VIDEOINTERVISTE
Interventi dei professionisti sulle tematiche trattate
Dr. Roberto Pozzetti psicologo, psicoterapeuta
Laureato in psicologia all’Università di Padova; specializzato in psicoterapia psicoanalitica all’istituto Freudiano di Roma; membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi, già referente provinciale dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia. È autore di quattro libri personali fra i quali “Senza confini. Considerazioni psicoanalitiche sulle crisi di panico” (Franco Angeli, Milano, 2007); “Bucare lo schermo. Psicoanalisi e oggetti digitali” (Alpes, Roma, 2021).
Sostenere il caregiver di un familiare, o della rete amicale, in aiuto a persona con agorafobia, fobia sociale, ansia da malattia (ipocondria)
L’agorafobia, letteralmente, in greco è la paura della piazza. È la paura di luoghi affollati, ma in particolar modo la paura di luoghi lontani da casa dai quali è difficile sottrarsi, in cui c’è una grande concentrazione di gente e ha sicuramente una certa affinità con la fobia sociale, dove la paura è proprio quella di stare in contesti sociali in cui vi sono molte persone.
Una persona cara può essere di grande aiuto perché chi ha problemi di agorafobia e fobia sociale tende spontaneamente a cercare delle figure di riferimento da cui essere accompagnato in luoghi che lo spaventano. Dunque attribuisce un ruolo prezioso alla persona cara da cui si sente supportato e sostenuto.
Il primo consiglio da dare a chi si trova in questo ruolo non facile di caregiver di un soggetto con agorafobia o fobia sociale è di rassicurare. È un consiglio semplice ma fondamentale, perché se la persona a cui ci si rivolge per cercare aiuto aumenta il livello di angoscia non è di aiuto. L’operazione da sconsigliare quindi è angosciare ulteriormente, non alimentare o confermare le paure della persona con agorafobia o ansia sociale.
Bisogna invece dire a chi sta soffrendo: “è un momento difficile, è un momento di sofferenza, però non stai morendo, non stai impazzendo, non stai perdendo il controllo”, perché le tre paure tipiche delle persone con questi disturbi sono la paura di impazzire, di morire, di perdere il controllo.
Dunque, il primo consiglio è non angosciare e rassicurare, il secondo è non colpevolizzare.
Chi si trova nel ruolo di caregiver ha un ruolo importante, acquisisce la consapevolezza di avere una rilevanza, di essere quasi indispensabile per la persona che sta male. Questo dà una grande responsabilità che non è sempre facile da gestire.
Il terzo consiglio è cercare di favorire l’autonomia, cioè evitare che la persona che si appoggia al caregiver diventi troppo dipendente da lui. La prima operazione è cercare di incrementare il numero di caregiver, ad esempio se un soggetto con problemi di agorafobia si fida soltanto di una persona e si sente di farsi accompagnare soltanto da questa persona, è importante gradualmente ampliare il numero di accompagnatori, perché questo riduce la dipendenza. Spesso una persona con agorafobia in terapia riesce ad andare alle sedute in studio soltanto se accompagnata da un famigliare, spesso dopo una precedente fase di sedute online preliminari all’inizio del percorso analitico vero e proprio, e quando comincia a farsi accompagnare anche dalla migliore amica o da un collega, significa che è avvenuto un grande cambiamento: questo paziente diventa più indipendente, più autonomo, ha maggiori margini di manovra che sono di grande rilevanza.
La seconda operazione è permettere di “sperimentarsi” anche da soli, una questione che già lo psicanalista inglese Winnicott aveva sottolineato, cioè incentivare progressivamente la persona con agorafobia o fobia sociale a stare in contesti collettivi in cui c’è molta gente, ad allontanarsi da casa, a spostarsi da soli.
Per fare questo è necessaria gradualità, si può cominciare trascorrendo qualche ora da soli in un contesto collettivo, con la disponibilità di avere il caregiver nelle vicinanze per un aiuto a tornare a casa. Queste due operazioni sono importanti: incrementare il numero di accompagnatori e favorire con gradualità l’indipendenza.
Un altro consiglio importante è quello di avere fiducia nella possibilità che la persona che sta soffrendo di agorafobia o di fobia sociale possa affrontare contesti collettivi, possa stare in luoghi affollati, possa separarsi, possa allontanarsi da casa, anche se sembra che non ci siano cambiamenti non bisogna rassegnarsi. Anche dopo tanto tempo, grazie a un gruppo di auto aiuto come quello della LIDAP, o dei percorsi di psicoterapia psicoanalitica, o grazie agli psicofarmaci, ci possono essere dei cambiamenti molto importanti: serve avere fiducia.
Nell’agorafobia c’è la paura di allontanarsi da casa, di stare in luoghi affollati, di poter stare male, una paura indefinita che concerne il corpo in un modo indefinito. Nell’ipocondria, invece, c’è la paura di avere una malattia molto importante a livello corporeo.
Bisogna precisare che è una paura immotivata, che porta ad esami medici irragionevoli troppo frequenti, mentre, invece, specialmente dopo una certa età, andare con una certa frequenza a fare degli accertamenti è assolutamente importante. Chi soffre di ipocondria lo fa in modo esagerato e anche dinanzi a rassicurazioni di medici e pronto soccorso alla persona ipocondriaca rimane il dubbio, l’incertezza sulle proprie condizioni di salute.
Se va dal medico di base, che non consiglia approfondimenti, vuole comunque andare da specialisti per fare ulteriori investigazioni sul proprio corpo.
Il ruolo del caregiver con persone ipocondriache non è semplice, perché si corre il rischio di commettere l’errore più grande: quello di minimizzare, screditare la paura ipocondriaca e colpevolizzare la persona ipocondriaca.
Bisogna comunque sostenerla, accompagnarla per alcuni esami, affiancarla cercando però di limitare questa tendenza forsennata a fare accertamenti e cercando di mettere in risalto dei dati che dimostrano che è poco probabile o per nulla probabile che questa persona abbia una malattia.
Come scriveva Freud, nell’ipocondria il soggetto ipocondriaco tende a rivolgere la libido su di sé e in particolar modo sugli organi del proprio corpo che crede siano malati. Dopo una serie di accertamenti che dimostrano che non vi è nessun problema a livello medico, l’obiettivo è riuscire a reinvestire la libido su degli interessi, su delle attività.
Il soggetto ipocondriaco non riesce a organizzare la libido, cioè il desiderio, nei confronti di oggetti d’amore, di oggetti affettivi, di persone che hanno un valore affettivo.
Il compito del caregiver, di chi accompagna e di chi aiuta, è cercare di reinstaurare una dimensione del desiderio, riabilitare la passione, l’interesse per attività artistiche, culturali, sportive, per legami di amicizia e d’amore.
Durante questo percorso anche il caregiver avverte un disagio con se stesso nella sua vita, perché dedicare tanto tempo, tante energie a un familiare, una persona cara con problemi di agorafobia, di fobia sociale o di ipocondria è faticoso, difficile e complicato. Ci sono alcuni che hanno un primo lavoro retribuito e poi svolgono una sorta di secondo lavoro, costante, di sostegno, di aiuto, di supporto, nel ruolo di caregiver a persone care. Per questo la prima cosa da fare è mettersi un limite, ritagliarsi degli spazi per i propri interessi, per le proprie attività, per un piacere o per un desiderio che sia altrove rispetto al ruolo di caregiver.
La seconda operazione è trovare qualcuno con cui parlare del proprio disagio, della difficoltà che si stanno avvertendo in quel momento per potersi confidare e chiedere consiglio.
Bibliografia:
Freud S. (1989) Inibizione, sintomo e angoscia in Opere, Volume 10 , Bollati Boringhieri, Torino
Winnicott D. W. (1965) La capacità di essere solo, Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, Roma
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