrasca, 2001, pag. 94) che poi, nella descrizione nosografica, continua invece ad essere ricondotto ad una insufficiente organizzazione difensiva di natura intrapsichica. Tale dicotomia di vedute si ripropone come un conflitto teorico che, a dispetto dell&#8217;analisi dettagliata di Fonagy (Fonagy, 2001) che suggerisce la necessità di un incontro tra epistemi, nella lettura diagnostica porta a privilegiare per il Dap la visione introspettiva di un&#8217;individuo incapace a sostenere l&#8217;aumento della tensione psichica (Infrasca, ib., pag.100); questo quadro propone il soggetto “dapista” come elemento passivo del disturbo ed il sintomo legato ad esperienze prenatali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro punto di vista potrebbe invece considerare l&#8217;aggressività, e la sua gestione, come elemento fondante di questo disturbo e vederlo come attivamente prodotto dal soggetto. È il punto di vista proposto in questo articolo; è ripreso per approfondimento da quelli precedenti (vedi www.lidap.it) in cui il Dap è visto ulteriormente come esito di un evento relazionale coprodotto nel rapporto con le primarie figure genitoriali. Questo punto di vista penso richieda precisazioni che, ampliando lo spettro visivo, possono contribuire ad una maggiore definizione diagnostica e descrittiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Dap e la cura; il controllo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno degli atteggiamenti che suscitano i portatori di Dap nelle figure d&#8217;aiuto, è quello di attivarsi nel trovare ed elaborare strumenti e metodi sempre più efficaci per il controllo dell&#8217;ansia. È come se chiedessero continuamente di essere forniti di ulteriori capacità di “controllo”, di conoscenze tecnico/operative per meglio gestire l&#8217;ansia, la coordinazione, l&#8217;organizzazione affettiva, cognitiva, fisiologica così da riuscire finalmente a dar luogo ad una personalità “competente”. La risposta degli operatori corrisponde all&#8217;atteggiamento e all&#8217;intento fatto proprio anche dai gruppi di auto-mutuo aiuto all&#8217;interno dei quali si tenta un “passaggio al gruppo” delle competenze individuali acquisite in analoghe esperienze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sorvoliamo per il momento sulla validità di questo metodo che, pur avvalendosi di due costrutti evolutivamente fondamentali, la generalizzazione e l&#8217;assimilazione, spesso non tiene conto del fatto che in alcuni casi la loro utilizzazione ha bisogno di essere contestualizzata e dinamizzata a rischio, altrimenti, di un utilizzo inappropriato. Può accadere che la generalizzazione sia applicata impropriamente e l&#8217;assimilazione può rivelarsi eccessiva determinando un&#8217;aggiunta e un accumulo di sintomi piuttosto che un loro allentamento e diluizione. In termini di ansia e attaccamento si può arrivare ad imparare e assimilare i comportamenti disfunzionali piuttosto che disimpararli o sostituirli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo accade perché, anche se inconsapevolmente, le persone affette da Dap forzano la relazione d&#8217;aiuto in una direzione simil didattica tentando in questo modo una scotomizzazione degli affetti e, se tale modalità non è indagata come istanza, a volte reciproca, relazionale rischia di diventare un futile gioco di costante monitoraggio di acquisizione tecnica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cautela da usare nei confronti delle persone affette da Dap è quindi quella di metterli sull&#8217;avviso del fatto che, anche se a loro può sembrare il contrario, di fatto non sono interessati all&#8217;acquisizione di competenze tecniche ma che queste richieste sono un pretesto usato come strumento di relazione. Quello che vogliono è affetto, solo che questa richiesta passa attraverso quella delle competenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È come se la domanda fosse mal posta, oppure come se la risposta dell&#8217;operatore fosse deviata dal proprio profilo relazionale e fosse dicotomizzata. A volte in questa risposta possiamo scorgere un analogo disturbo della domanda come indice di una matrice relazionale comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più incisivamente possiamo affermare che le persone con disturbi di panico sono interessate all&#8217;apprendimento pratico, intendendo per pratico “esperienziale”, delle funzioni relazionali; e per essere ancora più esplicito direi che è sempre maggiore l&#8217;impressione che il desiderio di queste persone sia quello di “sperimentare” attraverso il contatto, fisico e psicologico, la possibilità di distendersi e abbandonarsi in una relazione. Nella pratica clinica, quando questo stato si realizza, rappresenta la prima vera prova abbandonica di una persona nello stato di adulto. E rappresenta anche il primo riconoscimento (nel corpo, di una conoscenza arcaica dimenticata) di un atto riconducibile ai nostri primi momenti di vita; quello della fiducia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È doveroso allora chiederci cosa intendiamo per fiducia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlando del Dap nel Dap non possiamo assumere un punto di vista meramente cognitivo perchè questo disturbo si esprime fondamentalmente nel corpo, col corpo, attraverso il corpo per raggiungere gli altri corpi. Quindi dal punto di vista corporeo non possiamo che intendere la fiducia come un “atto” (un&#8217;azione) piuttosto che un comportamento; e non possiamo intenderla come un fatto stabile e definitivo. Possiamo però pensarla come un processo; per esempio come il sentimento che viene alimentato dalle relazioni in corso e che dipende dalle conferme alle varie aspettative relazionali. Possiamo quindi considerare la fiducia come un evento costantemente emergente da momenti evolutivi/relazionali e, guardando allo sviluppo neonatale, possiamo osservarne la tenacia e il valore per la sopravvivenza già nelle primissime forme di attaccamento, come ci testimoniano le osservazioni anche sperimentali di diversi autori (Bowlby, Anzieu).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lasciandoci sedurre da una tentazione ancora più estensiva, possiamo pensare di rintracciare i suoi precursori fin&#8217;anche nelle esperienze prenatali dove forse potremmo supporre già in atto i precursori dei meccanismi autoregolatori dell&#8217;esperienza relazionale individuati da Beebe e Lachmann (2003). Ricerche recenti infatti testimoniano di ampie competenze prenatali in cui i bambini reagiscono agli agenti esterni (Righetti, 2005); e malgrado l&#8217;estrema dipendenza e l&#8217;assoluta incapacità di difesa, i nuovi elementi dai bambini vengono vissuti con curiosità piuttosto che con timore, almeno fintanto che gli stimoli non sono avvertiti d&#8217;intensità fastidiosa o dolorosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso quello che possiamo dire con una buona dose di certezza è che le esperienze neonatali prendono inizio da comportamenti e stati fisiologici in cui è naturale l&#8217;abbandono fiducioso al liquido/corpo (della madre) che sostiene e con la quale è già in atto una relazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È possibile che questo stato sia in qualche modo registrato dall&#8217;organismo e che possa rappresentare la base di “appoggio” su cui si fonda la convinzione arcaica della legittimità, del diritto e della convinzione di trovare qualcosa o qualcuno “in/su cui potersi abbandonare”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stiamo chiaramente parlando di sensazioni fisiche e corporee che, anche se il periodo evolutivo che stiamo prendendo in considerazione non ci consente di parlare di codificazione cognitiva, e quindi di comprensione cosciente, possiamo immaginare che il bambino registri in qualche modo e arrivi a rappresentarsele come modelli che poi, successivamente alla nascita, saranno confrontate con le vere esperienze relazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso è reale che quelle primarie sono esperienze che possono essere considerate come scambi con un altro da sé interattivo e diverso dall&#8217;oggetto inanimato; inoltre questi scambi restano diversamente attivati, dal concepimento in poi, e possono proiettarsi, nella forma di braccia che sostengono e di corpi che comunicano anche attraverso tensioni muscolari, forme, ritmi, tempi, odori che colorano i vissuti di “impressioni” che si incarnano nel bambino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste impressioni sono le emozioni e i sentimenti vissuti in rapporto all&#8217;altro della relazione (Persico, 2002).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un evento significativo come la nascita segna un confine definito tra due stati che non sappiamo come identificare o definire se non immedesimandoci nel bambino. Possiamo immaginare che, ancora nel ventre materno, le sensazioni di sostegno vissute nel contatto col liquido amniotico, si trasferiscono alle pareti addominali materne e si può ulteriormente immaginare che quelle stesse sensazioni siano ricercate, successivamente alla nascita, nel contatto corporeo con la madre o con chi si prende cura del bambino. Se stessero così le cose non ci meraviglieremmo se nei contatti successivi il bambino cercasse di ritrovare le sensazioni termiche di morbidezza, vibrazioni e odori precedenti; e sembra sia proprio quello che accade (Righetti, 2005). Sono queste tendenze dei bambini piccoli che ci fanno ipotizzare che la prima forma di “abbandono all&#8217;altro” sia da mettere in relazione all&#8217;abbandono alle braccia di chi si prende cura di lui. È per questo che parliamo di questo abbandono come di un prolungamento di quello analogo vissuto nell&#8217;utero. E per questo non ne parliamo come un evento, bensì come un processo fisico-corporeo che può costantemente modificarsi a seconda delle esperienze vissute nell&#8217;evoluzione allo stato adulto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se l&#8217;aspettativa di queste esperienze viene delusa, in cui per esempio la capacità o il desiderio di chi si prende cura del bambino non ha voluto o non ha saputo o non ha potuto incontrare il suo bisogno, l&#8217;organismo si può organizzare in una modalità di apprendimento (carattere) e nell&#8217;assunzione di una postura (atteggiamento relazionale e modalità di occupazione dello spazio) di evitamento dell&#8217;abbandono che può diventare un modo sia corporeo sia mentale di autosostegno. Può nascere allora l&#8217;obbligo di tenersi su da soli ed imparare a fare a meno degli altri (Persico, 2002). Oppure, come nei casi delle “dipendenze affettive”, si può verificare l&#8217;innesco di un vissuto terrorifico di abbandono per ogni minimo evento di separazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In pratica le cause di questi vissuti drammatici possono essere ricondotte al prenatale o al postnatale ma sono ugualmente riconducibili ad eventi relazionali che come tale, poi diversificano il Dap, dalla depressione o dalla dipendenza affettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È facile intuire quanto questo atteggiamento derivante dalla delusione può essere carico di una tensione che, se ripetuta negli anni, può diventare e poi conservare i caratteri dell&#8217;“ostilità” e può spingere ad assumere un comportamento guardingo, cauto, costantemente sospettoso. Ma può anche far diventare sensibili alle lusinghe, alle moine dei corteggiatori. Può stimolare il desiderio di sedurre ed essere sedotto creando un sottostante conflitto col timore della dipendenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La reazione a questi eventi sarà diversa e, mentre nel caso di persone affettivamente dipendenti, l&#8217;aggressività non si trasforma in rabbia ma viene vincolata dentro di sé con un&#8217;attenzione costante alla mediazione relazionale (è la carica enorme di questo bisogno vitale che rende le persone possibili vittime), in quello che sarà l&#8217;attacco di panico l&#8217;energia vitale, aggressiva da “adgredior”, prende la forma della rabbia volgendosi contro la capacità aggregante ed integrativa dell&#8217;io che è probabilmente vissuta come simbolo della relazione e di tutto ciò che lega. Dal punto di vista psicofisiologico l&#8217;Io che lega è a sua volta prodotto dalle funzioni sistemiche integrate ed è per questo che l&#8217;autoaggressività, pur intenzionata a colpire solo un oggetto esterno nella materia aggregante, di fatto colpisce anche il soggetto in quanto l&#8217;Io esiste solo nella sua funzione integra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo pensare che questo sia uno dei comportamenti appresi, dalle persone individuate come portatrici di Dap, nelle ricerche che individuano nell&#8217;assenza genitoriale i fattori di rischio (Infrasca, ib, pag. 94); a livello corporeo riscontriamo l&#8217;attivazione di un tono muscolare superiore alla semplice attività antigravitaria, forse proprio per combattere questo effetto di rottura del legami, che dà un aspetto comportamentale rigido e che definiamo “ipertonico”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E proprio questo atteggiamento, che richiede un notevole e costante investimento energetico, possiamo ipotizzare che diventi responsabile di un altro evento scatenante che comunemente viene visto come scatenante il panico: l&#8217;esaurimento delle risorse per il contenimento dello stress.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti nel Dap le manifestazioni del disturbo si presentano e si reiterano proprio in occasione di momenti che richiedono grossi impegni energetici, sia fisici sia mentali. Impegni che si rivelano anche come contratture corporee suggerendo ulteriormente che potrebbe darsi sia proprio questa la dinamica che induce al punto di vista che fa guardare al dap come al problema del controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza proposta dal presente ragionamento rispetto alle consuete ipotesi è che l&#8217;esaurimento energetico dipende dall&#8217;aumento dell&#8217;autoaggressività che a sua volta dipende dal sentimento vissuto nei confronti delle figure importanti. Più aumenta la frustrazione più aumenta la rabbia, più o meno inconscia, più aumenta l&#8217;aggressività autodiretta, più aumenta la sensazione di non-integrazione e più aumenta il bisogno di irrigidirsi per tenersi insieme e più aumenta la difficoltà a lasciarsi andare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il controllo diventa così il tema principale nel vissuto personale. Il controllo nei confronti dei sentimenti profondi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per questo l&#8217;uso del medicinale diventa così controverso ed è così diversificato sia l&#8217;utilizzo che se ne fa sia la gamma utilizzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma impostare un lavoro terapeutico esclusivamente sull&#8217;aumento delle competenze di controllo, anche se in principio può sortire un qualche effetto, poi si rivela fallimentare se non è accompagnato da un impianto psicoterapeutico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ulteriore momento riconducibile all&#8217;aspetto relazionale, e che possiamo considerare più evoluto nella dinamica della fiducia, è quello in cui assistiamo ad uno spostamento energetico a livello oculare (occhi) in cui il senso della visione diventa la funzione sensoriale privilegiata da una certa epoca evolutiva in poi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi tutti in genere guardiamo le persone in modo diverso da quando guardiamo gli oggetti; dagli inizi della vita negli occhi degli altri cerchiamo la conferma delle varie manipolazioni oggettuali come negli occhi delle figure di cura il bambino cerca la fiducia. Negli occhi di queste figure è cercata la conferma della stabilità e del desiderio della relazione, sono cercate le prime certezze e, di lì a poco, ci si evolve nella ricerca delle prime conferme di ciò che si è capaci, di ciò che si è e di ciò per cui si è e si ritiene e si desidera essere competenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, come prima della nascita, anche negli anni successivi la comunicazione continua su un piano corporeo e gli occhi veicolano messaggi usando le capacità fisiologiche di cui sono portatori (movimenti di contrazione e decontrazione pupillare e dei vari muscoli del distretto oculare) e che rendono conto dell&#8217;espressività del volto compartecipando con altri distretti muscolari ed epidermici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei casi di Dap è possibile che anche in questa seconda fase evolutiva (considerando primaria quella uterina) si sia verificato che l&#8217;emergenza della fiducia sia stata tradita. È possibile si sia verificato che gli occhi dell&#8217;altro, che dovevano comunicare la certezza e il piacere di “potercela fare” nel confronto con le continue e progressive difficoltà della vita, si siano svuotati (per depressione, per disinteresse, perché attratti da altro o per dovere verso altri impegni) o anche solo distolti. È possibile che queste persone si siano scoperti “soli” a cercare di capire il motivo e il senso di questa solitudine e a tentare in tutti i modi immaginabili di ricostruire e finalmente “meritare” questo contatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diventa difficile immaginare una possibilità di controllo oculare in queste condizioni. Una difficoltà innanzi tutto relazionale non può che passare principalmente da messaggi oculari perché la cosa più difficile è proprio sostenere lo sguardo di chi ci è vicino quando si è vissuti da sentimenti di rabbia anche se inconsapevole [1].</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da queste osservazioni nasce la necessità di suggerire una forma di cautela alle persone affette da Dap.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pur riscontrando in queste persone l&#8217;effettiva necessità di un intervento psicoterapeutico, e pur essendo il disturbo riconducibile alla relazione e ritenendo quindi tale intervento l&#8217;unico capace di un ripristino della normalizzazione relazionale, l&#8217;esperienza clinica sembra suggerire che il loro interesse nei confronti della psicoterapia non sia reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio il tema del controllo rende queste persone non sempre veramente interessate all&#8217;analisi del proprio comportamento e delle dinamiche delle relazioni in corso, quanto invece lo sono nei confronti dell&#8217;acquisizione di strumenti e competenze che possano renderle più capaci del controllo dell&#8217;Io (e anche del disturbo, attraverso la fortificazione dell&#8217;Io) e, di riflesso, della relazione. In tal modo quell&#8217;Io dinamicamente aggredito è visto e presentato come oggetto da fortificare ed è proprio questo, a volte, a decretare il fallimento di qualunque intervento in una relazione di cura colludente con tale progetto. Più l&#8217;io si fortifica, e acquista in capacità di lettura e controllo del mondo relazionale, più acquista anche in scaltrezza e più diventa capace di aggressione, autoaggressione e indifferenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad un&#8217;indagine approfondita della dinamica terapeutica, queste persone possono rivelarsi interessate solo ad un aspetto strumentale della relazione e possono trovarsi a colludere con modalità terapeutiche specifiche pur di ottenere maggiori capacità gestionali. Cioè possono vivere la psicoterapia non come strumento per conoscersi meglio, ma come occasione per acquisire maggiori strumenti di controllo relazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;acquisizione di questi strumenti non c&#8217;è niente di male quando il fine è quello di realizzare migliori rapporti interpersonali; in questo caso però si ha l&#8217;impressione che lo scopo sia quello di avere un maggior potere contrattuale nelle relazioni e un maggior controllo nella scotomizzazione dei sentimenti profondi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora coloro che soffrono del disturbo di panico devono essere messi sull&#8217;avviso della possibile presenza, in loro stessi, di una profonda incapacità a mettersi in discussione e che è possibile abbiano strutturato negli anni una convinzione circa la legittimità dei loro bisogni, anche se irrazionali ed eccessivi; bisogni di cui magari non si rendono conto perché normalizzati nella quotidianità ma che se fossero rivisitati alla luce del loro originario bisogno d&#8217;amore e alla luce della loro profonda e intima solitudine, potrebbero portare a maggiore consapevolezza il loro terrore di rivivere il rischio della perdita del senso di realtà relazionale, che hanno già sperimentato e che ha contribuito a costruire la loro esistenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto questo complica il lavoro psicologico e analitico. L&#8217;aggressività di cui queste persone si sono caricate negli anni, e che è colpevole dell&#8217;innesco del Dap, è troppa e tutta rivolta contro le figure affettivamente significative e a quello che dentro di loro queste persone rappresentano. L&#8217;antica aggressività naturale (adgredior) caratterizzata dalla spinta verso l&#8217;altro, il gioco, l&#8217;amore, la relazione, si è persa negli atteggiamenti mentali e corporei irrigiditisi nel bisogno di sopravvivere affettivamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste dinamiche possono arrivare a prendere vie perverse così che, quando nell&#8217;età adulta si crea l&#8217;occasione perché cominci a formarsi la stima e la fiducia nei confronti di coloro che si propongono come agenti di cura, durante una psicoterapia o supporti e sostegni di qualsiasi tipo, i portatori e le portatrici di questo disturbo possono cominciare ad avvertire sentimenti conflittuali di insofferenza, se non proprio di antipatia e odio, oltre che di stima e invidia. Le figure d&#8217;aiuto vengono sentite, viste e percepite come detentori di quelle competenze relazionali (intese come “capacità di controllo dei propri sentimenti e di quelli degli altri”) che vorrebbero loro e che hanno sempre perseguito. Le persone che aiutano possono diventare i catalizzatori di tutta questa aggressività perché sono vissuti come replicanti le originarie figure care (genitoriali) da cui i portatori di Dap si sono sentiti traditi ed è addirittura possibile che con queste attuali figure venga replicata l&#8217;antica “prova di affidabilità” rendendo il rapporto esasperante al solo scopo di verificarne la sostenibilità reciproca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel “dappista” allora possiamo leggere l&#8217;incapacità a perdonare quell&#8217;antico tradimento ed è quest&#8217;incapacità a caratterizzare il Dap come disturbo relazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proviamo a concludere sinteticamente: nel disturbo di panico possiamo osservare la sovrapposizione di due vissuti: uno relativo alle competenze dell&#8217;Io, quindi legato all&#8217;aspetto narcisistico di chi ha bisogno di arricchire un bagaglio di capacità per essere o dimostrarsi competente (come si ritiene debba essere un adulto). Questo aspetto è riferito anche da molti altri autori che si rifanno anche ad osservazioni sistematiche (Infrasca, 2001); l&#8217;altro aspetto è relativo alla persecutorietà proiettata che darebbe ragione dell&#8217;aggressività autodiretta causa del disturbo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È da quest&#8217;ultimo aspetto che possiamo cogliere un cambiamento di posizione nel modo in cui considerare il disturbo di panico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In genere considerata una persona fragile e incapace di sostenere un aumento di situazioni stressanti, possiamo provare a pensare ai “dappisti” anche come persone molto tenaci e costantemente impegnate a “stringere i denti” e a farsi forza. Sarebbero persone attive e in un certo senso artefici del disturbo piuttosto che passive e vittime di una deficienza costituzionale, e proprio quest&#8217;attività costantemente sui limiti potrebbe essere la causa dell&#8217;esaurimento, anziché la supposta patologica carenza energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;aspetto narcisistico non si esaurisce nell&#8217;indurre uno stringere i denti ma complica ulteriormente il quadro concorrendo a rendere queste persone indisponibili ad una psicoterapia tanto quanto invece le predispone ad accogliere con favore l&#8217;apprendimento di tecniche comportamentali e relazionali facilitanti sia la comunicazione sia il controllo sociale e personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un vero aiuto per queste persone allora dovrebbe passare attraverso il riconoscimento del fatto che in loro è possibile esista l&#8217;erronea convinzione che il loro comportamento è adeguato, normale e che non c&#8217;è alcuna cosa da cambiare nel loro carattere. Che in profondità pensano che quello che c&#8217;è di sbagliato nelle relazioni che instaurano è sicuramente dovuto agli altri e al loro modo di essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste altre persone, che possono anche essere persone care, arrivano ad essere considerate ostili e affettivamente avare o incapaci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per tenerle a bada, tenendo a bada la relazione nel suo complesso e gli aspetti di sé che possono sfuggire al controllo, così da mostrare una maggiore padronanza e competenza, lo strumento principe è il medicinale. Ma a volte, pur essendo spesso indispensabile, è anche il modo migliore per tenere distanti e silenti i sentimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È con quest&#8217;ultima convinzione che gli operatori si ritrovano spesso a colludere rischiando l&#8217;instaurarsi di un giro vizioso all&#8217;interno del quale l&#8217;apporto medico diventa indispensabile e dominante diventa la dinamica del controllo che tanto avvicina il problema del Dap a quello delle “dipendenze affettive”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[1] Mi sembra di poter ricondurre queste osservazioni ad alcune note di Kohut: “L&#8217;esibizionismo del bambino deve essere gradualmente desessualizzato e subordinato alle sue attività rivolte a una meta; ciò si raggiunge meglio attraverso le frustrazioni graduali, accompagnate da sostegno amorevole, mentre i vari atteggiamenti manifesti e latenti di rifiuto o di eccessiva indulgenza (specialmente l&#8217;amalgama di essi o il loro rapido e imprevedibile alternarsi) costituiscono il terreno emotivo per una vasta gamma di disturbi. Sebbene i risultati dannosi siano molto svariati, andando da un&#8217;ipocondria grave a forme lievi di difficoltà, parlando da un punto di vista metapsicologico si tratta sempre di stati di aumentata tensione esibizionistica con modalità di scarica incomplete e aberranti. In tutte queste condizioni l&#8217;Io cerca di assicurarsi la partecipazione dell&#8217;oggetto nell&#8217;esibizionismo del sé narcisistico, ma, dopo il rifiuto da parte dell&#8217;oggetto, la scarica libera di libido narcisistica viene a mancare; invece di una piacevole soffusione della superficie corporea, vi è il calore di uno spiacevole arrossire; invece della piacevole conferma del valore, della bellezza e dell&#8217;amabilità del Sé, vi è una vergogna penosa.” da Heinz Kohut; “La ricerca del Sé”, Boringhieri, 1982. pag. 92.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*Psicologo, psicoterapeuta, consulente Lidap – Roma</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>BIBLIOGRAFIA</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">B. Beebe e F. M. Lachmann, “Infant Research e trattamento degli adulti”, Raffaello Cortina ed., 2003.</p>



<p class="wp-block-paragraph">J. Bowlby, “Costruzione e rottura dei legami affettivi”, Raffaello Cortina ed., 1982.</p>



<p class="wp-block-paragraph">P. Fonagy, “Psicoanalisi e teoria dell&#8217;attaccamento”, Raffaello Cortina ed., 2001.</p>



<p class="wp-block-paragraph">R. Infrasca, “Il disturbo da attacchi di panico. Dalla comprensione alla terapia”, F. Angeli ed., 2001.</p>



<p class="wp-block-paragraph">G. Persico, “La ninna nanna. Dall&#8217;abbraccio materno alla psicofisiologia della relazione umana”, Edizioni Universitarie Romane ed., 2002.</p>



<p class="wp-block-paragraph">P. L. Righetti, “Sostegno psicologico in gravidanza”, Magi ed., 2005.</p>



<p class="wp-block-paragraph">V. Ruggieri, “L&#8217;esperienza estetica. Fondamenti psicofisiologici per un&#8217;educazione estetica”, Armando Ed., 1997. H. Kohut, “La ricerca del Sé”, Boringhieri ed., 1982.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Genesi Diagnosi differenziale e Terapia del Disturbo da Attacchi di Panico</title>
		<link>https://www.lidap.it/2022/11/15/genesi-diagnosi-differenziale-e-terapia-del-disturbo-da-attacchi-di-panico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Nov 2022 18:22:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti sul Dap]]></category>
		<category><![CDATA[La ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lidap.it/?p=3104</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Ciardiello* I pazienti che manifestano il tipo di disturbi riconducibili al Dap (Disturbo da Attacchi di Panico), si presentano allo psicologo dopo una serie di richieste d&#8217;aiuto volte sia al medico curante sia ai vari distretti d&#8217;emergenza. Questo perché il disturbo che si manifesta col panico non presenta avvisaglie. Non ci sono periodi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h4 class="wp-block-heading">di Giuseppe Ciardiello*</h4>



<p class="wp-block-paragraph">I pazienti che manifestano il tipo di disturbi riconducibili al Dap (Disturbo da Attacchi di Panico), si presentano allo psicologo dopo una serie di richieste d&#8217;aiuto volte sia al medico curante sia ai vari distretti d&#8217;emergenza. Questo perché il disturbo che si manifesta col panico non presenta avvisaglie. Non ci sono periodi precedenti l&#8217;esordio vero e proprio, con sintomi ridotti; a meno che non vogliamo far risalire all&#8217;ansia più o meno grave questo ruolo per così dire propedeutico. Ma l&#8217;ansia accompagna troppi disturbi per potersi considerare distintiva di qualcuno in particolare. Penso valgano le stesse considerazioni per la paura. Non è la stessa cosa per l&#8217;aggressività espressa o coartata. La maggior parte delle osservazioni che posso vantare depongono per una presenza notevole di aggressività non espressa. Mi sono persuaso che proprio dall&#8217;aggressività, che si ha timore di esprimere, derivi il formarsi della sintomatologia che va sotto il nome di attacchi di panico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se assumiamo questo punto di vista diventa facile capire anche il motivo per cui la cura di questo disturbo è rivendicata da gruppi di &#8220;auto-mutuo-aiuto&#8221;; gruppi autocostituiti che fino a qualche tempo fa nascevano sotto la spinta di disturbi di tipo sociale e/o relazionale o più di massa cioè per i quali c&#8217;è una maggiore possibilità autodiagnostica e spesso non sono considerati di competenza degli &#8220;strizzacervelli&#8221; (alcolisti anonimi e mangiatori anonimi). Parlando di &#8220;aggressività non espressa&#8221; stiamo già parlando di problemi relazionali e infatti penso che il Dap sia il disturbo della relazione per antonomasia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Genesi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ognuno di noi ha la sensazione di un rapporto di continuità col proprio passato. Malgrado l&#8217;evoluzione e la crescita si attuino per mezzo di processi di cambiamento, noi siamo convinti d&#8217;essere sempre noi stessi. Il nostro senso d&#8217;identità rimane costante. Viene spontaneo chiedersi allora cosa è a rimanere sempre uguale e a darci questa sensazione di continuità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal concepimento in poi le cellule del nostro organismo cambiano costantemente e i vari organi &#8220;esitano&#8221; solamente in forme strutturalmente definite (Ruggeri, 1997). Ciononostante siamo anche vissuti da un sentimento di &#8220;esistere&#8221; che accompagna il realizzarsi delle funzioni dell&#8217;organismo che noi siamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo sentimento ci dà il senso di continuità; è ciò che chiamiamo &#8220;il senso di Sé&#8221;. Come il sentimento che accompagna lo svolgersi delle funzioni è riconducibile al Sé, al sentirsi dell&#8217;organismo, l&#8217;Io è riconducibile al sentimento che nasce a seguito della &#8220;integrazione delle funzioni&#8221; e al suo riconoscimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla nascita ogni bambino si ritrova non solo con un corredo genetico completo ma anche con organi tutti funzionanti. I sistemi più importanti sono già definiti mentre la maturazione nervosa si completerà solo dopo la nascita, una volta che l&#8217;organismo è calato nell&#8217;ambiente in cui dovrà vivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dotazione organica è notevole ed ogni organo è capace di molte competenze; ciò che manca all&#8217;insieme dell&#8217;organismo è la coordinazione degli organi volontari. Sono presenti alla nascita tutti i riflessi essenziali, da quello rotuleo all&#8217;ammiccamento oculare, a quello prensile, ma il bambino non è ancora capace di coordinazione e quindi non sa seguire un oggetto con ambedue gli occhi, non sa portare alla bocca un oggetto e non riconosce la propria mano in quell&#8217;organo che apre e chiude davanti ai suoi occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tutto il periodo della gestazione queste competenze non sono state necessarie. Diventano importanti dalla nascita e successivamente caratterizzano anche le modalità relazionali e l&#8217;autonomia del nascituro. È da questo momento infatti che viene chiesto al bambino l&#8217;esercizio e il movimento coordinato dei propri organi e, cosa più importante, gli viene chiesto di farlo in maniera intenzionale. In questo modo il bambino è indotto a sperimentare-si e impara a ri-conoscere gli organi, i propri organi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bambino è indotto a ri-conoscersi (riconoscere sé) da una figura molto importante e da cui dipende totalmente. Il bambino impara contemporaneamente, perché ama e dipende da chi ama, che è fatto di organi autonomi e che questi pezzi di sé possono essere messi insieme a formare uno &#8220;schema&#8221; più complesso di comportamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È nella relazione che è promossa &#8220;l&#8217;intenzione&#8221;. L&#8217;intenzione si lega e nasce dal vissuto di piacere che a sua volta deriva dalla ricompensa che il bambino vive nello scoprire di poter gestire la realtà coordinando il movimento di quelle parti del proprio organismo. Forse in questo momento scopre anche il senso del possesso e &#8220;dell&#8217;essere&#8221; padrone&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insieme al piacere della scoperta di poter intervenire nella gestione della realtà, che lo mette in relazione con l&#8217;esterno (dal cui confronto nasce l&#8217;Io), è possibile ipotizzare per il bambino un piacere più sottile e profondo che accompagna questi eventi, ed è quello di scoprirsi capace di una &#8220;integrità&#8221;, di un&#8217;interezza. Il piacere narcisistico del &#8220;tenersi insieme&#8221; (1).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi possiamo dire che il bambino &#8220;si vive&#8221; nei propri organi funzionalmente separati; anche se maturi, inizialmente questi organi non sono riconosciuti come &#8220;Io&#8221;. Poi, nel momento in cui sperimenta la possibilità di comporre movimenti più complessi e coordinati, scopre sia gli organi sia il piacere di muoverli insieme in modo integrato e coordinato. Il piacere narcisistico accompagna la nascita dell&#8217;Io.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vissuto che accompagna quest&#8217;esperienza sarà un sentimento d&#8217;integrazione progressiva che si accompagna al riconoscimento, per contrasto, del sentimento iniziale di &#8220;non-integrazione&#8221;(2).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando siamo stanchi e provati, la messa in atto di comportamenti più elementari corrisponde al processo della regressione per mezzo della quale si attua un recupero energetico. Da questo punto di vista le modalità di funzionamento regressive, richiedendo meno impegno, sono anche modalità di recupero energetico. È come se dicessimo che le modalità di funzionamento più mature, cioè l&#8217;Io per poter esistere e le sue funzioni per poter essere mantenute attive, avessero bisogno di costante attenzione e impegno per cui, quando siamo stanchi e/o stressati, possiamo &#8220;mollare&#8221; e lasciare che subentri un modo di funzionare più semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto non potrebbe essere diversamente considerando tutto l&#8217;organismo un evento processuale; un processo più evoluto conserva le modalità di funzionamento degli elementi che lo compongono per cui possiamo dire che vivere ad un certo livello dell&#8217;evoluzione e di organizzazione organismica, richiede l&#8217;esistenza di un certo &#8220;lusso energetico&#8221;. In alcuni questo livello di organizzazione energetica viene vissuto come &#8220;sforzo&#8221;. Non riuscendolo a sostenere si adottano procedure regressive con la corrispondente adozione di comportamenti precedenti e più elementari. In questi casi però c&#8217;è un rischio; è possibile che il ritorno regressivo ai comportamenti precedenti riattivi vissuti arcaici di sviluppo evolutivo che ricordano i momenti di non-integrazione. Il rischio è che anziché rivivere questa esperienza come il ritorno alla non-integrazione la si possa vivere come una caduta o un precipitare nel vissuto della &#8220;disintegrazione&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">1 &#8211; &#8220;Il narcisismo, che è un processo presente insostituibilmente in tutti gli umani, ha dunque per noi le sue radici nella corporeità, e si sviluppa attraverso l&#8217;intervento di meccanismi legati all&#8217;esperienza del piacere&#8230; Il piacere narcisistico è piuttosto assimilabile a quello che si chiama &#8220;istinto di vita&#8221;: è il piacere che deriva dall&#8217;integrazione degli eventi corporei che, nella forma di istinto di vita, è generato dalla necessità biologica di &#8220;tenerli insieme&#8221; e di dar loro &#8220;unità&#8221;. (Ruggeri, 2001, 99).</p>



<p class="wp-block-paragraph">2 &#8211; &#8220;La disintegrazione della personalità è un ben noto stato psichico, e la sua psicopatologia è molto complessa. L&#8217;esame di questi fenomeni in analisi, tuttavia, mostra che lo stato primario di non-integrazione è alla base della disintegrazione&#8221; (Winnicott, 1991, p. 180).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Diagnosi differenziale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In genere è difficile legare gli eventi Dap a momenti specifici della propria storia personale perché evidentemente qualcosa relativo ai &#8220;legami&#8221; è stato compromesso ed è diventato difficile il recupero dell&#8217;esperienza passata. Quando parliamo di &#8220;esperienza&#8221; ci riferiamo sia ai &#8220;comportamenti&#8221; osservabili sia alle emozioni e ai sentimenti che li accompagnano. All&#8217;inizio della vita extrauterina le emozioni non sono affinate ed è dal piacere e dal dolore che si svilupperanno la rabbia, l&#8217;odio e l&#8217;amore. In questo periodo, quando il bambino scopre di esistere, lo fa attraverso gli occhi e lo sguardo di coloro che gli vogliono bene. È attraverso loro che scopre il piacere di esistere e con loro comincia e rivendicare e a scoprire il piacere (narcisistico) di realizzare le proprie intenzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In che modo avvengono queste scoperte? Prima di scoprire la possibilità di realizzare le proprie intenzioni il bambino scopre, negli occhi della madre, il &#8220;piacere&#8221; della realizzazione del suo (di lei) desiderio. All&#8217;inizio è lei che mostra piacere o disappunto indipendentemente dall&#8217;intenzionalità del bambino nel realizzare qualsiasi comportamento. È lei che comincia il gioco di desiderare che lui realizzi cose. S&#8217;instaurano i primi i primi giochi relazionali in cui il bambino scopre il piacere d&#8217;essere chiamato in causa. Scopre che i richiami, gli appelli sono rivolti a lui e solo a lui ed è il piacere e il desiderio della intenzionalità, che lui compia delle azioni intenzionali, scritti negli occhi della madre, che il bambino legge e alla fine cerca e riesce a fare propri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma come riesce un bambino a fare propria l&#8217;emozione materna? Ad incorporarla ed introiettarla? Una delle competenze ereditate geneticamente dai bambini è quella del riconoscimento dell&#8217;emozione attraverso l&#8217;imitazione. Sembra che i bambini posseggano questa capacità fin dal primo giorno dalla nascita (Goleman, 2004). Secondo alcuni assunti neurofisiologici (Ruggeri, 1997) l&#8217;empatia è un sentimento i cui correlati neurofisiologici sono attivati nell&#8217;esperienza imitativa. Forse è questo a spingere il prof. Ruggieri a definirla &#8220;decodificazione imitativa&#8221;. Allora forse, se l&#8217;empatia è una funzione corrispondente ad organi già presenti alla nascita, vuol dire che la condizione del suo sviluppo è l&#8217;esercizio ed è per questo forse che possiamo anche &#8220;dimenticare&#8221; d&#8217;essere empaticamente competenti, per mancanza d&#8217;esercizio. Oppure possiamo anche non aver mai imparato. Manca l&#8217;esercizio quando non ci sono stimoli adeguati. Al bambino non è offerta l&#8217;opportunità dell&#8217;esercizio di una funzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I processi precursori dell&#8217;empatia presenti alla nascita sono tecnicamente definiti &#8220;mimetismo motorio&#8221;. Probabilmente è con l&#8217;utilizzo di questi processi che il bambino porta dentro di sé il desiderio materno o, per meglio dire, costruisce dentro di sé il desiderio corrispondente all&#8217;immagine di ciò che vede riflesso negli occhi, nella voce e nel volto delle persone care. Le prime cose che desiderano le persone che si prendono cura del bambino, per il bambino, sono legate all&#8217;evoluzione. Il primo desiderio di ogni genitore è scoprire che il bambino è capace di apprendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni sua più piccola conquista è accompagnata da manifestazioni di gioia. Queste manifestazioni fungono da rinforzo perché il comportamento si ripeta e sempre meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sempre meglio sta per &#8220;sempre meglio integrato&#8221; corrispondente alle esperienze attraverso cui il bambino impara a coordinare il movimento del proprio corpo e dei propri organi nello spazio in relazione alle persone ed agli oggetti e finalizzando tutto al perseguimento di un obiettivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scoprendo di &#8220;voler fare&#8221; il bambino scopre se stesso e scopre che il suo piacere, nel realizzare l&#8217;integrazione degli organi del suo corpo e delle funzioni di questi organi, corrisponde al piacere antico intuito negli occhi della madre. La gioia della madre per la sua riuscita sarà la sua gioia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, sintetizzando possiamo dire che il bambino dalla nascita scopre i propri organi; che attraverso l&#8217;esercizio del mimetismo motorio scopre le emozioni dei genitori e costruisce l&#8217;empatia; si appropria delle loro emozioni e scopre la gioia di poter agire,con intenzione, sulla realtà attraverso il processo di integrazione dell&#8217;Io. E scopre anche una cosa che ha per noi un grande valore esplicativo ai fini della costruzione di un&#8217;ipotesi sulla genesi del Dap: scopre che il costante sostegno e desiderio che i genitori manifestano in direzione del perseguimento dell&#8217;integrazione dell&#8217;Io, funge da collante tra le stesse funzioni per cui il bambino lega le funzioni che &#8220;sente&#8221; maggiormente valorizzate. Per questo la partecipazione, l&#8217;interesse, la disponibilità, la presenza, il contatto di coloro che si prendono cura del bambino, sono strumenti utili a rafforzare il formarsi dell&#8217;Io (integrato), mentre al contrario, l&#8217;assenza, la mancanza di disponibilità eccetera conducono a disturbi corrispondenti all&#8217;atrofia, alla dimenticanza, a poca dimestichezza nello svolgimento di funzioni specifiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa dinamica energetica anche i pre-giudizi, le convinzioni, la fede che i genitori hanno nei confronti della possibilità del bambino di realizzare le opportune integrazioni e apprendimenti, li condizionano. È il desiderio e la fiducia della mamma nella capacità del figlio che lo rendono veramente capace di realizzare i suoi desideri (della madre) che poi diventano anche del figlio. Di solito diamo per assodato che i genitori siano convinti delle reali possibilità del figlio di realizzare gli eventi maturativi. Invece nella realtà il giudizio dei genitori, quello che sentono e pensano rispetto al figlio, è sempre condizionato dai sentimenti che vivono nei suoi confronti, e in genere, nella relazione col figlio, ogni genitore porta anche i sentimenti non elaborati e i bisogni non soddisfatti dalle relazioni avute col/nel suo mondo. Anche quella col figlio quindi è una relazione colorata dal proprio mondo interno ed anche con lui si esprimono bisogni di dipendenza e regressione infantile. Molte insoddisfazioni possono venire a galla e i propri bisogni si impongono in modo più impellente di quelli degli stessi figli. I genitori possono ritrovarsi ad essere troppo presi dalla propria realtà e distratti nei confronti dei figli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre capita a tutti nella vita di scoprire che ci sono periodi alti e bassi e a tutti può accadere che, pur essendoci disponibilità, amore e attenzione, ci possono essere periodi in cui anche le persone che si prendono cura di un bambino sono presi da altro e inavvertitamente cambiano il loro modo di rapportarcisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per una madre può esserci la nascita di un altro figlio, un problema di lavoro, il decesso di una persona cara, insomma eventi che possono distogliere l&#8217;attenzione dal bambino riducendone l&#8217;investimento affettivo. Del resto è un normale modo di relazionarsi quello che prevede il graduale disinvestimento genitoriale e serve ad educare all&#8217;autonomia. Solo che questo disinvestimento non sempre si realizza nel momento opportuno né nei modi in cui il bambino può tollerarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo periodo della propria esistenza la sua vulnerabilità è notevole. La vita si limita al rapporto instauratosi con le figure primarie e, in alcuni casi, qualsiasi cambiamento che non tenga conto del periodo evolutivo e delle modalità di relazione del bambino, è suscettibile di ingenerare un vissuto drammatico che produce un grosso dolore e paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dolore e la paura generano la rabbia che non può comunque dirigersi contro le persone da cui si dipende perché rimangono sempre gli oggetti più significativi della propria esistenza; attaccarle significherebbe rischiare di distruggerle, di fargli del male e questo non può essere, non può avvenire. Nasce un conflitto il cui esito porta a rivolgere questa rabbia contro se stessi. C&#8217;è un&#8217;inversione di tendenza. Aggredendo se stessi si realizzano diversi obiettivi: si scarica la rabbia; si punisce colui che vive la rabbia e desidera fare del male alle persone cui si vuole bene; si fa anche del male all&#8217;oggetto cui i genitori vogliono bene, quindi li si ferisce indirettamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando le esperienze di questo tipo, di disattenzione genitoriale, di disconferma o di trauma, sono frequenti o molto intense o durano per troppo tempo, è possibile si formino delle personalità dubbiose; con poca fiducia e spaventate dalla realtà, sempre sulla difensiva. Sono persone costantemente attente a controllare tutto e tutti e tese a tenere in un insieme coerente, con tutte le loro forze, le componenti emozionali e cognitive del mondo che si sono costruiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono persone costantemente sottoposte a stress emozionali e fisici perché si sobbarcano di tutti gli oneri di un&#8217;autonomia di cui non sono capaci o alla quale sono impossibilitati; cercano di dimostrare di poter fare tutto da soli, come immaginano che vogliono i loro genitori; di non aver bisogno di alcun aiuto pratico né affettivo; tengono a bada le emozioni e la loro espressione perché hanno interpretato il voltafaccia o il disinteresse o la disattenzione genitoriale come una richiesta tacita di crescita e autonomia. Pur non avendo mai vissuto una vera e grave separazione vivono paventandone sempre una. Sono quindi persone sempre in allarme e impegnate a vivere al massimo delle proprie possibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Probabilmente proprio questo &#8220;massimo costante sforzo&#8221; rende loro impossibile realizzare qualunque progetto. La tensione e l&#8217;ansia derivanti da questa modalità di approccio alla vita sarà energeticamente depauperante perchè si esaurisce nel tentativo del controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il naturale sentimento di fiducia nelle proprie possibilità, non essendo stato alimentato dai genitori distratti, presi altrimenti, arrabbiati, insoddisfatti, delusi, è frainteso e viene sostituito da quello del controllo. Certamente perché c&#8217;è anche più dimestichezza con questa pratica piuttosto che l&#8217;altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualunque vera separazione o anche solo il rischio di una vera separazione, che potrebbero anche essi stessi giudicare e sentire come necessaria, una perdita improvvisa o anche solo il rischio di una perdita, mette questa persona davanti alla realtà del proprio vissuto d&#8217;impossibilità a &#8220;farcela&#8221; a sopravvivere e può scatenare un attacco di panico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli attacchi di panico hanno esordi improvvisi ed inaspettati. Questi momenti di acuta ansia non durano moltissimo ma comunque il tempo sufficiente a stabilizzare un sacro timore che l&#8217;evento possa ripetersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ci sono motivi oggettivi di scatenamento; il pericolo e il terrore che si racconta di vivere è solo un tentativo di descrivere l&#8217;emozione, che si crede, dovrebbe accompagnare le sensazioni disgreganti che si sperimentano. La paura è terribile perché è di morire e non ci sono parole capaci di rendere conto efficacemente del vissuto e in maniera credibile. In quel momento non è l&#8217;individuo a vivere l&#8217;attacco di panico bensì, al contrario, ne è vissuto. Si ha paura della follia e della perdita di controllo perché quello che si sta vivendo &#8220;è&#8221; follia, &#8220;è&#8221; al di là di sé. L&#8217;Io con tutte le sue capacità di controllo, razionalità, lucidità ha abdicato o si è anche lui nascosto da qualche parte. La tempesta infuria e devasta i ritmi, sconvolge i confini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni parte del corpo va per conto suo, diventa pesante, stanco, estraneo e &#8220;quelle strane sensazioni&#8221; diventano indici di una volontà che è dentro di noi ma non siamo noi; non la riconosciamo come nostra. Nasce la paura della follia e di non poter essere artefici di noi stessi nelle esperienze future. Si autoalimenta la sfiducia. Comincia una lotta immane ed estenuante tra il cedere, lasciare andare e lasciarsi andare o tenere/tenersi sotto controllo. Il &#8220;sapere&#8221; dell&#8217;irrealtà del sintomo non basta a tranquillizzare; tachicardia, senso di soffocamento, blocco allo stomaco, contrazioni viscerali, disturbi alla vescica, tremori agli arti, tutte sensazioni, forse non reali, ma non per questo meno vere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo le prime volte, la diagnosi ufficiale, &#8220;sindrome da attacchi di panico&#8221;, diventa anche una condanna perché è come se questo disturbo venisse catalogato tra quelli di fantasia, non reale, inventato. Chi non l&#8217;ha mai vissuto non riesce a capacitarsi della veridicità delle sensazioni e dei vissuti raccontati e allora accade che questi disturbi vengono vissuti in solitudine, là dove matura il pudore a confessare la numerosità degli attacchi e la loro gravità. Quando poi non si arriva anche a sentirsene in colpa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella relazione si cerca la sicurezza sulla quale comunque ci si riserverà sempre qualche dubbio. Si tende alla simbiosi e all&#8217;approvazione degli altri. Si temono le emozioni bloccando in modo particolare l&#8217;espressione dell&#8217;aggressività; si tende al conformismo sociale e si sacrifica la creatività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa che più di tutte si evidenzia è il legame tra angoscia di separazione e panico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Attacco ai legami dell&#8217;Io come presupposto per il Dap</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;approccio terapeutico alla sindrome parte sempre da un&#8217;ipotesi e questa può essere formulata a partire dall&#8217;osservazione del comportamento e dai vissuti fenomenologici. È per questo che ogni intervento deve essere preceduto da una breve indagine diagnostica. A volte è anche possibile ci siano manifestazioni sindromiche simili che, pur appartenendo allo stesso quadro diagnostico, possono poi rivelare una diversa genesi dinamica e perciò diventa importante che la diagnosi sia anche capace di leggere una differenza nel formarsi di un certo quadro nosografico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel Dap ci colpisce quanto ci viene riportato circa un vissuto di separazione tra l&#8217;espressione corporea e la capacità di riconoscere l&#8217;emozione rappresentata. L&#8217;unica emozione riconosciuta alle diverse attivazioni fisiche (tachicardia, soffocamento ecc.) è la paura. Le persone affette da panico nelle sue varie manifestazioni, non sono in grado di risalire alle emozioni che hanno scatenato quelle attivazioni neurofisiologiche ma riescono unicamente a riconoscere quella da esito finale. È possibile supporre che proprio il mancato riconoscimento emozionale porti ad una sensazione di estraneità sensoriale che, alla fine, è riconducibile alla paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro elemento distintivo che può assumere valore differenziale nel Dap è il fatto che, mentre nelle forme di attivazione somatica riconducibili all&#8217;isteria l&#8217;investimento riguarda l&#8217;organo e la funzione specifica relativa, in modo che il sintomo assume un proprio linguaggio e una propria comunicazione alternativa rimandando sempre a qualche altra cosa (il sintomo sta per qualche altra cosa), nel panico ciò che viene investito affettivamente è il legame tra le funzioni dei diversi organi. È investita la funzione di raccordo e il legame tra le stesse funzioni che in tal modo perdono di senso e significato. Proprio questo investimento dà conto sia del valore aggressivo di quest&#8217;affetto sia della valenza relazionale del Dap.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò ci conferma ulteriormente anche rispetto a quanto accennato a proposito dell&#8217;empatia; cioè che le funzioni dipendono dall&#8217;esercizio e dall&#8217;utilizzo che ne facciamo e che, ora possiamo dire, è innanzi tutto relazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel tentativo di spiegarci cosa accade negli eventi di Dap proviamo a dire che i processi fondamentali del nostro organismo sono relativi alle funzioni del &#8220;legare&#8221; e &#8220;separare&#8221;. L&#8217;abbiamo visto un po&#8217; in opera nell&#8217;evoluzione e abbiamo anche visto che queste due funzioni operano anche a carico di ciò che costruiamo dentro di noi. Una volta scoperto l&#8217;uso che possiamo fare delle varie istanze, emozioni, sensazioni e funzioni che formano il nostro organismo, leghiamo e mettiamo insieme quello che è fuori di noi e quello che viviamo dentro. Quest&#8217;operazione la realizziamo sia a livello psicologico che corporeo anzi al contrario, sia a livello corporeo che psicologico, perché è dalle esperienze corporee che partono le informazioni che alla fine &#8220;mentalizziamo&#8221; per sintesi progressiva. Le funzioni del &#8220;legare&#8221; e &#8220;separare&#8221; si legheranno e avranno una corrispondenza con le sensazioni e con le emozioni così che possiamo parlare di una sorta di &#8220;corporeizzazione&#8221;. Cioè, contrariamente a quanto può suggerire il termine, le emozioni possono essere comprese solo dopo che le abbiamo sentite nel corpo e abbiamo imparato a conoscerle. Il che vuol dire che ciò che sentiamo nel corpo ha sempre un correlato e un significato emozionale; solo che può essere subentrata una difficoltà a ri-conoscerlo. Un&#8217;interruzione tra il sentire e il capire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che negli attacchi di panico determina questo scollamento è la rabbia rivolta contro l&#8217;Io e le sue funzioni. In queste persone quando l&#8217;evento separazione, o la sua possibilità, si produce realmente, sotto forma di un&#8217;eventuale decesso, allontanamento da persone care, realizzazione di un progetto d&#8217;autonomia (tesi di laurea, diploma), matrimonio o anche si presenta in forma simbolica (un viaggio, un volo, un conflitto relazionale) e sono in un momento di stress fisico o psicologico, scatta l&#8217;attacco di panico derivante da un vissuto di dolore cui corrisponde una rabbia che non può essere indirizzata verso l&#8217;oggetto scatenante in quanto è lo stesso oggetto visto e perseguito come gratificante. Questa rabbia viene allora diretta verso l&#8217;Io, che è &#8220;un&#8217;integrazione di funzioni&#8221;, menomandone la capacità legante in quanto è proprio questa capacità che rappresenta, in quel momento, l&#8217;inverso del processo che sta generando la rabbia (la separazione) e, per l&#8217;inconscio, l&#8217;inverso di una cosa è la cosa stessa; si realizza con questa modalità l&#8217;aggressione dell&#8217;evento separazione che fa stare male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;aggressione dell&#8217;Io rappresenta per questo disturbo anche l&#8217;aggressione dell&#8217;oggetto condiviso dalla nascita con la figura primaria di relazione; con il primo campo &#8220;madre&#8221; il bambino condivide la gioia e il piacere narcisistico dell&#8217;integrazione. Aggredire l&#8217;Io può equivalere, per il bambino, ad aggredire in sé il desiderio materno della crescita e dell&#8217;autonomia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una diagnosi energetica rivelerà in queste persone una buona tonicità, tendenze affermative e atteggiamenti risolutivi che rimarcheranno tenacia la quale può indurre a errate valutazioni diagnostiche di masochismo morale. Queste persone non sono masochiste perché non godono nello star male e nel non riuscire a realizzare i propri obiettivi. Anzi ne soffrono e se ne affliggono e l&#8217;autodenigrazione è solo un&#8217;ulteriore manifestazione della rabbia autodiretta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando invece siamo effettivamente in presenza di una bassa energia, è possibile si realizzi una pura difficoltà dell&#8217;Io a realizzare una costante integrazione delle funzioni fisiche e mentali. Eventuali esaurimenti fisici e/o psichici possono manifestarsi con attacchi di panico. Però non possiamo ancora dire d&#8217;essere in presenza di una sottostante o evidente depressione perché questa carenza investe le capacità dell&#8217;Io e non quelle del Sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste persone sono persone che s&#8217;impegnano e si danno da fare ma sono facilmente vittime della stanchezza, dell&#8217;esaurimento, della difficoltà di concentrazione, mancanza di costanza e può capitare che siano anche destinate ad essere soggette ad errate diagnosi di depressione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Dap copre invece una vera depressione quando l&#8217;aggressività, l&#8217;animosità e la rabbia sono rivolti al Sé, al sentimento che accompagna la sensazione di esistere. In questo caso l&#8217;individuo è svuotato di senso anche se ugualmente può essere preda di senso di perdita, dispersione e disintegrazione. L&#8217;Io in questo caso è come se &#8220;recitasse il panico&#8221; con lo scopo di trovare un conforto, un legame, un&#8217;accoglienza che possa riuscire a dare un senso relazionale all&#8217;esistenza. È proprio il valore relazionale che assimila queste due manifestazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questa serie di considerazioni possiamo dire che le persone destinate all&#8217;attacco di panico, lo possono incontrare ogni volta che vivono una relazione nella quale c&#8217;è il rischio, anche solo paventato, della separazione. Si può dire che questo evento è così tanto temuto che si impegnano a tenere insieme la relazione ostinatamente anche &#8220;faticando moltissimo&#8221; e al limite delle proprie capacità, sacrificando tutti i propri bisogni e desideri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La problematica della separazione è quindi principe in questo disturbo presentandosi a tutti i livelli di relazione; &#8220;mettere e tenere insieme&#8221; le cose e le persone sono i processi maggiormente perseguiti perché maggiormente meritevoli e necessitanti di riparazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nemmeno rilassarsi è possibile per queste persone perché il relax si accompagna ai vissuti di regressione psicofisica e regredire, per loro vuole anche dire &#8220;tornare a modalità di funzionamento precedenti&#8221;. Quelle &#8220;modalità di funzionamento evolutivo&#8221; precedenti sono proprio le modalità di non-integrazione infantile che queste persone vivono con allarme e paura perché, per loro, l&#8217;allentamento dei legami tra le funzioni si accompagnano a vissuti di rabbia rivolta all&#8217;Io come rappresentante simbolico di oggetto d&#8217;amore condiviso e quindi sono vissuti di disintegrazione e perdita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui la paura di perdersi, rompersi e frammentarsi; la paura d&#8217;impazzire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La paura di &#8220;non sapersi controllare&#8221; che l&#8217;attacco di panico provoca, è quindi da mettere in relazione alla paura di non sapersi più tenere insieme e alla paura che l&#8217;Io perda la capacità di &#8220;controllo funzionale&#8221;. Nel Dap quindi non è messo in discussione l&#8217;autocontrollo come funzione Super egoica, ma il controllo come funzione dell&#8217;Io.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La lotta evolutiva di queste persone è tesa a dimostrare-si capaci di un&#8217;integrazione di cui non sono per niente sicure. E non ne sono sicure perché nella relazione con i genitori non hanno avuto sufficienti conferme della loro &#8220;capacità/possibilità&#8221; di farcela. Forse inizialmente i genitori erano distratti o presi da altro, poi disinteressati, poi da più grandi li hanno disconfermati e non è raro infatti che si siano trovati davanti a vere e proprie competizioni con le figure genitoriali nel cui confronto hanno cercato e tuttora cercano di mostrarsi più capaci e più bravi di gestire la famiglia, la professione, la relazione. Competizione che a sua volta esaspera ed alimenta rimproveri e ritorsioni genitoriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa competizione permane tanto a lungo che a volte si rivela ancora attiva nel perseguimento problematico e forzato dell&#8217;autonomia anche nell&#8217;età adulta e, proprio perché forzata, si risolve spesso in esiti disastrosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa dinamica, relativa all&#8217;Io, si lega alla fiducia piuttosto che al controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La capacità di controllo è ciò che la società in genere ci chiede; è un appello alla forza, all&#8217;impegno energetico. Ci chiede di rinsaldare e fortificare i limiti, i confini del nostro organismo e non lasciare uscire né entrare elementi estranei. Si fa appello implicitamente alla rigidità che può stare anche per &#8220;chiusura&#8221;, forza, impenetrabilità, per corazza, anche caratteriale direbbe Reich. Nel richiamarsi al controllo si fa più appello alle istanze riconducibili al Super-Io piuttosto che all&#8217;Io.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la rigidità si lega alla fragilità ed è proprio questa la caratteristica che incontriamo nelle persone preda degli attacchi di panico quando coltivano il controllo piuttosto che la fiducia. Sono al contempo forti e fragili. Danno l&#8217;impressione di potersi fare carico di qualunque cosa tanto da destare l&#8217;incredulità, la sorpresa e il disappunto, anche in chi li conosce da tempo, quando poi crollano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo cerchio si autoalimenta la sfiducia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È per questo che in queste persone non può e non deve essere alimentato il &#8220;controllo&#8221; bensì la fiducia. Fiducia nella possibilità di rilassarsi senza perdersi; fiducia nella possibilità di ritrovarsi e rimettersi insieme (ritrovare le loro parti e rimetterle insieme) anche dopo che ci si è lasciati andare. Fiducia nella possibilità di &#8220;connettere&#8221; le cose, i pensieri, le sensazioni e le emozioni. Così potrà diventare possibile rilassarsi anche negli eventi sessuali e finalmente diventare possibile anche la scoperta del &#8220;piacere&#8221; della tenerezza. Un elemento diagnostico differenziale può infatti essere considerata anche la difficoltà ad abbandonarsi al rapporto sessuale e, come contrappunto e forse a conferma di questa affermazione, troviamo difficile notare schiette ed indubbie manifestazioni di panico nelle donne in gravidanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Terapia</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualsiasi metodo utilizziamo nell&#8217;attuare una psicoterapia è influenzato dalle idee che abbiamo nei confronti del singolo. Nella favola di &#8220;Amore e Psiche&#8221;, la &#8220;fede&#8221; nel sentimento che Psiche prova nei confronti di Amore deve essere sufficiente e bastare perché il rapporto continui. La favola racconta della separazione che interviene quando Psiche cerca di &#8220;mettere gli occhi&#8221;, la coscienza, dove deve essere solo il cuore. Ma, contrariamente al luogo comune sapere, conoscere e amare non sono necessariamente antitetici; quando Amore diventa consapevole del proprio sentimento e smette di temere si ricongiunge all&#8217;amata. Allora forse il segreto sta nell&#8217;imparare a guardare dentro di sé piuttosto che nell&#8217;altro e riconoscere, nel senso di accettare, quello che ci troviamo così da scoprire che la fede è figlia della fiducia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel Dap è questo il credito che maggiormente viene perseguito. Lavorando con persone affette da questo disturbo, si ha quasi sempre l&#8217;impressione che stiano cercando un sostegno, la forza di credere in loro stessi. A fronte degli impegni che si assumono, delle cose che fanno, delle disponibilità che mostrano, di fatto non credono in loro stessi. Forse proprio per questo s&#8217;impegnano al di là delle forze; per dimostrarsi diversi da come sentono di essere. È come fossero convinti che le cose fatte non abbiano il valore che meritano; che siano sempre cose di poco conto. Non hanno fiducia. Ciò che manca in queste persone è la fede e la fiducia e la fede e la fiducia testimoniano l&#8217;amore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembrerà banale, ma è anche in questo senso che l&#8217;attacco di panico è la manifestazione di un problema di relazione. Queste persone sono in cerca, non dell&#8217;amore ma di essere amati; di qualcuno che le ami senza condizione, che gli faccia sentire e trovare la fede, che gli mostri e gli faccia sentire la fiducia. Di questi sentimenti hanno bisogno di appropriarsi e su questa dinamica psicologica nasce e si sviluppa la logica del gruppo di auto mutuo aiuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda implicita del disturbo è in relazione alla dedizione, fiducia, gratuità, disponibilità; domande cui difficilmente può rispondere una figura professionale disponibile solo nelle ore di lavoro. Domande cui risponde in maniera più prossima invece un gruppo autogestito e autoformatosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di questi bisogni è necessario tenere conto e un intervento, di qualunque tipo, rischia il fallimento se non si accompagna alla fiducia. È necessario che il terapeuta, lo psicologo e qualunque altro operatore credano nella possibilità che la persona che gli si rivolge ce la farà perché ha le qualità, le prerogative, gli attributi e le capacità per farcela a tenersi insieme, a rimanere &#8220;centrata&#8221; nelle avversità, a non perdersi, non disperdersi e non svuotarsi quando tanto e tante cose contemporaneamente richiederanno attenzione ed interventi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Dap privilegia il corpo come teatro di manifestazione e penso che innanzi tutto del corpo dobbiamo accettare il dialogo. La mentalizzazione dovrebbe essere uno degli obiettivi terapeutici e una delle qualità di cui aver fiducia e a cui dare credito. La &#8220;mimetizzazione intellettuale e cognitiva&#8221; che è possibile osservare all&#8217;inizio di un&#8217;eventuale psicoterapia con queste persone, va considerata testimone degli sforzi che fanno per trovare la strada del &#8220;com-prendere&#8221;, del portare e mettere dentro di loro un certo modo di fare. È un tentativo di appropriarsi di un modo d&#8217;essere; un assecondamento che è un atto d&#8217;amore. Nella relazione devono però imparare a credere nell&#8217;esistenza di un modo d&#8217;essere personale che va cercato insieme piuttosto che creato; devono imparare ad abbandonarsi e lasciarsi andare ai movimenti spontanei del proprio organismo che in quest&#8217;allentamento potrà esprimersi in libertà e creatività. Devono essere rieducati alla fiducia in modo da smettere di aver paura di ciò che può accadere dentro di loro. Come Psiche dovranno imparare a &#8220;credere ciecamente&#8221; e perciò bisogna stare attenti a non illudere né deludere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un metodo terapeutico privilegiato per il Dap penso sia quello che prevede la possibilità di comprendere la problematica attraverso l&#8217;espressione corporea. Attraverso il corpo deve prevedere il suo esercizio così da metterne in evidenza le possibilità di modifica attraverso l&#8217;esperienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi siamo non solo le cose che pensiamo ma anche il modo in cui le pensiamo, siamo non solo il respiro e l&#8217;aria che ci entra dentro, ma anche il modo in cui prendiamo e utilizziamo quest&#8217;aria. Il &#8220;lasciarsi andare&#8221; e abbandonarsi, prima di diventare un&#8217;idea, è stata un&#8217;esperienza forse assimilabile anche a quella primaria di abbandonarsi nelle braccia di qualcuno; il panico prima di farsi parola ha invaso il corpo. Le &#8220;distonie neurovegetative&#8221; sono lo &#8220;scollamento&#8221; delle funzioni del nostro corpo che, sperimentate, testimoniano esperienzialmente l&#8217;incapacità a &#8220;tenersi insieme&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo penso che in psicoterapia debbano essere considerati un buon ausilio gli esercizi corporei che rimandano ai concetti di &#8220;equilibrio&#8221;, &#8220;coordinazione&#8221;, &#8220;centratura&#8221; e che propongono l&#8217;attenzione sensoriale privilegiando l&#8217;atteggiamento di accoglienza e fiducia. Rimane importante però non considerare questi esercizi alla stregua di semplici movimenti corporei; il loro senso va ricondotto alle valenze relazionali della relazione terapeutica perché si possano sperimentare, finalmente in una situazione &#8220;protetta&#8221; e accogliente, quegli eventi che sono diventati un&#8217;ombra persecutoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Riassunto</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo articolo s&#8217;intende ipotizzare che gli eventi &#8220;attacchi di panico&#8221; siano generati dall&#8217;incapacità e impossibilità ad agire l&#8217;aggressività nei confronti delle prime persone significative. Dalla nascita l&#8217;Io si struttura rappresentando continui atti d&#8217;amore volti a queste persone. L&#8217;affetto, dato e ricevuto, diventa il collante di questa stessa struttura. È imperativo allora negare la rabbia; ma quando diventa impossibile, capita di poterla esprimere solo nei confronti di questo collante primario realizzando in tal modo diversi obiettivi. Nel Dap quindi, il controllo non è sempre e solo un&#8217;istanza super-egoica ma anche uno sforzo per &#8220;tenersi insieme&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[PAROLE CHIAVE: Disturbo da attacchi di panico, Tenersi insieme, integrazione/non-integrazione, fiducia, controllo]</p>



<p class="wp-block-paragraph">*Psicologo, psicoterapeuta, consulente Lidap – Roma</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>BIBLIOGRAFIA</strong><br>Goleman D., &#8220;Intelligenza emotiva, che cos&#8217;è, perché può renderci felici&#8221;, BUR, 2004, (pp. 126-127).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ruggeri V., &#8220;L&#8217;esperienza estetica. Fondamenti psicofisiologici per un&#8217;educazione estetica&#8221;, Ed. Armando, 1997.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ruggeri V., &#8220;L&#8217;identità in psicologia e teatro&#8221;, Ed. Magi, 2001. Winnicott, D. W., &#8220;Dalla pediatria alla psicoanalisi&#8221;, Ed. Psycho Martinelli, 1991.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un approccio corporeo ai Disturbi da Attacchi di Panico (Dap)</title>
		<link>https://www.lidap.it/2022/11/15/un-approccio-corporeo-ai-disturbi-da-attacchi-di-panico-dap/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Nov 2022 18:14:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti sul Dap]]></category>
		<category><![CDATA[La ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lidap.it/?p=3101</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Ciardiello* Capita sempre più spesso di leggere articoli e testi che si occupano di panico e dei suoi aspetti fobici. Finalmente il Dap è entrato nella categoria delle disfunzioni e dei disturbi considerati &#8220;veri&#8221; e le persone che ne soffrono non devono più temere di essere accusati di simulazione. Di questa accusa quasi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h4 class="wp-block-heading">di Giuseppe Ciardiello*</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Capita sempre più spesso di leggere articoli e testi che si occupano di panico e dei suoi aspetti fobici. Finalmente il Dap è entrato nella categoria delle disfunzioni e dei disturbi considerati &#8220;veri&#8221; e le persone che ne soffrono non devono più temere di essere accusati di simulazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di questa accusa quasi tutti i &#8220;dappisti&#8221; hanno fatto esperienza e solo poche persone, forse quelle di &#8220;ultimissima generazione&#8221;, sono riuscite a scamparla. Finalmente il Dap è diventato di comune comprensione; gli stessi portatori ne riconoscono le manifestazioni e non corrono più il rischio d&#8217;essere guardati male e accusati di volere solo attrarre l&#8217;attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Disturbo da Attacchi di Panico è un disturbo molto giovane e solo in questi ultimi anni gli psicologi e gli psichiatri si stanno confrontando con la sua dinamica, le sue espressioni e le sue remissioni. È talmente giovane che a volte è ancora difficile definirne i confini tanto che le sue espressioni più immediate, mancamenti, vertigini, tachicardia, tremito, paura di perdere il controllo, senso di soffocamento ecc., sono spesso insufficienti per una corretta diagnosi differenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come nella consulenza per la diagnosi, anche nell&#8217;ambito della cura si sta ancora cercando di capire quali possono essere i metodi più efficaci. Per lo stesso disturbo ad alcuni si ritiene necessario prescrivere o suggerire l&#8217;intervento contemporaneo di diverse figure professionali (medico, psichiatra, psicologo, psicoterapeuta); per altri può essere sufficiente il gruppo di Auto Mutuo Aiuto. Per altri ancora il gruppo può rivelarsi insostenibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa variabilità induce a pensare che il trattamento del Dap è ancora effettuato con metodi &#8220;sperimentali&#8221;, per lo meno nel senso che non è ancora stata detta nessuna parola definitiva sulla genesi, sullo sviluppo, sulla remissione e sui legami che uniscono questi tre aspetti o che portano dall&#8217;uno all&#8217;altro. Quello che sembra confermato è che il Dap è innanzi tutto un &#8220;disturbo relazionale&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest&#8217;ultima ipotesi si basa sul fatto che alcune manifestazioni sintomatiche si legano ad eventi sociali (agorafobia, fobia sociale, paura della solitudine o della frequentazione di luoghi solitari) e sul fatto che le stesse manifestazioni sono così eclatanti, e i portatori le usano in maniera tale, che sembrano proprio profilarsi come richieste d&#8217;aiuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sua dinamica espressiva e comportamentale, il disturbo di panico obbliga alla relazione; obbliga a quelle richieste che a volte, per l&#8217;evidente assenza di traumi, vengono interpretate come richieste di attenzione, se non proprio come atteggiamenti esibizionistici. Ignorare il senso relazionale di questi sintomi comporta un rischio molto importante sia per chi si occupa della cura sia per chi vive l&#8217;esperienza del DAP; il rischio cioè di lasciarsi interessare e preoccupare solo dalla remissione sintomatica col pericolo di eliminare, col sintomo, uno degli strumenti più efficaci di relazione e di denuncia del disturbo corrispondente .</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;attenzione al sintomo è un atteggiamento che noi terapeuti assumiamo a volte perché costretti dalla gravità della sofferenza delle persone. Altre volte magari ci viene spontaneo perché fa parte della nostra indole, del nostro modo d&#8217;essere e l&#8217;eliminazione della sofferenza è uno dei motivi per cui abbiamo scelto questo mestiere. Altre volte ancora, sono gli stessi pazienti a chiedere d&#8217;essere liberati dal sintomo e questo può sollecitare, nel terapeuta, una strana tensione che si mischia al bisogno di creare un&#8217;alleanza che può tornare utile allo stesso paziente. Altre volte invece può capitare di vivere la sopravvivenza del sintomo come una dimostrazione della nostra inefficacia e possiamo vivere il confronto terapeutico come una sfida narcisistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, anche noi terapeuti siamo figli di questi tempi e il tempo che viviamo è ancora il tempo della medicina classica che si proietta nel nostro immaginario stimolandoci all&#8217;onnipotenza. In questa fantasia un medico &#8220;bravo&#8221; toglie il dolore e la sofferenza, e il sintomo, preso come il nemico, rischia d&#8217;essere scambiato per il disturbo anziché essere visto per quello che è: un indicatore della presenza di un disturbo relazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Terapie Corporee non sono estranee a queste premesse ma, poiché il comportamento è innanzitutto finalizzato alla comunicazione, la sua osservazione le induce naturalmente all&#8217;attenzione relazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fino a qualche anno fa non era ben chiaro il tipo d&#8217;intervento che queste terapie perseguivano, o non lo era per i non addetti ai lavori. Gli aspetti più conosciuti erano quelli tecnico operativi che si basavano, e si basano tuttora, sulla lettura delle azioni, dei gesti, atteggiamenti, posture e comportamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attualmente molti aspetti si sono chiariti ed è diventato evidente che occuparsi degli aspetti corporei, non vuole dire che vengono trascurati quelli dinamici e psicologici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Psicoterapie Corporee hanno privilegiato un approccio al &#8220;corporeo&#8221; preoccupandosi di ciò che è visibile dell&#8217;individuo. Considerano il corpo, che si muove nell&#8217;ambiente, sempre in relazione ad altri e a situazioni &#8220;altre&#8221; e come espressione dell&#8217;organismo complessivo, perciò anche di ciò che è meno visibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;atteggiamento corporeo, quindi la gestualità, la postura, la mimica, il modo di camminare, di parlare, di guardare sono considerati comportamenti tesi alla relazione, alla comunicazione e sono visti come eventi comportamentali complessivi di un organismo che tende ad esprimersi nella sua totalità. Queste espressioni sono finalizzate a realizzare una relazione anche quando, e se, il comportamento assume aspetti che definiamo disturbati e/o patologici. Il corpo &#8220;è&#8221; in quanto relazione, quindi anche il movimento nello spazio, di una persona in relazione all&#8217;altra, è &#8220;linguaggio corporeo&#8221; e perciò ogni manifestazione comportamentale, e ogni movimento, è un tentativo di comunicazione e l&#8217;espressione del bisogno di relazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il punto di vista corporeo, quando osserviamo il comportamento di un organismo e lo consideriamo complessivamente, dobbiamo riconoscere un&#8217;unica identità alle sue diverse funzioni e dovremmo conservare questo atteggiamento sia quando tentiamo di formulare un&#8217;interpretazione delle sue funzioni mentali, sia quando ne osserviamo i comportamenti esibiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riconoscere l&#8217;identità delle funzioni di un organismo prevede di considerare la contemporaneità del loro attuarsi nelle diverse espressioni, senza stabilire ordini gerarchici che ne compromettano l&#8217;integrità funzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ulteriore vantaggio del considerare l&#8217;organismo umano integrato, olistico nel senso di Kepner (Kepner, 2006), è che diventa maggiormente possibile comprendere l&#8217;effetto delle varie attività espressive. Per esempio le attività artistiche, quelle ludiche e a volte anche la prescrizione di passeggiate, la frequentazione di palestre di ginnastica e ballo, circoli sportivi, centri benessere, luoghi di socializzazione, possono essere utili ausili per la risoluzione di situazioni problematiche come quelle di cui ci stiamo occupando. Anzi a volte un lavoro teso solo alla comprensione e alla modifica degli atteggiamenti mentali, delle dinamiche e delle resistenze, con l&#8217;unico uso del metodo verbale, si può rivelare più difficoltoso, più lungo e meno efficace di un altro che si pone in un&#8217;ottica integrata, in cui corpo e mente sono considerati un&#8217;unica cosa e le attività ludiche e socializzanti sono viste anche come prescrizioni terapeutiche. Per questo motivo il metodo delle Arti Terapie, molto vario ed eclettico, a volte viene considerato un metodo corporeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A livello di vissuto corporeo, l&#8217;attacco di panico è il sintomo del fallimento dell&#8217;integrazione della percezione sensoriale, cinestesica e vegetativa con la vita emotiva e con la capacità di descrivere e nominare questi eventi. Spesso la verbosità lamentevole sostituisce la capacità di verbalizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un punto di vista dinamico possiamo leggervi il fallimento, o la deliberata volontà, anche se inconscia, di attaccare &#8220;qualsiasi cosa venga (dal paziente) percepita come legame tra due oggetti.&#8221; (è doveroso il riferimento a Bion anche se questo autore non riferisce il suo &#8220;attacco al legame&#8221; ai disturbi di panico: Bion, 1970, pag. 144). L&#8217;aspetto più interessante, comune sia al punto di vista dinamico sia corporeo, può essere considerato l&#8217;elemento &#8220;separazione&#8221; degli organi, delle funzioni e delle emozioni, che consente di guardare all&#8217;approccio integrato come a un terreno privilegiato che, non rinnegando il corpo, nemmeno lo elegge ad unico rappresentante dell&#8217;organismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi lavora con il corpo, la crisi di panico è l&#8217;aspetto evidente (sintomatico) del fallimento della capacità di coordinare le varie funzioni che, nel corpo, replicano quanto avviene nella mente. Cercare una soluzione unicamente &#8220;mentale&#8221; o unicamente &#8220;corporea&#8221; non è sufficiente per individuare e sanare la fonte da cui origina il problema e allora, esercizi di coordinazione, proposti contemporaneamente alla disamina psicologica dei vissuti emotivi e sensoriali, per mezzo della verbalizzazione, possono far parte di momenti privilegiati per la comprensione, la fiducia e l&#8217;acquisizione della competenza. Questi elementi, comprensione, fiducia e competenza, riscoperti nel proprio corpo, si possono rivelare capaci di indurre anche la risoluzione sintomatica, come già considerato e descritto nell&#8217;articolo consultabile all&#8217;indirizzo http://www.lidap.it/ciardiello.html. In presenza di un attacco di panico siamo davanti ad un vissuto più o meno destrutturato. Le sensazioni di disintegrazione si accompagnano ad impressioni di impotenza e paura di non poter governare le proprie parti corporee, organi e sistemi (muscolare, respiratorio, cardiaco). Evidentemente i due termini, non integrazione e disintegrazione, che rappresentano un&#8217;identica realtà, di fatto si accompagnano a due fantasie e due vissuti diversi. Tendiamo a rappresentarci la &#8220;non integrazione&#8221; come un insieme di elementi che hanno in sé la possibilità di integrarsi, mentre nella &#8220;disintegrazione&#8221; siamo portati a rappresentarci un evento che, oltre a rompere l&#8217;equilibrio degli elementi, li ha anche svuotati della loro capacità di reintegrarsi. Probabilmente questa possibile dinamica è riconducibile alla proiezione del vissuto aggressivo primario, del bambino che eravamo, che come risposta al più o meno reale e/o fantastico comportamento aggressivo e/o inadeguato di chi non si prendeva cura &#8220;di noi come desideravamo&#8221;, attua una ritorsione tesa a distruggere tutto ciò che tende ad unire e a svuotare i singoli elementi del potere aggregante. Atteggiamento da cui deriva anche il rischio depressivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sintetizzando possiamo dire che le persone sofferenti di DAP, pur desiderando e cercando persone e situazioni in cui potersi abbandonare (rilassare e amare), vivono i momenti di regressione come pericolosi; hanno difficoltà a &#8220;lasciarsi andare&#8221; e hanno disimparato a riconoscere le proprie emozioni e sensazioni (scotomizzazione: processo difensivo per cui il soggetto rifiuta di percepire determinati aspetti della sua situazione ambientale o di se stesso, specie quelli spiacevoli o dolorosi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora possiamo ipotizzare che queste persone, soggette a vissuti di destrutturazione improvvisi e immotivati, dal punto di vista terapeutico dovrebbero: a) essere aiutati a ridare agli elementi che compongono il loro &#8220;Io&#8221; il senso aggregante (collante); b) essere condotte a riprendere contatto con la loro capacità di coordinarsi e di integrarsi psicofisicamente (riavere fiducia in sé); c) dovrebbero imparare a riconoscere le emozioni e legarle alle sensazioni. Per fare tutto questo dovrebbero essere aiutate a riaccostarsi ai propri personalissimi modi di funzionare e a rispettarli nel loro senso dinamico (cioè per quello che significano nell&#8217;economia psichica di ognuno).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista della psicoterapia corporea, per realizzare questi obiettivi è inutile ricorrere alla prescrizione o alla persuasione perché i sentimenti che accompagnano questi eventi sono ampiamente colorati dalla sfiducia, sia in sé stessi, forse anche alimentata dalle svalutazioni subite nel corso degli anni, sia nelle persone del cui affetto si è sempre creduto (spesso si tratta dei genitori da cui ci si sente traditi). La mancanza di fiducia nei confronti delle prime persone care, col tempo è diventata sfiducia in qualunque altra persona anche solo suscettibile di diventare cara, a causa di una sorta di generalizzazione rancorosa che si estende a tutte le persone che si offrono di aiutare e che, così facendo, si candidano a diventare care.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora anche il terapeuta rischia di essere investito da questa generalizzazione che gli risulta ancora più invasiva se inattesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l&#8217;approccio corporeo un atteggiamento terapeutico che tenga conto di questi elementi può essere quello di: 1) considerare il corpo e la psiche un&#8217;unica cosa; 2) considerare l&#8217;organismo composto da organi e sistemi; 3) provare ad indurre la parte cosciente, quella che a volte è definita Io-corpo e che è un&#8217;istanza tra lo psichico e il corporeo (Ruggieri, 2001), a prendere contatto gradatamente con queste parti, che sono sia psicologiche (mentali), sia fisico/corporee, sia emozionali; 4) integrare queste parti promuovendo e alimentando la fiducia, con graduali esperienze di equilibrio ed integrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La psicoterapia corporea, che ha sempre guardato all&#8217;organismo umano come a un tutto integrato, nasce dalle osservazioni di W. Reich. Questo autore è stato uno dei pionieri dell&#8217;approccio integrato alla persona ma vicende storiche hanno un po&#8217; adombrato il suo lavoro che, fortunatamente, oggi si sta riabilitando grazie alla Bioenergetica, alla Vegetoterapia, alla Gestalt, all&#8217;approccio Centrato sulla Persona e alle altre scuole e associazioni terapeutiche che fanno del corpo il punto focale della loro attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Originariamente Reich si accorse che alcune nevrosi tendevano alla remissione in seguito all&#8217;esecuzione di piccoli esercizi corporei che, indagati anche psicologicamente, ripristinavano una discreta funzione organismica (Reich, 1977; De Marchi, 1981).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza dilungarci sugli aspetti storici ed evolutivi delle tecniche che da questo autore derivano, vediamo come si può proporre, nel caso del Dap, un approccio che tenga conto sia dell&#8217;aspetto corporeo sia di quello psicologico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;osservare una persona fortemente in ansia o in stato di panico, capita di restare colpiti da alcune cose in particolare: per esempio dalla difficoltà respiratoria, dal soffocamento, dalla tachicardia, perdita degli occhi, perdita delle gambe, sudorazione più o meno profusa, ecc. (per un piccolo esempio ci limitiamo solo a pochi elementi pur sapendo che, in una realtà terapeutica, gli elementi corporei/psichici da prendere in esame sarebbero maggiori). Con una persona che va in apnea quando è in ansia, decidiamo di occuparci della funzione respiratoria. Una volta indagata nei suoi aspetti somatici e psichici (a livello toracico, addominale e diaframmatico) procediamo alla sua rieducazione. Allo stesso modo ci orientiamo per l&#8217;organo della vista (gli occhi). Prima indaghiamo tutti i movimenti e poi stimoliamo l&#8217;utilizzo di tutte le funzioni, fino ad arrivare ad una performance complessiva. Dopo di ciò si può procedere con esercizi che &#8220;legano&#8221; il movimento degli occhi a quello respiratorio. Per ogni movimento discreto, di ogni funzione e per ogni organo e poi per la funzione complessiva, va svolta l&#8217;indagine psicologica. In questo modo realizziamo nel corpo le dinamiche della fiducia e dell&#8217;integrazione riproponendo il confronto con i sentimenti conflittuali e, nello stesso tempo, produciamo il trasferimento della fiducia dalla terapia, e dal terapeuta, alle proprie competenze e al Sé, così da spostare il fuoco della fiducia dall&#8217;oggetto al soggetto (dalla fiducia degli/sugli altri alla fiducia di/in sé stessi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo detto perdita degli occhi, delle gambe, eccetera. In realtà non &#8220;perdiamo&#8221; i nostri organi; però ciò che soggettivamente viviamo è che l&#8217;ansia induce degli stati parossistici, nel nostro corpo, tali per cui la sensazione predominante diventa proprio quella di non essere più padroni dei propri organi. È come se all&#8217;improvviso questi si rivelassero posseduti di vita autonoma e fossero separati dall&#8217;Io. L&#8217;impressione del soggetto è quella di vivere una spoliazione: non ha più il controllo delle parti che lo compongono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello specifico degli occhi e delle gambe, la sensazione è che &#8220;Io&#8221; non sono più presente negli occhi che, in tal modo, non sono più capaci di soffermarsi sugli oggetti esterni e svolgere la funzione del vedere e del guardare. Le gambe, ugualmente, vengono meno e si perde la capacità di tenere una tensione isometrica tale da governare tutte le funzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sappiamo che le gambe ci sostengono contro l&#8217;attrazione gravitaria. Ci permettono di spostarci nello spazio; con esse camminiamo ma anche calciamo, corriamo, sentiamo la terra, sosteniamo il corpo e, con i piedi, siamo anche capaci di tatto. Dovendo riportare questi organi ad una funzione sottoposta al controllo dell&#8217;Io-corpo, possiamo pensare di utilizzare degli esercizi di controllo e coordinazione spaziale ricordando però che ogni movimento, piccolo che sia, è già un movimento complessivo e che, nella sua esecuzione, coinvolge l&#8217;intero organismo. Perciò i riflessi comportamentali che impediscono il movimento fluido e coerente, vanno cercati ed indagati anche in altre parti del corpo che possono essere vicine o lontane dall&#8217;organo implicato (a volte parti del corpo diverse, ma coinvolte in un&#8217;unica funzione espressiva, veicolano messaggi contraddittori; Birkenbihl, 2002).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il semplice ruotare della testa o, per restare nell&#8217;esempio precedente, lo spostare gli occhi da un oggetto all&#8217;altro, oppure dallo sfondo di un tramonto alla messa a fuoco di un viso a breve distanza da noi, oppure camminare a piccoli passi, sono movimenti che si accompagnano a configurazioni fisiche diverse cui corrispondono specifiche configurazioni neuronali, e quindi psicologiche, colorate affettivamente. Sono questi movimenti che vanno indagati terapeuticamente perché ogni movimento può produrre nell&#8217;organismo un&#8217;emozione legata ai movimenti analoghi del passato. Per questo possiamo dire che qualunque esercizio di rieducazione, e poi di integrazione, che riusciamo a pensare, deve essere proposto stando attenti ai vissuti che l&#8217;accompagnano e ai ricordi sollecitati. È come se i nostri ricordi fossero conservati in scrigni muscolari le cui chiavi sono celate in alcuni dettagli dei movimenti complessivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dicevamo che una delle caratteristiche del panico è la perdita della capacità di controllare i movimenti oculari e la funzione del guardare e del vedere. Ciò comporta uno stato di confusione che può rivelarsi tanto a livello cognitivo quanto a livello affettivo/emozionale. Volendo ricondurre la persona alla fiducia nei confronti della possibilità di controllare i propri occhi, si può pensare ad esercizi di concentrazione oculare. Per esempio chiedendo alla persona di guardare fisso, per alcuni secondi e poi minuti, il centro dei nostri occhi, oppure la punta del nostro naso o del nostro dito. Allo stesso modo, per il controllo delle gambe e piedi si può usare l&#8217;esercizio del camminare ponendo attenzione all&#8217;appoggio delle parti dei piedi (tallone, pianta, punta, parte esterna e interna).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre si svolgono queste attività non bisogna dimenticare l&#8217;attenzione al respiro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il respiro è l&#8217;elemento fondamentale della nostra vita. Oltre ad essere il primo e ultimo atto della vita, sovrintende ai singoli movimenti, alla loro successiva integrazione e all&#8217;integrazione delle funzioni di tutto l&#8217;organismo. Il &#8220;congelamento&#8221; del carattere nel nostro corpo avviene tramite la forma che il nostro respiro assume (si provi a pensare al trattenere il respiro dei bambini quando hanno paura) e, dato che il carattere si lega al controllo, e il problema del controllo nel Dap è uno dei problemi principali (Ciardiello, ib.), in questo disturbo la funzione respiratoria è anche la prima ad essere compromessa. Potremo avere una costrizione alla gola, un blocco toracico o diaframmatico con sensazione di &#8220;pressioni&#8221; sullo sterno; si possono avvertire dolori intercostali o sensazioni di &#8220;buchi&#8221; all&#8217;altezza dello stomaco; le spalle si possono &#8220;chiudere&#8221; in avanti per impedire alle costole di ampliarsi. I muscoli dorsali si possono contrarre e quelli del collo irrigidirsi. Il bacino si può bloccare arrivando anche a compromettere una corretta deambulazione. Insomma, riassumendo, possiamo dire che si respira con tutto il corpo e che siamo anche il modo in cui respiriamo. Per questo, se proponiamo una rieducazione funzionale, di qualunque parte del nostro organismo, dobbiamo farlo contemporaneamente a quella respiratoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche per questa funzione valgono gli stessi principi di base: gli esercizi non vanno eseguiti come esercizi di ginnastica respiratoria ma vanno considerati &#8220;espressivi&#8221; di un modo d&#8217;essere personale finalizzato alla relazione. Perciò, e va ribadito, queste piccole azioni vanno indagate nei loro vissuti sensoriali, emozionali ed ideativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A proposito dell&#8217;indagine, qualche indicazione operativa generalizzabile a più livelli, la possiamo prendere dalle considerazioni a valenza analitica dall&#8217;Analisi Reichiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si chiede alle persone di respirare, sia da distesi che in piedi o da seduti, scopriamo che in genere la tendenza è quella di chiudere gli occhi, perché con la chiusura degli occhi, lo sguardo si volge all&#8217;interno di noi stessi e in tal modo diventa maggiormente possibile &#8220;vedere&#8221; il respiro. È una modalità di concentrazione naturale che, tra l&#8217;altro, stimola sensazioni di abbandono che possono essere considerate &#8220;regressive&#8221; e la regressione può ricondurre al vissuto della dipendenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora, quando chiediamo alle persone di respirare, queste sono naturalmente indotte ad assumere un atteggiamento di abbandono, sono invogliate a lasciarsi andare e spinte anche un po&#8217; a regredire. Ma perché questo avvenga naturalmente e senza allarmi, è necessario anche ci sia una fiducia che, come abbiamo visto, nel Dap bisogna ricostruire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Paradossalmente nel Dap ricostruire la fiducia vuole dire anche promuovere l&#8217;autonomia, che si lega alla possibilità di vivere nel mondo con gli occhi aperti e capaci di vedere. Queste due possibilità, apparentemente contraddittorie, vanno realizzate con cura, cautela e sistematicità perché, come è evidente, sono cariche di emozioni varie e complesse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una persona chiude gli occhi probabilmente ha fiducia in chi la sostiene; ma restare con gli occhi aperti e morbidi, non allarmati, vuole dire che ha fiducia in sé stesso, nella propria capacità di relazionarsi e nella propria autonomia. Ha coraggio e guarda le cose in faccia. Questa è la funzione finale da perseguire, però solo dopo essere passati per l&#8217;acquisizione della capacità di abbandonarsi, regredire e dipendere senza timori. Ottenuto l&#8217;abbandono si cercano i modi, diversi per ognuno, per raggiungere una respirazione completa che coinvolga tutte le parti: addome, diaframma, petto, spalle, bacino e gambe. Quando la persona è giunta a sentire il respiro fluido, che &#8220;quasi come un&#8217;onda lo attraversa tutto&#8221;, si può proporre di aprire gli occhi conservando il modo di respirare acquisito e contattando la realtà circostante (appoggiare gli occhi sugli oggetti e/o sulle persone). Il passaggio successivo è l&#8217;aggiunta e l&#8217;integrazione della deambulazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da queste osservazioni si può dedurre, con più puntualità di quanto già suggerito, che anche le attività sportive e socializzanti possono essere d&#8217;ausilio nei disturbi colorati dal panico. In effetti il ballo, la corsa, la bicicletta e le varie attività ludiche, sono attività che colgono aspetti specifici della persona. Aspetti che sono riscontrabili, in modo problematico, anche nel disturbo di panico: l&#8217;aspetto relazionale, quello della fiducia e quello dell&#8217;investimento corporeo che richiedono l&#8217;attivazione funzionale, contemporanea e integrata, delle diverse parti dell&#8217;organismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi soffre di Dap sta combattendo una dura lotta con le emozioni che tendono a relegarsi in qualche parte buia e inaccessibile. Più cresce la sfiducia, più queste emozioni diventano pericolose. Se non sono riconosciute, o vengono negate, aumenta la loro carica energetica, il loro valore, e sono soggette al rischio d&#8217;esplodere. È l&#8217;esplosione l&#8217;evento che maggiormente spaventa coloro che soffrono di DAP. Dentro loro stessi vivono già l&#8217;esito di una deflagrazione arcaica fantasticata, e per questo sono costantemente impegnati a tenersi insieme, fino ad esaurirsi e implodere, massificando i sentimenti. Alla fine, piuttosto che esplodere, si sceglie la destrutturazione che almeno salva le relazioni e non compromette la dipendenza. Con l&#8217;ausilio di queste osservazioni, fatte con l&#8217;intento di fornire una semplificazione di un modo possibile di operare, possiamo dire che, nel Disturbo da Attacchi di Panico, qualsiasi attività che promuove l&#8217;autonomia, la coordinazione, il contatto con sé, il piacere e l&#8217;integrazione può essere un utile strumento. Ma dobbiamo anche dire che qualsiasi attività, perché porti sollievo psicologico derivante da un sentimento riabilitante duraturo, e quindi assuma un valore terapeutico, necessita anche di un&#8217;attenzione analitica per la quale non è possibile stabilire a priori un protocollo valido per tutti. Come ogni soggetto manifesta il Dap privilegiando determinate manifestazioni sintomatiche, allo stesso modo ogni soggetto necessita di particolari esercizi calibrati sulla persona e, sulla stessa persona, vanno calibrate anche le modalità d&#8217;indagine. Questo soggettivismo merita un capitolo a parte legato alla diagnosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*Psicologo, psicoterapeuta, consulente Lidap &#8211; Roma</p>



<p class="wp-block-paragraph">BIBLIOGRAFIA<br>V. F. Birkenbihl, &#8220;L&#8217;arte d&#8217;intendersi. Ovvero come imparare a comunicare meglio&#8221;, Franco Angeli Ed., 2002.</p>



<p class="wp-block-paragraph">W. R. Bion, &#8220;Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico&#8221;, Armando ed., 1970.</p>



<p class="wp-block-paragraph">G. Ciardiello, &#8220;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lidap.it/2022/11/15/genesi-diagnosi-differenziale-e-terapia-del-disturbo-da-attacchi-di-panico/" target="_blank">Genesi, diagnosi differenziale e terapia del disturbo da attacchi di panico (D</a><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lidap.it/2022/11/15/genesi-diagnosi-differenziale-e-terapia-del-disturbo-da-attacchi-di-panico/" target="_blank">a</a><a href="https://www.lidap.it/2022/11/15/genesi-diagnosi-differenziale-e-terapia-del-disturbo-da-attacchi-di-panico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">p</a><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lidap.it/2022/11/15/genesi-diagnosi-differenziale-e-terapia-del-disturbo-da-attacchi-di-panico/" target="_blank">)</a>&#8220;,</p>



<p class="wp-block-paragraph">L. De Marchi, &#8220;Vita e opere di Wilhelm Reich, vol. I e II&#8221;, SugarCo Ed., 1981</p>



<p class="wp-block-paragraph">Donald W. Winnicott, &#8220;Dalla pediatria alla psicoanalisi. Patologia e normalità nel bambino. Un approccio innovatore&#8221;, G. Martinelli &amp; C. Ed., 1975, 1991</p>



<p class="wp-block-paragraph">James, I. Kepner, &#8220;Body Process. Il lavoro con il corpo in psicoterapia&#8221;, FrancoAngeli Ed., Milano, 2006</p>



<p class="wp-block-paragraph">W. Reich, &#8220;Scritti giovanili Vol. I e II&#8221;, SugarCo Ed., 1977 V. Ruggieri, &#8220;L&#8217;identità in psicologia e teatro&#8221;, Magi Ed., 2001.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quando il facilitatore &#8220;va in burn-out&#8221;</title>
		<link>https://www.lidap.it/2022/11/08/quando-il-facilitatore-va-in-burn-out/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Nov 2022 18:27:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti sull'a.m.a.]]></category>
		<category><![CDATA[La ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lidap.it/?p=3108</guid>

					<description><![CDATA[IL TERMINE BURN OUT, NELLA LETTERATURA SULLE PROFESSIONI SOCIALI, NASCE NEL 1974 PER OPERA DELLO PSICOTERAPEUTA STATUNITENSE FREUDENBERGER. IL TERMINE SIGNIFICA, LETTERALMENTE, “BRUCIATO” NEL SENSO D’ESTINTO, ESAURITO E SEGNALA EFFICACEMENTE UNA SINDROME DA DEMOTIVAZIONE NEL PROPRIO LAVORO, TIPICA DI CHI SI OCCUPA DELLE RELAZIONI D’AIUTO (SIA CON UN RUOLO PROFESSIONALE, SIA COME VOLONTARIO). di Paolo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">IL TERMINE BURN OUT, NELLA LETTERATURA SULLE PROFESSIONI SOCIALI, NASCE NEL 1974 PER OPERA DELLO PSICOTERAPEUTA STATUNITENSE FREUDENBERGER. IL TERMINE SIGNIFICA, LETTERALMENTE, “BRUCIATO” NEL SENSO D’ESTINTO, ESAURITO E SEGNALA EFFICACEMENTE UNA SINDROME DA DEMOTIVAZIONE NEL PROPRIO LAVORO, TIPICA DI CHI SI OCCUPA DELLE RELAZIONI D’AIUTO (SIA CON UN RUOLO PROFESSIONALE, SIA COME VOLONTARIO).</p>



<h4 class="wp-block-heading">di Paolo Chiappero*</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Alcuni tratti caratteristici della “sindrome di burn out” sono: l’insoddisfazione relativamente al proprio ruolo professionale e/o sociale, una diminuita efficacia nel proprio operato, l’incapacità di intravedere soluzioni o semplicemente possibilità di cambiamento, sensazioni di spersonalizzazione (nel senso di un evidente ed eccessivo distacco tra sé ed il proprio lavoro).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto a questi sintomi di tipo psicologico ed emotivo insorgono in genere disturbi fisici, i più frequenti dei quali sono: insonnia, emicranie, stanchezza fisica, fenomeni allergici, disturbi funzionali di varia natura ed entità soprattutto a carico del tratto gastro-intestinale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I sintomi, sia psichici sia fisici, non si escludono a vicenda anzi, spesso sono contemporaneamente presenti. I primi, in particolare, tendono a rinforzarsi vicendevolmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le cause di tutto ciò vanno ricercate in aspetti soggettivi (soprattutto nel sistema motivazionale del singolo) ed oggettivi (le condizioni reali in cui il soggetto opera e svolge la sua attività di “aiuto”).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per rendere maggiormente l’idea del collegamento esistente tra burn out e motivazione nelle professioni d’aiuto (operatori sociali, educatori, psicoterapeuti, volontari che operano nel sociale, membri di gruppi di auto-aiuto, ecc…) vorrei prendere a prestito una frase che credo sintetizzi efficacemente alcune delle possibili cause: “You have to been in fire in order to burn out” (Bramhall ed Etell, 1981). Ovverosia: per giungere alla condizione cosiddetta di burn out devi esserti “acceso” idealmente ed emotivamente; infatti, è proprio tra gli operatori che condividevano il maggior entusiasmo iniziale che spesso riscontriamo questa sindrome. Naturalmente con questo non si vuole affermare che sia sempre vero anche il contrario, cioè che tutti coloro che vivono una forte spinta motivazionale iniziale debbano per forza scoprirsi “scoppiati” da lì a poco tempo!&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tenendo come riferimento gli aspetti generali appena sottolineati, è opportuno fare un passo indietro e soffermarci brevemente sui cosiddetti “ruoli d’aiuto”. Con questa definizione ci riferiamo a quelle professioni ed incarichi non professionali in cui, la funzione di aiuto all’altro, occupa una posizione nevralgica all’interno delle proprie competenze. A sua volta, con “aiuto”, ci si riferisce genericamente ad una risposta ai bisogni psichici e/o fisici dell’altra persona (indipendentemente cioè dalle metodologie usate, dal contesto in cui si opera e dal tipo di bisogni che si prendono in considerazione).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Definito il campo di indagine sarà il caso di specificare meglio le condizioni soggettive ed oggettive, che possono essere responsabili della sindrome di burn out.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un fattore predisponente, già anticipato, è legato alle aspettative con cui ci si avvicina al lavoro sociale. I soggetti maggiormente a rischio sono spesso coloro che erano detentori di una forte carica ideale, ed un significativo impegno sociale. Perché questo? “La delusione è figlia dell’idealizzazione” si dice. In altre parole: quanto più sono smisurate le attese positive relativamente ai “risultati” che pensiamo di raggiungere, tanto più possiamo esserne delusi e deprimerci, giacché la realtà non corrisponde ad esse. Questo rapporto tra intenzioni e risultati è ovviamente generico, ma c’è qualcosa di più specifico che concerne proprio la tipologia delle nostre aspettative: fare qualcosa per gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di una funzione importante per la sopravvivenza stessa della nostra specie (e che fa definire l’essere umano come “animale sociale”). Le difficoltà nello svolgere questa funzione, sconfinanti nel burn out vero e proprio, vanno posti lungo un continuum. Ad un estremo di esso abbiamo il caso di un’errata valutazione della realtà (“non è un compito difficile!”) o una sopravvalutazione delle nostre capacità (“sono certo che ci riuscirò”). Quante volte possiamo fare valutazioni sbagliate! L’operatore o il volontario possono ritrovarsi di fronte ad ostacoli non preventivati, o di portata maggiore del previsto. Starà alla nostra capacità di analisi, alla consapevolezza del problema e al grado realistico di autostima, quanto riusciremo (o non riusciremo) a “cavarci fuori” da una situazione frustrante. Ma all’estremo opposto, di quest’ipotetico elenco di cause soggettive, possiamo avere vere e proprie patologie. Per alcuni soggetti aiutare l’altro può essere connesso a desideri riparativi verso persone del proprio presente o passato verso le quali non si è potuto, o voluto, fornire l’aiuto emotivo necessario. Il senso di colpa legato a queste situazioni può essere “spostato” sugli utenti, pazienti, compagni di gruppo, ecc.. Oppure la “vocazione all’aiuto” può correlarsi al far esperire agli altri ciò che noi avremmo voluto avvenisse nei nostri confronti: è l’aiuto che tanto avremmo voluto e non c’è stato dato. In altri casi ancora si tratta di proiettare sull’altro i nostri limiti, bisogni, carenze. L’altro diventa, inconsciamente, una parte di noi, quella maggiormente sofferente e bisognosa. Di fronte a quest’ultima possibilità si parla di “aiuto come difesa” (Schimdbauer, 1981).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come è facile immaginare la discriminante tra legittime motivazioni inconsce e cause patologiche sta in fattori quantitativi e qualitativi. Quanto più una persona non &#8220;aiuta” solo sulla base dei propri conflitti e carenze legate alla propria vita personale, o quanto più è consapevole di tutto ciò, abbiamo condizioni motivazionali in cui l’intreccio tra problematiche personali e reale interesse all’altro, è più equilibrato. D’altro canto è noto, e perfettamente “normale”, che una parte delle nostre motivazioni a fornire un soddisfacimento ai bisogni emotivi dell’altro nasce inevitabilmente all’interno della nostra biografia personale. A questo proposito esiste anche una spinta, biologicamente determinata, al prendersi cura dei nostri simili (come è stato ben descritto, ad esempio, da molti teorici della teoria dell’attaccamento).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma dipende tutto da noi? Ovviamente no! Tutto quanto è stato appena messo in risalto è soggetto a “delusioni”, frustrazioni o a veri e propri scompensi psichici (nella misura in cui si mettono in discussione dei nostri meccanismi difensivi) anche sulla base del contesto in cui operiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elencherò alcuni fattori maggiormente responsabili della sindrome di burn out (farò in seguito una distinzione che riguarda la specifica posizione del “volontario”): a) la quantità in termini di tempo della nostra “esposizione” al contatto con la sofferenza psichica e/o fisica; b) il sovraccarico derivante dalle funzioni che ci vengono assegnate (da un ente, datore di lavoro, altri volontari o dal gruppo stesso quando l’ambito è quello gruppale) rispetto alle nostre reali possibilità ed energie psicofisiche; c) l’assenza, o insufficienza, di momenti di confronto significativo con i colleghi o con figure professionali che svolgono un ruolo di guida e supervisione; d) l’indeterminatezza del proprio ruolo (ad es. “cosa è un helper?” nel caso dei gruppi d’auto aiuto, oppure “cosa deve fare un educatore?” in un ambito lavorativo); e) l’ambiguità connessa al proprio ruolo, nella pratica quotidiana, dovuta a richieste diverse e contrastanti che riceviamo (restando al caso del gruppo d’auto aiuto un esempio potrebbe essere: “per la LIDAP dovrei fare questo, ma il mio gruppo mi chiede altro…” e magari il Supervisore ha un’opinione ancora diversa! f) una formazione, intesa in senso pragmatico e non necessariamente accademico, insufficiente (“non sapevo nulla del gruppo ed ora mi ritrovo qui e non ci capisco niente!” o ancora “sono in gruppo da poco tempo e vogliono che faccio l’helper”) e) carenze più generiche nell’organizzazione in cui si opera (assenza di regole chiare, eccessivo turn over delle persone, contesti di permanente conflittualità interpersonale, ecc…).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spero, nell’esiguità dello spazio a disposizione, di essere riuscito a fornire alcune informazioni generali su questo fenomeno così emergente nel “sociale”. Ma prima di terminare vorrei soffermarmi su alcune specificità del ruolo del volontario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sono convinto, col tempo, che ci siano delle tipicità nel burn out di una persona che svolge alcune funzioni su base volontaristica. Anche in questo caso, se paragonato al lavoratore, dobbiamo distinguere tra dati soggettivi e no. Un fattore soggettivo è, ancora una volta, l’aspetto motivazionale. Come non pensare ad un interesse maggiore, in chi decide “volontariamente” di svolgere un ruolo di aiuto, rispetto a chi ha anche (e a volte quasi eclusivamente purtroppo…) legittimi interessi occupazionali e di reddito? Molto semplicisticamente, ma realisticamente, dobbiamo pensare che in un volontario i fattori causali soggettivi citati in precedenza possono essere più presenti. Inoltre il volontario, se da un lato può avvalersi di un contesto che lo “comprende” maggiormente (quando opera tra pari, cioè in un’organizzazione di volontariato) dall’altro è “senza rete”, nel senso che non può avvalersi di tutte quelle caratteristiche di un ruolo lavorativo che, nella loro formalizzazione e prevedibilità, forniscono una più chiara delimitazione delle proprie funzioni ed obiettivi. In altre parole il volontario rischia in misura maggiore di trovarsi solo a fare i conti con la propria motivazione, così come con il proprio burn out. Per fare un esempio: per un lavoratore una pausa lavorativa può corrispondere alle proprie ferie cioè ad un proprio diritto, qualcosa di “normale”, mentre per un volontario prendersi una pausa, in un momento “critico”, è qualcosa che va maggiormente motivato, innanzi tutto con se stessi. Ma questo comporta un’ammissione di difficoltà, un rapporto con se stessi più sincero, senza la possibilità di “razionalizzare” di un lavoratore che, per rimanere all’esempio delle ferie, può dirsi “prenderò un po’ di ferie perché ne ho accumulate tante”, oppure “non mi fermo dal lavoro per stanchezza, ma perché ho giusto alcune cose da fare… e ho delle ferie che vengono a proposito”, ecc…, ecc… Il volontario rischia di avere a che fare solo con la propria coscienza, con i propri valori. Anche per questi motivi credo che chi opera nel volontariato non debba essere lasciato solo: con i suoi legittimi dubbi, con le sue umane difficoltà, con il suo diritto ad essere aiutato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*Psicologo, psicoterapeuta, consulente Lidap – Genova</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>8,6 su 10 guariscono: i risultati della ricerca sulla efficacia dei gruppi di auto/mutuo aiuto</title>
		<link>https://www.lidap.it/2022/10/29/86-su-10-guariscono-i-risultati-della-ricerca-sulla-efficacia-dei-gruppi-di-auto-mutuo-aiuto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2022 13:27:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti sull'a.m.a.]]></category>
		<category><![CDATA[La ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lidap.it/?p=3083</guid>

					<description><![CDATA[Sintesi della ricerca condotta nel 2003 da un gruppo di ricercatori della ASL 9 di Grosseto IL MOVIMENTO DELL’AUTO/MUTUO &#160;NEL CAMPO DELLA SALUTE MENTALE IN ITALIA: I RISULTATI DELLA RICERCA NAZIONALE G.A.M.A (gruppi di auto/mutuo aiuto)Mutual Self-Help Groups Movement in the Mental Health Field in Italy: Results of the G.A.M.A. National Research Assai impegnativo è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Sintesi della ricerca condotta nel 2003 da un gruppo di ricercatori della ASL 9 di Grosseto</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>IL MOVIMENTO DELL’AUTO/MUTUO &nbsp;NEL CAMPO DELLA SALUTE MENTALE IN ITALIA: I RISULTATI DELLA RICERCA NAZIONALE G.A.M.A (gruppi di auto/mutuo aiuto)<br><em>Mutual Self-Help Groups Movement in the Mental Health Field in Italy: Results of the G.A.M.A. National Research</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Assai impegnativo è reperire ricerche scientifiche sull’auto/mutuo aiuto (a.m.a.) ancor più se riferito ad ansia e disturbo di panico, tuttavia “ricercando la ricerca” abbiamo trovato uno studio troppo poco conosciuto, ma assai interessante e molto significativo condotto nel 2003/2004 da G. Corlito, P. Rubinacci, C. Valiani, U. Zei, P. Morosini, in collaborazione con l’Isitututo Superiore di Sanità e pubblicata su Psichiatria di comunità &#8211; Volume II &#8211; N. 2 giugno 2008.</p>



<p class="wp-block-paragraph">229 gruppi di Auto-Mutuo Aiuto censiti, 51 direttori di Dipartimenti di Salute Mentale distribuiti su tutto il territorio nazionale in modo omogeneo fra Centro, Nord e Sud.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo di questa ricerca era censire i gruppi a.m.a. esistenti nel campo della salute mentale con lo scopo di valutare l’efficacia di tali gruppi per patologie mentali, l’opportunità di coinvolgere i familiari, attivare i gruppi per tema specifico oppure misti, analizzare il ruolo e la presenza di un operatore/ facilitatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I risultati sono decisamente incoraggianti e molto positivi, infatti il punteggio ottenuto sul valore dei gruppi di auto/mutuo aiuto è particolarmente alto (8,6 su 10), nonché inizia ad emergere l’evolversi dell’importanza della presenza di operatore in precedenza membro esso stesso di gruppi (facilitatore).</p>



<p class="wp-block-paragraph">I gruppi a.m.a. quindi, nati sostanzialmente quale produzione spontanea di carattere volontaristico della società civile per risolvere i problemi che le istituzioni non sono in grado di risolvere, diventano di grande rilievo sia dal punto di vista sociale che per la loro qualità. Scrive l’Autore: “Dobbiamo considerare che l’incremento dell’incidenza e della prevalenza dei disturbi psichici (stimata del 25-30% della popolazione generale) pone problemi tali che nessuna società, per quanto opulenta, potrà permettersi risposte solo di tipo professionale. Si pone, dunque, un problema di cooperazione tra reti formali e informali per la protezione della salute in generale e di quella mentale in particolare; del resto, il passaggio dall’illusione dell’onnipotenza della terapia (“panterapia sociale” [Folgheraiter, 1990]), centrata sulla produzione e sul consumo di farmaci e di tecnologie e sul loro mercato, alla prevenzione si impone anche per l’oggettiva limitazione delle risorse economiche e implica l’attivazione delle risorse “spontanee” della comunità. Si evince, quindi, che l’approccio migliore per tale attivazione è la promozione dei gruppi di auto-aiuto e la cooperazione tra tecnici e comunità.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">In conclusione lo studio dimostra la valenza dei gruppi di auto/mutuo aiuto per la risoluzione dei disturbi psichici evidenziando anche il valore economico della cooperazione fra le reti istituzionali e sociali, un ottimo spunto per dare il via all’approfondimento e il conseguente miglioramento delle strategie terapeutiche.</p>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Giuseppe Corlito*, Paolo Rubinacci°, Claudia Valiani°, Umberto Zei**, Pierluigi Morosini***<br>*Direttore DSM ASL 9 di Grosseto<br>°Operatori Cooperativa “Uscita di Sicurezza”<br>**Medico volontario DSM ASL 9 di Grosseto<br>***Direttore Laboratorio di Epidemiologia Istituto Superiore di Sanità</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questo lavoro è dedicato a Umberto Zei che lo ha in gran parte scritto prima che la morte ce ne privasse troppo presto</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><a href="https://www.lidap.it/wp-content/uploads/2022/10/RicercaGAMA_Corlito2003.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">CLICCA QUI PER VISUALIZZARE IL TESTO INTEGRALE DELLA RICERCA</a></strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
