VIDEOINTERVISTE
Interventi dei professionisti sulle tematiche trattate
Dott.ssa Marina Balbo – Psicologa, psicoterapeuta, ricercatrice, scrittrice, formatrice
Psicoterapeuta in Asti e Torino con particolare attenzione alle problematiche dei disturbi del comportamento alimentare e disturbo da attacchi di Panico. Trainer nei corsi di formazione sull’EMDR. Trainer ufficiale accreditata dall’EMDR EUROPE E DALL’ISTITUTO DI FRANCINE SHAPIRO USA. Socia fondatrice, Past Vice Presidente Associazione per l’EMDR in Italia. Docente e Didatta Scuola Quadriennale di Psicoterapia AIAMC (Associazione Italiana Terapia Cognitivo-Comportamentale) e docente in vari corsi di specializzazione e master in psicologia clinica e disturbi del comportamento alimentare. Autrice di varie pubblicazioni in riviste scientifiche internazionali e dei seguenti libri:
• EMDR: Uno strumento di dialogo tra le Psicoterapie, McGrow – Hill Edizioni (2006)
• EMDR e disturbi dell’alimentazione. Tra passato, presente e futuro, Giunti Psychometrics, 2015
• Cibo amico, cibo nemico: Un interminabile conflitto EMDR: la soluzione possibile, Mimesis Edizioni, 2019
• La cura dei ricordi: Cambiare pagina con il metodo EMDR (Mondadori 2025).
Sostenere il caregiver (moglie/marito, compagno/a, fratello, sorella ecc.) di un familiare in età adulta con disturbo d’ansia e da attacchi di panico
L’attacco di panico è un momento difficile da superare poiché per il cervello è difficile elaborare l’evento e superare la paura della paura che esso stesso produce. Solitamente è preceduto da altrettanti momenti di stress che possono partire già dalle esperienze infantili dell’individuo, che se non sono state, elaborate dal cervello, creano disagio e contribuiscono ad aumentare lo stress e l’ansia.
È importante pertanto elaborare queste esperienze con la finalità di liberare le connessioni della nostra memoria che sono ancora contaminate dallo stress che l’individuo porta con sé; di solito infatti, è proprio l’ultimo evento vissuto in modo stressante a scatenare il sintomo del panico. Quello che viene a crearsi è come “una somma di stress che non trova via d’uscita”.
La prima persona a cui il soggetto chiede aiuto è sicuramente il caregiver, tutto questo è normale perché la figura di attaccamento che continua nella vita dopo la nostra infanzia è il partner, un caro amico o un genitore.
Il supporto al caregiver è pertanto fondamentale. Ma vediamo quali sono le cose importanti che la figura di aiuto deve conoscere.
Nel trattamento degli attacchi di panico con agorafobia, la figura del caregiver può rappresentare una risorsa fondamentale oppure, se non adeguatamente coinvolta, un potenziale fattore di mantenimento del disturbo come vedremo più avanti.
Come sappiamo, il caregiver è spesso colui che assiste il paziente nei momenti di crisi, lo accompagna nei luoghi percepiti come pericolosi, o si fa carico delle attività che il paziente evita. Questa presenza, sebbene motivata da empatia e amore, talvolta rischia di rafforzare i meccanismi di evitamento, mantenendo così la sintomatologia.
Per questo motivo, in un percorso terapeutico efficace, è fondamentale coinvolgere il caregiver in un’ottica psicoeducativa e relazionale e informarlo sul funzionamento degli attacchi di panico, sull’agorafobia e sul ruolo dell’ansia anticipatoria per consentire di trasformare la sua presenza da “facilitatore dell’evitamento” a “facilitatore del cambiamento”. Il caregiver può imparare a sostenere l’esposizione graduale, a regolare le proprie reazioni, a offrire rassicurazioni calibrate e a rafforzare l’autonomia del paziente.
Nei percorsi con EMDR, il caregiver può essere coinvolto per comprendere meglio le origini traumatiche del disturbo, sostenere il paziente tra le sedute e co-costruire un ambiente relazionale più sicuro e contenitivo.
Pertanto ritengo necessario sottolineare quanto sia importante che egli conosca il disturbo di cui soffre il suo congiunto ovvero di quella che viene chiamata “psicoeducazione”. Spesso inizialmente i caregiver, anche per proteggersi, non credono all’intensità dei sintomi che il loro congiunto prova, specialmente nei momenti del primo attacco di panico. Spesso le frasi pronunciate dal caregiver sono “dai non preoccuparti, passa, sei tu che lo pensi”, invece è importante che anche chi sta vicino al paziente abbia una formazione, una psicoeducazione su cosa è il panico.
Una spiegazione scientifica significa partire da come il sistema nervoso, in questo caso simpatico, attraverso l’ipotalamo attiva una risposta di difesa ad uno stress estremo che il soggetto vive come perdita di controllo totale o sensazione di morire. Con la psicoterapia con EMDR, anche il mondo emotivo del caregiver può entrare in campo, perché spesso chi accompagna, porta con sé storie, paure, insicurezze che meritano ascolto. Solo così il legame può diventare risorsa vera: non solo per contenere, ma per permettere il cambiamento di guarigione.
In questo modo, quando il caregiver è ben integrato nel processo, diventa parte attiva della guarigione.
Infatti, nel momento in cui il paziente ha già elaborato una buona parte di esperienze traumatiche ed è stato preparato alle esposizioni, cioè a interrompere quel ciclo che viene chiamato “la paura della paura” paziente e terapeuta iniziano a stabilire degli obiettivi stabilire degli obiettivi, per affrontare le situazioni temute, governate prima dall’evitamento.
È in questa fase che il caregiver, sotto la guida del terapeuta può dare le giuste informazioni e contribuire al raggiungimento degli obiettivi stabiliti insieme.
Il ciclo della paura della paura porta a evitamenti, che non fanno altro che contribuire a rendere ancora più difficile il percorso e ad aggiungere spesso un tono di depressione. L’aiuto consiste nel cominciare insieme, caregiver e paziente, le situazioni temute e poi gradualmente, come si fa nelle prime forme di attaccamento, dire “io ti guardo e tu vai avanti, se hai bisogno ci sono”. Il caregiver deve rappresentare quella base sicura che per qualche motivo il paziente spesso non ha potuto avere nella sua infanzia.
Ecco perché, nel viaggio complesso del percorso terapeutico di chi vive attacchi di panico con agorafobia, la presenza di un caregiver può diventare un punto di ancoraggio prezioso. Spesso, come abbiamo visto, è la persona che accompagna, che rassicura, che si fa carico delle piccole e grandi sfide quotidiane: fare la spesa, salire su un autobus, affrontare una sala d’attesa. Con amore e pazienza, il caregiver cerca di proteggere chi soffre.
Ma c’è un confine sottile tra sostegno e involontaria complicità con il disturbo. Sappiamo che l’agorafobia si nutre dell’evitamento e ogni volta che il caregiver si sostituisce o “salva” il paziente da una situazione temuta può – senza volerlo – rinforzare quel circolo vizioso.
È per questo che nel trattamento diventa fondamentale coinvolgere il caregiver in modo consapevole. Renderlo partecipe, offrirgli strumenti per comprendere i meccanismi del panico, aiutarlo a sostenere senza sostituirsi. Quando questo accade, la relazione si trasforma: non più terreno di fragilità, ma spazio di crescita reciproca. Cercherò di spiegare meglio quello che potrebbe accadere nella relazione tra i due.
Nel trattamento degli attacchi di panico, soprattutto in presenza di agorafobia, possono emergere benefici secondari che influenzano sia il paziente sia il caregiver. Questi benefici, spesso non consapevoli, possono contribuire al mantenimento del disturbo, ostacolando il processo terapeutico.
Il caregiver pertanto deve essere consapevole degli effetti iatrogeni di un suo accudimento talvolta iperprotettivo e controllante che può ostacolare i processi di autonomia del proprio congiunto e mantenere pertanto i sintomi ansiosi.
Vorrei, per meglio far comprendere questa dinamica, proporre al lettore alcuni esempi che ho notato personalmente in alcuni miei pazienti. Un caregiver troppo presente può aumentare maggiore attenzione e accudimento. Il paziente inconsapevolmente comprende che può ricevere cure, attenzioni e protezione speciali che in altri contesti non riesce a ottenere. Questo può rendere difficile il distacco dal sintomo, perché diventa un canale per sentirsi visti e riconosciuti.
Oppure può sviluppare una dipendenza relazionale rassicurante: il legame con il caregiver può diventare un’àncora emotiva così forte da scoraggiare l’autonomia. Il sintomo, in questo caso, rinforza la vicinanza.
Nelle persone con poca autostima poi potrebbe attivarsi un evitamento delle responsabilità.
L’attacco di panico può giustificare l’evitamento di compiti quotidiani o scelte difficili (es. lavoro, viaggi, relazioni), diventando una “copertura” accettata socialmente.
Anche il caregiver potrebbe trarre un beneficio secondario, sentendosi indispensabile, valorizzato nel proprio ruolo di sostegno. Questo può rendere difficile il cambiamento della dinamica.
In terapia è fondamentale riconoscere questi aspetti senza giudizio, per favorire un’evoluzione più autentica, basata su bisogni emotivi espressi in modo più sano. Il lavoro congiunto paziente-caregiver può aiutare a trasformare la dipendenza in collaborazione e il sintomo in opportunità di crescita.
In conclusione vorrei riprendere quanto sia importante ricordare che le esperienze critiche, vissute durante il nostro percorso di vita, specie nell’infanzia, diventano, se non elaborate dal nostro cervello, esperienze traumatiche.
La sintomatologia che ne deriva non passa e non guarisce con il solo passare del tempo, ma si trasforma in patologia. Per questo abbiamo bisogno di curare i ricordi di queste esperienze con una psicoterapia che intervenga direttamente sul ricordo di quell’esperienza come l’EMDR. L’EMDR consente al paziente di rielaborare i ricordi disturbanti, riducendo l’attivazione emotiva e favorendo l’integrazione di una nuova visione di sé, più autonome e indipendente.
A questo proposito è stata stipulata una convenzione tra la LIDAP e l’associazione EMDR ITALIA, per aiutare chi conosce o ha conosciuto l’esperienza del panico a chiedere aiuto.
Si può contattare l’associazione per trovare un terapeuta formato in EMDR al quale rivolgersi per iniziare un percorso terapeutico a costo convenzionato e tornare a rivedere finalmente la “libertà”.
Bibliografia:
Balbo M., Cibo amico, cibo nemico. Un conflitto interminabile EMDR: La soluzione possibile. Mimesis-2019
Shapiro F., EMDR. Principi fondamentali, protocolli e procedure. Raffaello Cortina Editore. 2019
Balbo M., La cura dei ricordi. Mondadori 2025
Manning, D. J., Ridgeway, N., & Costantino, D. (2016). Fogli di lavoro per la terapia cognitivo-comportamentale. West Suffolk CBT service Ltd, p. 53.
McCracken L.M., Larkin K.T. (1991). Treatment of paruresis with in vivo desensitization: a case report. Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 22(1), 57-62.
Meichenbaum, D. (1977). “Cognitive-behavior modification: An integrative approach”, New York: Plenum Press.
Tematiche
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