VIDEOINTERVISTE
Interventi dei professionisti sulle tematiche trattate
Dott.ssa Maria Teresa Zini assistente sociale, psicoterapeuta familiare, formatrice
Ha lavorato per anni nel servizio pubblico come Assistente Sociale nei diversi ambiti: disabilità, consultori familiari. Ha insegnato “Psicodinamica delle relazioni Familiari” all’Università di Parma nel corso di laurea di Servizio Sociale. Dimessa dal servizio pubblico, ha iniziato la libera professione sia come psicoterapeuta familiare sia come formatrice per operatori sociosanitari in diverse regioni italiane. Da anni lavora come psicoterapeuta familiare in privato in presenza a Parma.
Strumenti relazionali a sostegno dei caregiver
Essere un caregiver è un atto di profonda umanità. Si tratta di una realtà molto complessa, spesso silenziosa, che viene gestita all’interno di un sistema familiare dove un componente del nucleo soffre di una grave forma di gestione dell’ansia.
L’ansia fa parte della vita, ma quando assume toni complessi non è semplice gestirla. Essere a fianco di un familiare che soffre di disturbi d’ansia è piuttosto arduo e non ci sono ricette e manuali in cui sia descritto come fare.
Molte volte la solitudine del caregiver assume grande importanza nella gestione della quotidianità che dovrà condividere con un componente della famiglia che soffre di questo disturbo, spesso anche per molto nel tempo!
I caregivers non sempre riescono a trovare uno spazio relazionale in cui condividere la fatica sia emotiva che fisica e ricevere un po’ di sollievo. L’ansia è una risposta naturale che il corpo attiva quando sente di essere minacciato. Quando è troppo invasiva aumenta i livelli di tensione, di preoccupazioni continue e se diventa persistente può interferire nella quotidianità delle persone presenti nella famiglia.
Il caregiver diventa di fatto un punto di riferimento molto importante, ma che spesso vive la frustrazione nel vedere, nonostante la sua presenza, che il familiare seguito non sempre reagisce agli stimoli offerti, come l’introdurre pensieri stimolanti per promuovere positivamente la relazione intrafamiliare.
Quando il caregiver comincia a chiedersi “sto facendo abbastanza per il mio familiare?” comunica alla sua famiglia una stanchezza che non è solo fisica ma emotiva e il senso di solitudine può alimentare un pericoloso scoramento. È importante sapere che il caregiver svolge il proprio impegno all’interno delle mura domestiche e che non è solo e isolato e soprattutto non è tenuto a “guarire il congiunto” che soffre di disturbi di ansia.
La famiglia è un sistema aperto e, come tale, “se c’è un cambiamento in una parte del sistema tutto il sistema ne è influenzato” (come afferma P. Watzlavick nel suo testo “La pragmatica della comunicazione umana” casa edi.t Astrolabio).
Il caregiver valuta il comportamento del proprio familiare sulla base della propria esperienza. Ma per il familiare uno stesso segnale ricevuto, può avere una risonanza molto diversa. Vanno quindi evitate frasi che minimizzino il sentire della persona che, trovandosi “dentro alla gabbia dell’ansia”, potrebbe sentirsi non compreso!
Al contrario, è importante offrire vicinanza e inviare segnali di fiducia!
L’ansia non sempre può essere vista come un dato oggettivo: per una persona che si rompe un dito può farlo vedere ed essere curato perché oggettivamente visibile, ma una persona che ha dentro di sé un intenso stato emotivo, spesso non è in grado di descrivere ciò che sente!
IUn altro aspetto fondamentale nel rapporto tra caregiver e il familiare è quello di costruire un ambiente rassicurante. È noto che le persone ansiose trovano sollievo nella prevedibilità. Infatti, se si trovano di fronte a cambiamenti repentini come non ritrovare, ad esempio, oggetti per loro rassicuranti, possono provare un attacco d’ansia!
Nell’ambito familiare le persone che soffrono del disturbo di ansia, hanno bisogno di mantenere una rassicurante routine ed è per questo che si suggerisce ai caregivers di evitare, dove possibile, bruschi cambiamenti nella routine quotidiana compreso il tono vocale usato.
Durante una crisi del congiunto il caregiver dovrà mantenere un comportamento calmo, consapevole che quel comportamento è una risposta all’ansia. Ma se l’ansia del congiunto influenza anche il caregiver, può produrre un effetto amplificante e si possono inviare messaggi che negano ciò che viene detto con le parole. La comunicazione non verbale è più potente di quella verbale, perché il corpo “è un grande chiacchierone” e il comportamento comunica come ci si sente davvero!
L’attività di cura consiste in un vero e proprio lavoro: il familiare/cargive che si occupa della propria famiglia è impegnato in una relazione di cura non solo fisica, cura che spesso scatena diversi tipi di emozioni comprese l’idea di impotenza e di incapacità.
Il caregiver si prende cura della persona che sta soffrendo, si occupa dell’igiene personale, della somministrazione delle cure mediche, della gestione dei sintomi e dei comportamenti problematici, però a volte con reazioni brusche poiché lo stress muove anche emozioni di altro livello. Cosa si può fare…
Il caregiver può adottare alcune strategie come l’ascolto attivo e l’empatia (“io sento come ti senti”) e modalità che facilitano la costruzione di una relazione di fiducia.
Non vanno dette frasi come “Non ci pensare, non è niente”, frasi che vengono spontanee ma sul familiare possono avere un effetto non di stimolo bensì di fastidio o di colpa. Una strategia più tecnica è il “grounding” (l’avere i piedi per terra): ad esempio invitare il familiare a concentrarsi sul proprio respiro quando aumenta il suo livello di ansia, chiedergli di notare cinque cose che vede per distrarre la mente, impegnando così la sua attenzione verso un’altra attività, senza forzarlo.
È importante ad esempio, incoraggiare l’autonomia del familiare, proporre cose che sia in grado di fare, come suggerire di uscire per 10 minuti, fare una passeggiata senza pressioni, valorizzando con enfasi e con emotività positiva ogni piccolo passo.
Un altro impegno del caregiver è di anticipare le richieste della persona ansiosa ad esempio, offrirsi di accompagnarlo se deve andare a fare una visita!
È importante per il caregiver non colludere con la sofferenza e l’ansia del proprio congiunto: in un sistema familiare dove l’ansia occupa un posto preminente, la stanchezza del caregiver è un segnale che va accolto. Se però il caregiver dovesse ricononoscersi una persistente “pesantezza” fisica ed emotiva (impotenza, delusione, bisognoso di creare uno spazio tra sé e il congiunto), sarebbe bene allora chiedere aiuto per se stesso rivolgendosi a strutture adeguate ma comunque al di fuori del cerchio famigliare cui appartiene.
Questo pensiero vuole esprimere la volontà di salvaguardare la salute fisica e mentale del caregiver nella prospettiva che, con rafforzata energia, possa portare avanti la sua missione di aiuto!
Bibliografia:
Occhini L. e Rossi G (2019) Da familiare a caregiver, Franco Angeli Pesaresi F. (2021) Il manuale del caregiver familiare, Maggioli Editore
Watzlawiick P. (1978) La pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio Ubaldini
Tematiche
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