VIDEOINTERVISTE
Interventi dei professionisti sulle tematiche trattate
Dott.ssa Gilda Donato psicologa, psicoterapeuta
Terapeuta ad indirizzo Cognitivo-Comportamentale – EMDR – Schema Therapy. Psicologa e Psicoterapeuta con specializzazione in Psicoterapia Cognitiva e Cognitivo-Comportamentale, conseguita presso la scuola “Studi Cognitivi”, riconosciuta dal MIUR con decreto del 23 luglio 2001, ai sensi e per i fini dell’art. 3 della legge 56/89. Ha completato il I e II livello del training in EMDR CRSP sas, conseguendo i relativi attestati di Terapeuta Practitioner in EMDR riconosciuti a livello nazionale e internazionale dalla Società Italiana e dalla Società Internazionale di EMDR. E’ regolarmente iscritta all’Associazione EMDR Italia e abilitata all’uso clinico della tecnica. Il training è riconosciuto dal MIUR con decreto 2 agosto 2017, ai sensi della Legge Gelli n.24/2017. Ha inoltre frequentato il Training Internazionale in Schema Therapy, anch’esso riconosciuto dal MIUR con decreto 23 luglio 2001, integrando questo approccio basato sulla comprensione profonda degli schemi cognitivi e relazionali nel proprio lavoro clinico. È iscritta all’Albo degli Psicologi e Psicoterapeuti della Regione Emilia-Romagna. Svolge la sua attività clinica sia in ambito pubblico, presso il Servizio per le Dipendenze Patologiche (Ser. DP) del DAI-SMDP di Parma, sia in ambito privato, dove riceve presso il proprio studio, in presenza e online. Conduce gruppi clinici e gruppi DBT rivolti a persone con differenti forme di dipendenza e ai loro familiari. Si occupa inoltre attivamente di formazione, prevenzione e sensibilizzazione rivolte al mondo sanitario, scolastico, aziendale e del volontariato. È referente da diversi anni di progetti riabilitativi riconosciuti come “Montagnaterapia” e “Velaterapia”, finalizzati alla promozione del benessere attraverso esperienze terapeutiche in contesti naturali. Collabora inoltre con il Servizio “Unità di Strada” dell’AUSL di Parma, prendendo parte a progetti di “Riduzione del Danno” e “Prevenzione dei Rischi”, con attività formative e di aggancio sul territorio, nelle scuole, nei luoghi di aggregazione giovanile e nei contesti della vita notturna.
Sostenere il caregiver per evitargli disturbi d’ansia, a seguito del suo impegno di vita con persona con dipendenze
La dipendenza è una condizione complessa che può avere origini biologiche, emotive, ambientali e sociali e può manifestarsi a livello psicologico, fisico o comportamentale. Si tratta di un bisogno persistente, compulsivo e ricorrente verso una sostanza come l’alcol, le droghe, i farmaci oppure verso un comportamento come il gioco d’azzardo, il gaming, l’uso dei social network, la sessualità, le relazioni affettive o lo shopping compulsivo. Questo bisogno finisce per compromettere l’autonomia personale, il benessere e il funzionamento quotidiano della persona.
Chi vive una dipendenza spesso soffre profondamente, e con lui anche la sua famiglia. I familiari percepiscono che qualcosa non va, ma faticano a comprendere esattamente cosa stia accadendo. La persona dipendente, infatti, può riuscire a nascondere il problema per molto tempo, mentendo su dove va, cosa fa, come spende i soldi. Questo rende ancora più difficile riconoscere la presenza di una dipendenza. Per questo è fondamentale prestare attenzione ad alcuni segnali.
I primi possono riguardare il denaro: sparizioni di contanti da casa o dal conto bancario, richieste di prestiti, bollette o affitto non pagati, oggetti di valore che scompaiono.
Altri segnali sono emotivi: la persona si estranea, si isola dai familiari o dagli amici, appare ansiosa, distratta, alterna momenti di euforia immotivata a scatti di rabbia, oppure quando è in casa si mostra annoiata, irrequieta o depressa.
Anche i cambiamenti negli orari sono indicativi: ritardi frequenti al lavoro o a scuola, modifiche improvvise nella routine quotidiana.
E poi ci sono i segnali legati alla personalità: perdita o riduzione di interessi, abitudini stravolte o che cambiano, responsabilità personali, familiari o di lavoro trascurate, ruoli familiari come coniuge, genitore o partner abbandonati. Tutti questi indizi aiutano a capire che qualcosa non va, e che la dipendenza sta avendo ripercussioni anche sulla famiglia.
Spesso, i problemi legati alla dipendenza restano nascosti a lungo. Alcune famiglie riescono a superare la crisi e ne escono più forti di prima, altre invece si trovano di fronte a ostacoli insormontabili. I familiari possono provare vergogna, dolore, rabbia, senso di colpa, sfiducia. Possono persino sviluppare problemi fisici e psicologici, soprattutto se si concentrano esclusivamente sulla sofferenza della persona dipendente, dimenticando di prendersi cura di sé e dei propri bisogni.
In questi casi, è facile che il familiare entri in una condizione di “caregiver inconsapevole”. Il caregiver è colui che si prende cura di un familiare o di una persona in difficoltà, spesso in modo continuativo e non retribuito. Il termine deriva dall’inglese “to care” (prendersi cura) e “giver” (colui che dà): è chi si assume la responsabilità della vita quotidiana dell’altro, con un forte coinvolgimento emotivo.
Il caregiver offre supporto pratico nella gestione della vita quotidiana, emotivo e relazionale, collaborando con medici e servizi sanitari. Tuttavia, questo ruolo comporta dei rischi: il coinvolgimento emotivo può portare al burnout, allo stress cronico, al senso di impotenza, all’esaurimento nervoso. Il caregiver può vivere emozioni contrastanti e ambivalenti, può dimenticare i propri bisogni, trascurare la propria salute mentale e il suo benessere psicologico.
È quindi essenziale riconoscere i segnali di difficoltà e prendere consapevolezza del proprio ruolo di caregiver inconsapevole. Se ci si sente eccessivamente responsabili dal punto di vista emotivo e fisico, se si modifica la propria routine per controllare l’altro, se si vive costantemente con ansia, preoccupazione o senso di colpa, se si cerca di giustificare o mediare al posto della persona dipendente, è probabile che si stia vivendo una condizione di esaurimento emotivo. Spesso questa condizione può essere logorante, farci sentire invisibili con ripercussioni profonde sulla salute fisica e mentale, tanto da portare alla creazione di uno schema relazionale definito “co-dipendenza”, ossia la difficoltà di capire e percepire la differenza tra i nostri bisogni e quelli degli altri.
Riconoscere di essere un caregiver in difficoltà di una persona con dipendenza è già un passo importante. Da qui, si può iniziare un percorso di cura e consapevolezza, che passa attraverso alcune azioni fondamentali:
• Ridefinire i limiti del proprio ruolo: Accettare il proprio ruolo è il limite del proprio controllo, non si può guarire l’altro da soli, l’aiuto è importante ma non sostituisce l’intervento di un professionista.
• Informarsi sulla dipendenza: comprendere il problema aiuta a gestire emozioni come colpa, rabbia, confusione e impotenza.
• Riconoscere i propri bisogni e promuovere la cura reciproca: la propria salute mentale e fisica non deve essere messa in secondo piano.
• Porre confini chiari: imparare a dire di no senza sentirsi in colpa, proteggersi è un atto d’amore, non di egoismo. Prendersi cura in maniera sana e funzionale di qualcuno passa attraverso il prendersi cura di sé in maniera altrettanto sana e funzionale.
• Non coprire, giustificare o sostituirsi alla persona dipendente: questo non evita le conseguenze spiacevoli, ma anzi, rafforza la dipendenza.
Essere caregiver di una persona con dipendenza richiede sviluppare un equilibrio delicato tra empatia e fermezza. Prendersi cura di sé è essenziale per poter aiutare l’altro in modo sano. Si può imparare ad ascoltare senza giudicare, il giudizio allontana mentre l’empatia avvicina. si può incoraggiare la responsabilità della persona dipendente, senza sostituirsi a lei. E’ necessario mantenere un dialogo aperto, chiaro e coerente ma fermo, esprimendo il proprio disagio o preoccupazione in modo assertivo. E’ essenziale rivolgersi ai professionisti per imparare a tutelarsi emotivamente.
È altrettanto importante sapere cosa evitare di fare: non minimizzare o negare il problema, non aspettare che passi da solo perché questo lo rafforza, non coprire o giustificare, non pagare debiti al posto dell’altro, non fare il terapeuta, non cedere ai ricatti emotivi. Frasi come “se mi lasci, mi faccio del male” vanno prese sul serio, ma senza lasciarsi manipolare.
Non bisogna isolarsi: la vergogna e la solitudine peggiorano la situazione. È fondamentale chiedere aiuto, stabilire limiti chiari, imparare a gestire emozioni come rabbia, senso di colpa e impotenza, che sono emozioni naturali ma che possono diventare dannose se non riconosciute e canalizzate. Stabilire dei limiti proteggono sia il caregiver sia la persona malata: non sono rifiuti, ma confini sani. Si può, ad esempio, decidere di ascoltare ma non coprire le bugie, e comunicarlo con fermezza e calma.
Ripetere i propri limiti con coerenza, imparare strategie di regolazione emotiva per gestire la rabbia – accettandola, non negandola, scrivendola e parlandone è un passo importante. La rabbia nasce dalla frustrazione, dalla paura e dalla stanchezza e costituisce una spia che indica che qualcosa non va e che va cambiato. La salute mentale del caregiver è prioritaria, e il cambiamento richiede la volontà dell’altro e l’aiuto di professionisti.
Il senso di impotenza nasce quando si cerca di fare tutto, ma nulla sembra cambiare, bensì peggiorare. Sentirsi impotenti non significa fallire: è importante concentrarsi su ciò che si può fare, spostando l’attenzione da ciò che non si può controllare o cambiare a ciò che invece si può scegliere. Parlare con i servizi dedicati, porre limiti, prendersi cura di sé, trovare uno spazio di ascolto sono azioni concrete.
Essere caregiver non significa essere onnipotenti, terapeuti o salvatori. Significa riconoscere il proprio ruolo, i propri limiti, e creare uno spazio dedicato a sé stessi e a ciò che fa stare bene.
Chiedere aiuto è fondamentale. Esistono diversi servizi utili a cui potersi rivolgere, sia come caregiver che come persone con una dipendenza. Ci si può rivolgere in primis al Medico di Medicina Generale per farsi orientare verso Psicologi, Psichiatri, associazioni di auto mutuo aiuto o servizi territoriali preposti.
Tra questi ultimi, i SERDP (Servizi per le Dipendenze Patologiche), che offrono supporto sia alla persona dipendente che alla sua famiglia. Dopo un primo colloquio con l’equipe multidisciplinare, vengono proposti strumenti di valutazione specifici per le diverse forme di dipendenza e per i familiari/caregiver. Sono disponibili percorsi di terapia individuale e di gruppo, basati sia sulla Terapia Cognitivo-Comportamentale e sia sullo skill training del modello dialettico comportamentale (DBT).
Se il familiare presenta anche disturbi psichiatrici importanti ci si può rivolgere anche ai Centri di Salute Mentale presenti nel proprio territorio di riferimento. Inoltre ci si può rivolgere a uno Psicologo, uno Psicoterapeuta privatamente anche per sé stessi.
Altri servizi preziosi sono i centri di terapia familiare, che prendono in carico la persona e la sua famiglia attraverso un approccio multidisciplinare.
In tempi recenti si stanno diffondendo anche gli sportelli gaming, dedicati alle dipendenze da internet e nuove tecnologie. Questi offrono attività di prevenzione e consulenza rivolte a giovani, genitori, caregiver, insegnanti e amici che desiderano ricevere supporto o consigli pratici.
Esistono inoltre gruppi di auto-aiuto molto efficaci, come:
• Giocatori Anonimi e Gam-Anon (per i familiari)
• Alcolisti Anonimi e Al-Anon (per i familiari)
• ACAT, dove partecipano sia la persona dipendente che la sua famiglia, con l’idea che “il problema nasce in famiglia e in famiglia si cura”
• Narcotici Anonimi, che includono gruppi specifici anche per i caregiver Questi gruppi offrono uno spazio sicuro di condivisione, ascolto e sostegno reciproco, dove non ci si sente soli e si può iniziare un percorso di cambiamento.
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