Autorealizzazione e Benessere

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Il ben-essere nasce da una coscienza consapevole della propria natura, dei bisogni personali, delle risorse, delle soggettive potenzialità, dei propri limiti e fragilità. Il suo opposto, il mal-essere è molto spesso una conseguenza dell'asservimento della nostra soggettività ai modelli esterni, che sovrapponendosi ai nostri veri scopi, costituiscono un serio pericolo per la nostra armonia. L'ansia di iperprodurre diventa disconoscimento delle proprie qualità e perseguimento di obiettivi che non possono soddisfare la natura più intima del Sé. Si ottiene così un successo vuoto, ad alto costo, che impoverisce la propria personalità minando le fondamenta dell'autostima.

Potere personale, significa capacità mentale, fisica o spirituale di agire per indurre un cambiamento o per impedire che un cambiamento avvenga, se non è in armonia con la nostra personalità. La libertà richiede una vigilanza continua, se non siamo consapevoli del nostro potere decisionale, la nostra libertà va perduta. Nel tempo, impariamo a percepire e interpretare i dati che provengono dall'esperienza sensoriale, su questa base costruiamo la nostra realtà. Ciò che riteniamo vero diventa reale.

Il modo in cui arriviamo a vedere il mondo è la nostra modalità d'integrare idee, credenze, sentimenti e valori, plasmati principalmente dalla nostra famiglia e dalla nostra cultura. Quello che noi vediamo e sentiamo si basa dunque sulle nostre credenze e fa si che quello che vediamo venga rafforzato da ciò che crediamo. Questo ciclo di percezione e valutazione, può essere ristretto e distorto da esperienze conflittuali o disfunzionali che influenzano in modo determinante il nostro vissuto personale.

Affermare noi stessi, significa attribuire valore a ciò che siamo e a ciò che vogliamo, conferendo validità ai nostri sentimenti e ai nostri pensieri, riconoscendo che sono importanti e degni di nota...

La sicurezza interiore si consolida nella misura in cui siamo in grado di agire sulla base della nostra essenza, della nostra "mappa interiore", che se riconosciuta e utilizzata ci permette di trovare il nostro "tesoro nascosto"; ovvero, la realizzazione della nostra "soggettiva natura". Sapere chi siamo ci consente di comprendere chi sono gli altri, di essere in pace con noi stessi e aperti a ciò che accade intorno a noi.

Fin dalla nostra nascita, viviamo numerose trasformazioni, sia nel contesto ambientale in cui siamo inseriti, sia nel corpo che nella personalità. Questo continuo divenire, presuppone un continuo gioco di equilibri tra forze interne ed esterne, tra pulsioni che tendono al progresso e forze che tendono al regresso. La ricerca del benessere, costituisce un aspetto dinamico della nostra personalità che è orientata alla soddisfazione dei bisogni fondamentali (esperienza del piacere) e all'allontanamento dalle condizioni di sofferenza (esperienza del dolore).

Nel contesto sociale odierno è sempre più facile ottenere soddisfazione attraverso i beni materiali; mentre è sempre più complessa (ritmi di vita, tipologia delle relazioni, trasformazione dei ruoli di genere, etc.) la soddisfazione dei bisogni emotivi, soprattutto perché condizionata dalla qualità dei vissuti interiori. Questi bisogni hanno un significato strettamente soggettivo e per soddisfarli è necessario essere consapevoli di ciò che si prova emotivamente e ciò a cui si aspira. Possiamo comprendere, quanto sia importante il cammino individuale per raggiungere gradualmente una buona stabilità interiore e poi, costruire un'esistenza corrispondente alle mete prescelte.

Gli attuali apporti della "positive psychology" ci indicano che la felicità e il benessere non arrivano dall'esterno ma piuttosto sono delle dimensioni da coltivare interiormente e a cui ogni individuo tende spontaneamente. Per questa ragione l'autorealizzazione promuove e rinforza tutti i livelli del benessere; basti pensare al fatto, che ogni volta che viviamo un'esperienza positiva (in forma di immagini, pensieri, azioni), il nostro cervello produce endorfine e enkefaline (oppiacei endogeni simili alla morfina) che hanno su di noi molti effetti benefici, tra i quali, l'innalzamento del tono dell'umore ed il rinforzo della risposta immunitaria.

All'opposto, la ricerca scientifica ci conferma che i sentimenti negativi protratti nel tempo come ansia, rabbia, depressione, aumentano la vulnerabilità alle malattie, ne peggiorano i sintomi e ostacolano il processo di guarigione.

Ciò che spinge ogni individuo all'azione, nasce dalle sue credenze e convinzioni più profonde che oltrepassano la logica della razionalità e trovano fondamento nell'inconscio.

Ma qual è la natura di queste credenze?

Le credenze sono generalizzazioni dedotte dal passato, caratterizzate da alcuni aspetti fondamentali: non si scelgono consciamente; spesso si basano su errate interpretazioni di vissuti appartenenti al passato; una volta memorizzate nel cervello emotivo possono condizionare e limitare le decisioni future riguardo a "ciò che si è" e a "ciò che si può fare".

Ad esempio, si può rinunciare ad una realizzazione personale, come l'affermazione lavorativa, perché convinti di non essere all'altezza degli obiettivi desiderati e si può preferire l'adeguamento alle aspettative/necessità esterne, per evitare il rischio di fallimento e la conseguente delusione. Siamo spesso, tendenti a credere che gli eventi esterni condizionano la nostra vita e che l'ambiente ha un'azione determinante sulla nostra formazione. In realtà non sono gli eventi esterni a modellarci, ma le nostre credenze sul significato di tali eventi.

Quando inconsapevolmente blocchiamo il nostro potenziale creativo, l'energia interiore, mal diretta, provoca inconvenienti a vari livelli della nostra unità psicosomatica. Il corpo ci invia messaggi di disagio, come la tensione fisica, l'insonnia, i disturbi funzionali, la stanchezza o sul versante psichico, la mancanza di motivazione o una persistente malinconia.

Il ritenere di non essere artefici del proprio destino (locus of control esterno) predispone ad affrontare gli eventi della vita con un atteggiamento di accettazione e passività, non solo quando ci si trova di fronte all'inevitabile, ma anche quando vi è una possibilità oggettiva di miglioramento e maggiore gratificazione.

Al contrario, quando ci sentiamo artefici del nostro destino (locus of control interno) e manteniamo una visione fiduciosa delle nostre capacità, riusciamo ad utilizzare al meglio la spinta all'autorealizzazione, usiamo la determinazione per perseguire i nostri obiettivi che sentiamo sotto il nostro controllo; con la conseguenza di avere maggiori possibilità di successo.

Il principale ostacolo al cambiamento è senza dubbio la paura dell'ignoto. Se permettiamo a questa paura, di prendere il sopravvento sulla nostra vita, rinunciamo ad essere persone migliori, più sane, più gioiose e aperte all'esistenza. Si può imparare a trasformare il negativo in positivo, utilizzando l'energia che tali avvenimenti producono. E' importante saper riconoscere gli insegnamenti che ogni avversità porta con sé e riuscire ad utilizzare queste esperienze per generare in noi la motivazione al cambiamento.

Quando infatti, decidiamo di non delegare le responsabilità all'esterno e ci assumiamo l'onere delle nostre scelte ci apriamo a nuove modalità di essere, abbandoniamo sentieri che sono diventati troppo stretti e intraprendiamo percorsi e progetti nuovi. Ciò che manifestiamo attraverso il nostro corpo, i nostri comportamenti e le nostre scelte esistenziali è il riflesso di ciò che proviamo dentro di noi. Le nostre convinzioni sul nostro valore, sul nostro diritto a essere felici, su ciò che meritiamo nella vita.

Quando queste convinzioni cambiano, cambia anche la qualità della nostra esistenza.

Gestire le emozioni: l'intelligenza emotiva - "La mente ha in sé la propria dimora e se ne può fare di un inferno il paradiso, e del paradiso un inferno". John Milton, Il Paradiso perduto.

L'intelligenza emotiva può essere definita l'intelligenza del cuore. E' responsabile della nostra autostima, della consapevolezza dei nostri sentimenti, pensieri, emozioni; presiede alla nostra sensibilità, all'adattabilità sociale, all'empatia, alla possibilità di autocontrollo. Essere dotati di intelligenza emotiva significa controllare i sentimenti, così da esprimerli in modo appropriato ed efficace. In termini generali l'intelligenza si può definire come, la capacità di far fronte, nel migliore dei modi, alle richieste del mondo. Alla luce delle conoscenze attuali sul funzionamento del cervello umano, essere intelligenti, significa quindi saper attingere al complesso delle nostre risorse, sia sul piano intellettivo che emozionale.

Possediamo dunque, due diversi tipi d'intelligenza: quella razionale e quella emotiva; la qualità della nostra vita ed il grado di soddisfazione che sperimentiamo, è determinato dall'espressione di entrambe le forme d'intelligenza. Le emozioni rivestono un ruolo importante in quanto, nel continuo scambio, tra sentimenti e pensiero, la risposta emozionale guida le nostre decisioni e i nostri comportamenti in ogni momento della nostra vita, permettendoci un approccio razionale agli eventi o rendendolo, in alcuni casi, difficile.

Così anche il pensiero razionale può avere un ruolo dominante sulle nostre emozioni, ad esclusione di quei momenti in cui le emozioni prendono il controllo totale delle nostre risposte, spesso, con conseguenze difficili da gestire (pensiamo ad un'esplosione di rabbia o a quando siamo attanagliati dal panico).

Le recenti scoperte neurofisiologiche hanno portato alla conoscenza di quali aree del nostro cervello sono maggiormente coinvolte nella gestione delle emozioni, e grazie al contributo di P. Salovey e J. Mayer (1990) è stata elaborata la concezione dell'intelligenza emotiva, diffusa successivamente da D. Goleman (1995), che ha approfondito il rapporto tra mente razionale e mente emozionale. Sappiamo oggi che non esiste un unico centro emozionale deputato all'attivazione delle risposte emotive; un ruolo però, di fondamentale importanza è svolto dall'amigdala, che ha sede nel Sistema Limbico del nostro cervello.

Le emozioni (la parola emozione deriva dal latino movere ex, fuori da) sono un insieme di risposte neurali e chimiche, che si attivano in tutto l'organismo e hanno il compito di proteggerlo. Questo è il loro significato biologico: produrre una reazione specifica, di allontanamento o avvicinamento, verso uno stimolo che può essere interno o esterno (un pensiero, un evento, una persona...). Sappiamo che ormoni e neurotrasmettitori possono produrre sensazioni come tristezza, paura, gioia, amore, simpatia, e consapevolmente regolare l'ambiente interno in modo da preparare l'organismo ad un'azione specifica e cioè ad attivare una risposta di adattamento funzionale al contesto e ai bisogni della persona.

Le emozioni sono quindi dispositivi automatici orientati alla protezione della vita. Ognuno di noi ha un sistema di sopravvivenza che si attiva in presenza di una minaccia, sia essa reale, immaginaria o percepita, invadendo il corpo con sostanze neurochimiche che lo preparano a "lottare o fuggire" di fronte al pericolo. Una mancanza di gestione del proprio sistema di sopravvivenza indica che le emozioni hanno preso il controllo della personalità. Mal gestito il nostro sistema di sopravvivenza può gettare la nostra vita nel caos; consapevolmente controllato diventa invece uno strumento potente per raggiungere il successo e l'espressione della propria personalità. Non siamo responsabili di quanto proviamo di fronte agli eventi esterni o ai comportamenti altrui, ma lo siamo per il modo in cui decidiamo di esprimere i nostri sentimenti.

Secondo Goleman, la qualità dell'intelligenza emotiva non è definita già al momento della nascita, le interazioni emozionali del bambino con le figure primarie di attaccamento influenzano la maturazione di parti del cervello che presiedono alla consapevolezza e alla gestione delle emozioni. A differenza dell'intelligenza cognitiva, che va incontro a cambiamenti superata l'adolescenza, l'intelligenza emotiva, è in larga misura appresa e continua a svilupparsi per tutta la vita, via via che impariamo dall'esperienza; la nostra competenza in questo campo continua a migliorare.

L'intelligenza emotiva si fonda su due tipi di competenza, una personale, connessa al modo in cui gestiamo le nostre emozioni e noi stessi, e una relazionale legata al modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri.

All'interno della competenza personale sono state riconosciute tre specifiche abilità:

  • la consapevolezza di sé: si traduce nella conoscenza dei propri stati interiori (preferenze, risorse, intuizioni), e rende possibile la consapevolezza emotiva, il riconoscimento delle proprie emozioni e dei loro effetti; l'autovalutazione, ovvero la conoscenza dei propri punti di forza e dei propri limiti; la fiducia in se stessi e nel proprio valore.
  • la padronanza di sé: comporta la capacità di dominare i propri stati interiori, i propri impulsi e permette di valorizzare le proprie risorse. Si esprime soprattutto nella capacità di autocontrollo e nella buona gestione delle emozioni e degli impulsi distruttivi.
  • la capacità di sapersi motivare: si esprime attraverso le emozioni che guidano o facilitano il raggiungimento di mete e scopi personali. Permette, attraverso la spinta alla realizzazione, il raggiungimento di obiettivi esistenziali nonostante ostacoli ed insuccessi.

Nell'ambito delle competenze sociali, trovano espressione altre due specifiche abilità:

  • l'empatia: è la capacità di comprendere i sentimenti, le esigenze e gli interessi altrui senza dimenticare i propri. Una sorta di vicinanza con i sentimenti altrui, che permette, nel rispetto delle diversità individuali e della propria soggettività, l'utilizzo delle differenze come opportunità di crescita e cambiamento personale.
  • le abilità sociali: permettono di indurre e favorire risposte desiderabili negli altri. Trovano espressione nella comunicazione efficace, nella gestione dei conflitti, nella costruzione dei legami, nella capacità di leadership e nella possibilità di lavorare con gli altri promuovendo obiettivi comuni.

Le capacità individuali nelle cinque aree che compongono l'intelligenza emotiva producono degli effetti sulla qualità della vita quotidiana e sul livello di benessere personale. Così è anche possibile ricondurre alcune specifiche difficoltà personali o relazionali a deficit in determinate aree dell'intelligenza emotiva; queste carenze possono tradursi, a lungo termine, in veri e propri stili di vita disarmonici, che in condizioni perduranti di malessere emozionale possono esprimersi in forma di disturbi emotivi (ansia, depressione, tristezza vitale, etc.).

Una ricerca effettuata dalla Multi-Healt System di Toronto, sulla verifica delle differenze di genere relative all'intelligenza emotiva, ha portato a rilevare che, mentre le donne sono più consapevoli delle proprie emozioni, dimostrano maggiore empatia e sono più abili dal punto di vista interpersonale, gli uomini, hanno maggiore fiducia in se stessi, sono più ottimisti e più capaci di adattarsi, e controllano lo stress meglio delle loro compagne. Da una valutazione globale per i due generi, i punti deboli e i punti di forza tendono a livellarsi intorno ad un valore medio e pertanto, non si sono evidenziate significative differenze relative alla qualità complessiva dell'intelligenza emotiva.

Portare le abitudini emotive alla nostra consapevolezza è il primo passo per cambiarle. Le nuove reazioni sembreranno dapprima scomode e poco familiari. E' necessario, quindi, uno sforzo cosciente per scegliere nuovi "percorsi emotivi" che condurranno al cambiamento desiderato. Capire il motivo per cui un'emozione è intensa, spesso fornisce alla nostra mente importanti intuizioni. Quando riusciamo ad allentare le tensioni e non a cercare affannosamente le soluzioni e ci limitiamo ad essere presenti a qualsiasi avvenimento, senza cercare di modificarlo, allora riusciamo ad accedere ad una conoscenza più profonda ed intuitiva. Questo fatto in se stesso, cambia le nostre reazioni e le nostre prospettive. In questo modo il disagio emotivo, assume un significato completamente nuovo; si trasforma in un'occasione per sondare più profondamente le nostre abitudini emotive.

Se sappiamo riconoscere le abitudini emotive negative nel momento in cui si attivano, possiamo metterle in discussione a tre livelli: cognitivo (i nostri pensieri ed il modo di interpretare la situazione), emozionale (i sentimenti che questi pensieri suscitano), e comportamentale (le azioni cui conducono questi pensieri e sentimenti).

Dobbiamo ricordarci che i nostri pensieri non hanno potere, siamo noi a darglielo. Questo è il primo passo per imparare a gestire le emozioni. Buon lavoro!

Crescere nell'autostima

Il sentimento di autostima è il prodotto di due fattori fondamentali: la percezione che abbiamo di noi stessi e l'immagine del nostro sé ideale. Tanto più grande è il divario tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, tanto più basso è il nostro livello di autostima.

L'etimologia della parola autostima proviene dal termine latino "aestimare" il cui significato si esprime nella duplice accezione di "determinare il valore di" e "avere una opinione su". Pertanto, il concetto di autostima racchiude in sé sia l'opinione che ogni soggetto ha di se stesso, sia il giudizio di valore che si attribuisce.

La stima di sé è l'espressione di aspetti profondi ed intimi della nostra personalità, in quanto è connessa, sia al percepirsi come individui competenti, capaci di affrontare le difficoltà della vita, di imparare dagli errori e prendere decisioni adeguate, sia al ritenersi persone degne di essere amate. Avere una buona stima di sé si esprime nell'essere consapevoli del proprio valore, nel diritto che ogni individuo ha (nel rispetto degli altri) di realizzare sé stesso e di avere un proprio posto nel mondo.

La coscienza di sé si costruisce nel corso della vita, ed è il prodotto di molteplici fattori interconnessi. Oggi sappiamo con certezza che le sue radici più remote si costruiscono a partire dalla vita intrauterina, quando il feto risponde e interagisce con gli stimoli nervosi prodotti dalla risposta emotiva della madre; riflette i suoi umori e le sue percezioni del mondo. Si struttura e consolida nell'infanzia, poiché condizionata dalla qualità del legame emotivo che si instaura con le figure di attaccamento, dallo stile educativo e dalle aspettative più o meno realistiche che i genitori nutrono nei confronti dei figli.

Prende corpo, poi, nell'adolescenza, nel confronto con i coetanei ed il mondo esterno, quando ogni ragazzo affronta il faticoso passaggio dalla dipendenza all'autonomia. Trova, infine, la sua massima potenzialità espressiva in ogni fase della vita adulta, nel riconoscimento delle proprie risorse e dei propri limiti, nel consapevole dialogo con se stessi e nell'accrescimento di conoscenze e abilità.

Il livello di autostima condiziona ogni aspettto dell'esistenza umana, in riferimento alle variabili di genere: la ricerca psicologica riporta il dato che le donne soffrono più degli uomini della sua carenza (con una percentuale di tre a uno) e sono conseguentemente più colpite dai disagi psicologici ad essa connessi, come depressione, ansia e stress (dati prodotti dall'OMS).

La stima di sé si caratterizza come una esperienza molto soggettiva, correlata a ciò che l'individuo pensa e sente a proposito di sé stesso, più che a ciò che oggettivamente riesce a fare nel mondo. Essa incide sulle modalità di socializzazione, sullo sviluppo delle proprie competenze sociali e professionali. Anche in ambito affettivo, il riconoscimento del proprio valore riveste un ruolo importante: oltre a determinare le scelte inconsapevoli che spingono ad innamorarsi di una persona specifica, influenza le modalità d'interazione con il proprio partner e gli amici.

Quando la percezione di sé è tendente alla svalutazione e al pessimismo, pur realizzando obiettivi soddisfacenti e corrispondendo alle aspettative esterne ci si può sentire cronicamente insoddisfatti di sé. In tal caso, quando lo stile cognitivo prevalente è caratterizzato da una valutazione eccessivamente critica e negativa di sé, si ha la percezione che traguardi e gratificazioni non corrispondano mai a ciò che si desidera veramente.

Ciò che più mina la sicurezza in se stessi è in realtà il giudizio che si esprime riguardo al proprio valore. Quando il giudizio interno risulta essere tendenzialmente svalutante e perfezionista, è spesso correlato ad una esperienza infantile in cui le aspettative dei genitori, elevate o irrealistiche, hanno generato nel figlio vissuti di mancata accettazione per la propria natura. Nell'adulto, tale esperienza si traduce in una sensazione costante d'incertezza e di non poter contare sulle proprie risorse.

Tutto ciò consolida nel tempo l'incapacità di percepire correttamente il proprio valore e le proprie potenzialità, creando un vero e proprio circolo vizioso della disistima.

Documentate ricerche sul tema "autostima e performance", oltre a rilevare una coerenza significativa tra buona autostima e voti più alti a scuola, hanno dimostrato che la considerazione negativa di sé, determinando un maggior timore nell'affrontare gli ostacoli e le circostanze della vita, produce una ridotta capacità di recupero di fronte agli insuccessi ed un elevato e consistente rischio di affrontare la vita con sempre maggiore difficoltà e disagio. Tale meccanismo, oltre a innalzare vertiginosamente i livelli di stress e ansia, comporta una limitazione sempre più marcata degli obiettivi raggiungibili e l'incapacità di trarre soddisfazione da essi.

Le persone con bassa autostima non riescono a valutare se stesse con obiettività, tendono ad avere un'immagine distorta di sé: ingigantiscono i propri difetti e minimizzano le qualità e le doti. Il prodotto di questa distorsione è un sentimento di forte inadeguatezza.

Il noto ricercatore Nathaniel Branden ha evidenziato che le persone autosvalutanti affrontano anche il successo con modalità particolari. Ha definito "felicità ansiosa" la comprovata difficoltà di questi soggetti di assaporare i momenti di gioia e di godere degli obiettivi raggiunti; ciò accade perché, oltre alla felicità del momento, percepiscono anche la sua precarietà e si preparano in anticipo ad affrontare future possibili delusioni.

Al contrario, un famoso studio, durato 60 anni e condotto presso la Standford University da C. Halahan e R. Sears, ci documenta inequivocabilmente il potere delle emozioni positive. Tra più di mille individui, di entrambi i sessi, seguiti dall'infanzia fino all'età della pensione, ravvisarono che quelli, che avevano mostrato più fiducia in se stessi, ebbero nel corso della carriera lavorativa maggiori riconoscimenti e successo.

Comprendiamo quanto una sana stima di sé possa influenzare le scelte e lo stile di vita personale.

Il primo passo per migliorare l'autostima è riuscire a valutare in maniera realistica le proprie qualità, i propri punti di forza e le proprie debolezze.

Per far ciò è necessario diventare consapevoli delle proprie emozioni - soprattutto quelle negative - e dei propri meccanismi mentali, per poi poterli cambiare.

In alcuni casi, può essere necessario risalire alle cause storiche che hanno prodotto un'immagine distorta di se stessi, in altri, è sufficiente apprendere nuove competenze e abilità specifiche.

La via dell'autostima è un processo di trasformazione del proprio Sé.

Per attuarlo è necessario fortificare alcune abilità emotive fondamentali: 

  • Accettare se stessi significa accogliere le proprie imperfezioni con benevolenza. Solo attraverso una visione amorevole della propria natura ci si può aprire al riconoscimento del proprio valore. Accettando consapevolmente i nostri limiti, smettiamo di combattere inutilmente e quindi possiamo utilizzare l'energia, a nostra disposizione, in maniera più produttiva e soddisfacente.
  • Comprensione empatica dei propri e altrui sentimenti. Riconoscere la natura dei sentimenti umani permette una consapevolezza più ampia delle esperienze e delle relazioni. Questa abilità emotiva ci consente di uscire dalla rigidità interpretativa dei giudizi di valore e ci apre all'eperienza del perdono. Abbandonare il passato significa affermare il rispetto per se stessi nel presente, nella prospettiva di un futuro migliore.
  • Fiducia in se stessi e nel diritto individuale di avere successo nella vita. E' una condizione indispensabile per raggiungere delle prestazioni d'eccellenza; senza di essa la persona è carente della convinzione essenziale per accettare, lungo il percorso della vita, nuove e appaganti sfide.
  • Autoefficacia, è strettamente correlata al senso di fiducia, è l'espressione della forza della nostre convinzioni e della capacità di credere nella possibilità di realizzare noi stessi. Per garantirci la nostra espressione non basta sapere che abbiamo delle capacità, ma è necessario credere fermamente in esse.
  • Vivere nel presente permette di sottrarci alle esperienze condizionanti del passato. La completa attenzione all'esperienza presente è il migliore antidoto ai pensieri negativi e alle preoccupazioni sul futuro. Essere pienamente partecipi, placando la mente, ci predispone ad uno stato di calma e ci dona il potere di vivere ogni momento della vita, come se fosse la prima volta.

In conclusione, è possibile affermare che avere una buona autostima ci permette di essere più sicuri, più sani, più amabili e ci aiuta a rispondere, ogni giorno, adeguatamente, alle sfide e alle opportunità che la vita ci offre.

Quando la crisi apre la strada al cambiamento e alla trasformazione - "Dalle nostre convinzioni nascono le nostre azioni dalle nostre azioni si formano le nostre abitudini, dalle nostre abitudini deriva il nostro carattere, sul nostro carattere costruiamo il nostro destino". J.P. Singleton

La parola crisi deriva dal termine greco Krísis, il cui significato letterale è separazione, scelta, giudizio. Tali contenuti ci permettono di cogliere, in prima battuta, i principali passaggi cruciali di ogni crisi esistenziale, quali: il senso di separazione dal proprio Sé più profondo, la necessità di riflettere e scegliere la strada migliore per ritrovare il perduto contatto con la pace interiore e la serenità.

Ogni passaggio della nostra vita, a partire dal nostro concepimento è attraversato da inevitabili cambiamenti che riguardano aspetti biologici, psicologici, relazionali, contestuali, e da più o meno profondi momenti di crisi, caratterizzati sempre dalla rottura di un equilibrio precedente e da un adattamento ad una nuova realtà. 

Per rispondere adeguatamente al cambiamento in ogni fase della vita, ad ognuno di noi è richiesto di mettere in campo le risorse personali in modo da fronteggiare al meglio, situazioni o condizioni che la nostra mente emozionale può percepire come pericolose o fonte di disagio. Quando ci troviamo di fronte a questa emergenza si attivano in noi due forze psichiche contrapposte: una tendente al rinnovamento, alla sfida, l’altra alla stasi e alla difesa. La prima è tesa all’espressione delle potenzialità personali, naturalmente, accoglie il cambiamento come parte integrante della vita. La seconda, condizionata dalle esperienze dolorose e negative che sono entrate a far parte del personale bagaglio esperenziale, è dominata dalla paura ed è diretta alla difesa, è tesa alla staticità e a permanere nel "territorio del già conosciuto e sperimentato". Ogni qualvolta nella nostra vita vince la resistenza al cambiamento e alla trasformazione diventiamo, inevitabilmente, vittime della rigidità, del conflitto e della resa. 

Erroneamente si è portati a credere che la crescita ed il cambiamento siano aspetti caratteristici dell’infanzia e dell’adolescenza; in realtà permeano tutta la nostra esistenza, come la Scienza ci mostra, ogni più piccola parte dell’Universo conosciuto è in continua trasformazione. 

Giorno per giorno, le nostre azioni vengono determinate dal nostro atteggiamento mentale, dal nostro stile di vita, dai nostri valori, dai significati che attribuiamo all’esistenza. Gli ideali positivi, i valori umani, ed il forte desiderio di realizzare progetti e le mete a cui teniamo, sono spinte indispensabili per fronteggiare le sfide che si presentano sul nostro cammino, in quanto, ci esortano a superare il conflitto, la paura, per ritrovare "oltre la crisi" una nuova e più adeguata forma di adattamento e gratificazione. Talvolta, quando le avversità esterne sono più grandi di noi, o così le avvertiamo, possiamo perdere la fiducia nella vita ed in noi stessi e cadere nel buio dell’angoscia e della depressione. Quando questo accade, le nostre debolezze ed i nostri dubbi possono prendere il sopravvento non permettendoci di attingere alle nostre energie interiori e a quel potenziale che giace sopito nel profondo di ogni essere umano, anche nei momenti di vita più dolorosi e difficili. 

Se è la paura a governare la crisi, l’espressione personale è destinata a essere sempre più limitata e fragile, sia nella quantità delle esperienze (contatti, relazioni, scelte, obiettivi) che nella qualità (il registro emozionale tende a essere centrato sul negativo e le emozioni positive diventano solo un ricordo). Talvolta la crisi, per essere superata, richiede alla personalità profonde trasformazioni, ed in tal caso può risultare oltremodo difficile cogliere il messaggio che porta con sé. Eppure, più che mai, in queste circostanze estreme è necessario trovare il "senso" dell’accaduto ed aprire il proprio mondo interno ad un rapporto costruttivo con l’esterno e con gli altri. Proprio nei momenti di maggiore sofferenza, se i rapporti umani sono orientati dalla fiducia e dalla compassione, possono nascere, nella condivisione profonda, relazione intense e fidate amicizie.

Come gli eroi e le eroine presenti in tutte le leggende del mondo, ciascuno di noi è chiamato al confronto con le proprie parti buie, dove impera il nostro ego (l’ombra di C.G. Jung) e solo dopo averle incontrate e vinte, abbiamo modo di accedere al segreto della nostra prosperità, di cui ognuno è custode. Quando il rapporto con noi stessi è reale espressione dell’incontro con la nostra natura più intima, ne consegue una naturale sintonia con i ritmi della vita, sia nelle fasi di staticità e tranquillità che di trasformazione e mutamento.

L’ideogramma cinese che indica il cambiamento è composto da due segni, uno rappresenta il pericolo, l’altro l’opportunità. Questa visione armonica della realtà ci può aiutare ad andare verso il cambiamento con un atteggiamento fiducioso e cosciente, al fine di utilizzare al meglio le nostre energie, dirigendole verso le mete a cui aspiriamo. La conoscenza e l’amore per se stessi permettono un buon uso delle risorse personali ed un’accettazione dei limiti e delle fragilità proprie ed altrui. 

Chi riesce a dominare la paura utilizzando consapevolezza e volontà, può riuscire a costruire la propria esistenza su basi antitetiche a quelle dello stress, del pessimismo, della frustrazione, come quelle basate sull’equilibrio degli opposti, dell’armonia interiore, con il mondo esterno e con la vita.

Psicologia del benessere Il ballo di coppia: uno spazio ludico per l'espressione creativa del Sé - "Il corpo è lo spazio espressivo che esce dai limiti spazio-temporali per andare verso la totalità". M. Merleau Ponty

Sin dagli esordi dell'umanità, una delle forme di comunicazione che l'essere umano ha utilizzato per esprimersi ed elevarsi spiritualmente è stata quella della danza. Le danze rituali sono presenti in tutti i gruppi sociali ed in tutte le epoche storiche; il loro ruolo si rivela, a seconda del contesto e del gruppo, nel suo carattere propiziatorio, religioso, evocativo ed, al tempo stesso, è canale espressivo di colui o colei che interpreta tali codici o istanze individuali e collettive.

Lo strumento della danza è il corpo, il medium evocatore è la musica. C.G. Jung ha evidenziato come l'uomo sia sempre ricorso a Danze Rituali nel tentativo di evocare, risvegliare e richiamare alla memoria quegli stati più profondi dell'anima che la luce della ragione e la forza di volontà non potrebbero altrimenti raggiungere.

Nel rito, due sono i processi creativi che lo sostanziano: quello sociale, consolidato attraverso il recupero delle radici del gruppo di appartenenza e quello individuale, espresso nella qualità della presenza e nel modo soggettivo in cui la forma rituale viene eseguita.

La rappresentazione simbolica di sentimenti collettivi ed individuali, attraverso danze e ritmi, è espressione di un antico codice simbolico che favorisce, in chi ne fa esperienza, una maggiore autonomia, stabilità, creatività e consapevolezza, sia a livello fisico che psichico.

Lo psicologo Neil Todd ha verificato che l'uomo è stimolato a muoversi ritmicamente dalle sue stesse reazioni fisiologiche. Infatti l'intensità del suono superiore a 70 decibel inganna i sensi umani inducendo la risposta dei riflessi involontari che, stimolati, prendono forma ed espressione nel ballo. Questa intensità di suono determina infatti, nel nostro organo vestibolare, le stesse sensazioni indotte dal muoversi e, di conseguenza, si attivano i riflessi muscolari che consentono al corpo di rimanere in equilibrio e di percepire internamente il desiderio di movimento.

In ogni tipo di danza, individuale, di coppia o di gruppo, le diverse qualità del movimento, i diversi ritmi e modi di utilizzare lo spazio, incidono sullo stato di coscienza e sull'esperienza interiore. L'attenzione di chi danza è ricettiva ed è focalizzata attraverso il corpo sul qui ed ora: è un'esperienza creativa in cui si guida il corpo e, nel contempo, ci si lascia guidare da esso. L'assenza di parole favorisce uno stato di coscienza in cui si vive il livello sottocorticale, un livello molto vicino all'inconscio, dove il controllo razionale si affievolisce.

Il nostro tempo sembra aver dimenticato questa naturale modalità espressiva dell'uomo; pur vivendo oggi in una cultura che ha superato molti tabù e restrizioni, la nostra espressione vitale è sempre più condizionata da bisogni materiali e di autoaffermazione, imponendoci un controllo sempre più rigido sul corpo e sui suoi bisogni. All'opposto, la ricerca dello s-ballo, del rumore, della dis-armonia che aggrega, pur dando una illusoria sensazione di forza, è, in realtà, una fuga alienata da se stessi e da una dimensione di vita vissuta come non appagante.

L'immagine del corpo prevale sull'essere corpo: c'è sempre meno tempo e spazio per il "corpo sentito". Molto spesso, le maschere sociali inibiscono l'espressione corporea, se non è finalizzata a un "dover essere o apparire". Il timore del giudizio, conseguentemente, si traduce nelle emozioni negative, di vergogna, imbarazzo e inadeguatezza.

Il movimento espressivo è un proiettarsi all'esterno, è un uscire fuori da Sé per incontrare costruttivamente l'Altro.

R. Laban definisce questa forza centrifuga Flow, che intende come quel flusso ottimale e armonioso di energia che consente il fluire del movimento in tutti i distretti corporei. Talvolta, quando è presente in noi una conflittualità tra bisogni del cuore e della ragione, vi possono essere parti del corpo che vengono escluse dal movimento per un blocco di energia. Ciò accade, a livello delle articolazioni, a causa di una muscolatura eccessivamente contratta che impedisce il fluire dell'energia stessa dal centro verso la periferia.

Il corpo, attraverso il movimento e la sua libera espansione, ritrova se stesso e la propria energia: è la spinta creativa che permette ad ogni individuo di sciogliere i blocchi psicofisici, attraverso il superamento dei limiti personali; simbolicamente, ci apriamo a nuovi spazi di crescita. E' necessario ricontattare dimensioni ricreative e percorsi espressivi, per tornare ad abitare il nostro corpo.

Un'esperienza vicina ed accessibile ad ognuno di noi è, senza dubbio, quella del ballo di coppia. Sintonizzarci con le emozioni dell'altro, attraverso la musica ed il linguaggio del corpo, ci permette di aprire un dialogo emozionale silenzioso con noi stessi e con il nostro partner, fatto di complicità, relazione gestuale, sguardi, emozioni, sensazioni.

Nella danza di coppia, il maschile ed il femminile si armonizzano nell'espressione dei reciproci ruoli e possono accedere al mondo dell'Altro attraverso lo spazio/tempo musicale. E' possibile recuperare, in questa dimensione (tra l'immaginario ed il reale), la spinta spensierata e ludica del proprio bambino interiore. Dice W. Winnicott: "solo mentre gioca, l'adulto è libero di essere creativo e di utilizzare la totalità del suo essere".

Il ballo è la rappresentazione rituale del corteggiamento romantico e giocoso. In esso, le emozioni e la carica seduttiva sono incanalate ed orientate dalle regole e dalle forme tecniche di ogni danza. Gli archetipi del maschile e femminile, così distanti nel nostro vivere quotidiano, si rivitalizzano e si esprimono nella dimensione del ballo, permettendoci di sperimentare la sincronia tra colui che guida e colei che accoglie; dove chiusura e rigidità lasciano il posto alla ricettività e alla plasticità.

Relativamente alla dimensione seduttiva, una recente ricerca di William Brown della Rutgers University, a New Brunswick (Usa), pubblicata sulla rivista "Nature", ha reso noto che il corpo dell'uomo abile nel ballo ha un forte potere seduttivo sulla donna, tale da considerarsi una variabile significativa nella selezione sessuale, ovvero, nella gara ingaggiata da individui di sesso maschile per conquistare la femmina, e questo al di là della bellezza fisica del soggetto in questione.

L'intelligenza del corpo, in entrambi i sessi, è una abilità che a livello psicologico si correla favorevolmente con l'autostima e l'autoaffermazione, stimolando il potenziamento espressivo di qualità e caratteristiche (forza/dolcezza, coraggio/passionalità...) proprie di ciascun genere.

La musica è parte integrante della danza ed è essa stessa processo creativo: è una forma di comunicazione globale che suggerisce a coloro che ascoltano di lasciarsi andare, attivando, tra i partners danzanti, un interscambio continuo tra linguaggio emozionale e corpo.

Il ritmo musicale è l'elemento più antico e primitivo della vita dell'uomo, in quanto, sin dall'esperienza fetale, attraverso la sintonizzazione con i ritmi del respiro e del cuore e del ritmo circardiano della madre, la nuova vita costruisce empaticamente il proprio ritmo e la propria espressione soggettiva.

Quest'antica memoria, presente in ognuno di noi, può spiegare perché il ritmo si sente nel ventre, la parte più istintuale dell'uomo, ove hanno sede le pulsioni, le emozioni profonde, le paure, gli impulsi. Il ritmo è evocatore e scenario delle molteplici forme universali dell'espressione umana; ricordiamo il ritmo incalzante dei tamburi (che incrementa il tono adrenalinico) per inneggiare i guerrieri ed i soldati all'attacco del nemico o, al suo opposto, l'evocazione dei ritmi caldi e rassicuranti delle ninne nanne di tutte le tradizioni popolari, per favorire il sonno e la tranquillità nel bambino.

Oggi, conosciamo gli effetti della musica sul nostro cervello, sappiamo che le musiche dai ritmi euforizzanti attivano nel nostro Sistema Nervoso Centrale Autonomo l'azione del Sistema Simpatico, che presiede alle risposte cerebrali di vigilanza e reattività agli stimoli (attacco e fuga), mentre i ritmi e le musiche lente e dolci stimolano il Sistema Parasimpatico, che è invece correlato alle risposte di riposo, sonno, rilassamento, di riparazione organica e gestione dello stress.

In particolare, una componente percussiva medio/bassa nella musica da ballo, ha un effetto armonizzante sul cervello, in quanto stimola contemporaneamente diverse aree cerebrali: quelle della coordinazione motoria, delle aree sensoriali (visiva, uditiva, cenestesica), dei centri che presiedono alla memoria e alle emozioni (sistema limbico e ipotalamico), con la conseguente produzione di endorfine (le molecole del buon umore).

Da un punto di vista strettamente psicofisiologico, la complessa stimolazione neurologica propria del ballo di coppia, data dalla miscela di stimoli, fisici, emotivi, cognitivi ed affettivi, favorisce nel tempo il rinnovamento delle cellule nervose del cervello attivandone, ad ogni età, anche nell'anziano, la sua risposta autorigeneratrice (neuroplasticità). L'attività motoria del ballo, inoltre, impegnando l'intero organismo in uno sforzo intenso, ottimizza la risposta dell'apparato cardiocircolatorio, contribuisce a stimolare il tono muscolare e a migliorare l'equilibrio (per questo può essere considerato uno sport completo), favorisce la motilità articolare e contribuisce positivamente al mantenimento della densità ossea, contrastando l'osteoporosi, soprattutto nel periodo della menopausa.

Per l'adulto, le motivazioni che spingono ad avvicinarsi al ballo sono spesso caratterizzate da un bisogno di evasione, dalla solitudine o dalla necessità di ritrovare un "nuovo spazio" per se stessi e per la coppia: questi, o altri bisogni, possono aprire le porte, in ogni momento della vita, ad un fertile incontro esplorativo con nuove parti di Sé e del mondo esterno.

Nel ballo, attraverso un gioioso confronto con gli altri, ci possiamo permettere di... fluire armoniosamente nella danza della vita!

Olimpia Degni Psicologa e Psicoterapueta - Consulente Lidap

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