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Interventi dei professionisti sulle tematiche trattate

Dr. Lorenzo Flori psicologo, psicoterapeuta, supervisore EMDR

Iscritto all’Ordine degli Psicologi delle Marche. Specializzato in Psicoterapia Integrata presso l’ASPIC, ha conseguito un Master in Gestalt Counseling, un perfezionamento in Criminologia Clinica e un Master in Psicoterapia Evolutiva. Ha inoltre completato un percorso quadriennale in Psicoterapia Cognitiva Postrazionalista presso la Scuola Bolognese di Psicoterapia Cognitiva (SBPC). È supervisore EMDR accreditato e docente in contesti formativi clinici. Integra nella sua pratica i modelli costruttivisti, evoluzionisti e metacognitivi. Svolge attività clinica a Pesaro e Fano, con particolare attenzione a disturbi d’ansia, attacchi di panico, trauma relazionale e difficoltà familiari. Si occupa anche di supervisione clinica e sviluppo di strumenti terapeutici integrati. Ha partecipato a numerosi seminari nazionali e internazionali sul trauma, l’attaccamento e la psicoterapia EMDR.


Sostenere il caregiver, figlio o nipote, o altro, di un familiare anziano con disturbo d’ansia e attacchi di panico

Diventare una figura di riferimento per un genitore, uno zio, una nonna o un nonno che attraversa un momento critico della vita, segnato dalla presenza costante dell’ansia o da attacchi di panico, è un’esperienza tanto diffusa quanto silenziosa. Un cammino che spesso si percorre senza sapere di starlo facendo, quasi come se ci si ritrovasse, da un giorno all’altro, immersi in una relazione di cura fatta di piccoli gesti quotidiani, inizialmente dettati dall’affetto, dal senso del dovere, o semplicemente da una profonda dedizione familiare. Accade più frequentemente di quanto si pensi. Davanti alla fragilità crescente dell’altro, davanti ai suoi silenzi, alla sua confusione o ai suoi bisogni crescenti, ci si mette a disposizione con naturalezza. Si offre tempo, pazienza, presenza. Lo si fa perché sembra giusto farlo, perché ci si sente chiamati, quasi obbligati, a non voltare le spalle.

Tuttavia, quando questa dinamica di aiuto si struttura in modo implicito e non viene riconosciuta, condivisa o sostenuta, rischia di trasformarsi in un peso invisibile ma molto reale. Un peso che porta un nome ancora poco nominato nel linguaggio comune: caregiver inconsapevole. Eppure, l’ansia non è un disturbo che sparisce con l’età. Non si attenua necessariamente con la vecchiaia. Anzi, spesso si intensifica. Le perdite, le malattie croniche, il timore della morte, la solitudine, i cambiamenti nel corpo e nel mondo circostante diventano tutti fattori che possono alimentare stati ansiosi anche profondi, accompagnati da sintomi come agitazione, tensione costante, crisi di pianto o richieste ripetute di rassicurazione. In questo scenario, chi sta accanto a una persona anziana che vive tutto questo può essere trascinato in un ruolo di supporto emotivo e pratico senza rendersene conto, fino a diventare parte integrante del problema, pur animato dalle migliori intenzioni.

Spesso il processo è graduale, quasi impercettibile. Si inizia con una semplice richiesta: “Mi accompagni a fare la spesa?” oppure “Puoi venire con me dal medico?” o ancora “Puoi fermarti un po’? Questa notte ho avuto una crisi d’ansia e mi sento fragile”. A ogni richiesta si risponde “sì”, con spontaneità. Ma giorno dopo giorno, quella presenza si consolida e smette di essere una libera scelta, trasformandosi in una responsabilità fissa, un obbligo silenzioso. Le attività personali si comprimono, il tempo libero si restringe, la vita lavorativa o relazionale subisce modifiche. E intanto, la persona ansiosa si affida sempre più, alimentando una relazione di dipendenza che può diventare molto faticosa da sostenere.

Negli ultimi anni, questa realtà si è ulteriormente complicata da un elemento che merita particolare attenzione: la crescente età dei caregiver stessi. Sempre più spesso ci si trova di fronte a situazioni in cui il caregiver è anch’egli un anziano. Persone di 70 o 80 anni che si prendono cura di genitori ultraottantenni o ultranovantenni. In questi casi, al senso di responsabilità si aggiungono i limiti fisici, i propri bisogni emotivi, e spesso anche il desiderio, non sempre espresso, di vivere con pienezza e leggerezza quel tempo che resta.

Questo duplice carico, fatto di obblighi verso l’altro e fragilità proprie, espone a un rischio ancora maggiore di isolamento, affaticamento cronico e deterioramento della qualità della vita. È fondamentale, perciò, che anche queste situazioni vengano riconosciute, nominate e sostenute attraverso strategie mirate e strumenti pensati appositamente per i caregiver in età avanzata. Il paradosso più evidente, e anche il più doloroso, è che aiutare, pur essendo un gesto nobile e carico di valore umano, può diventare una trappola.

Quando ci si sostituisce all’altro, anche nei piccoli compiti della vita quotidiana, si finisce per trasmettere, anche senza volerlo, un messaggio implicito: “Tu non ce la fai, io devo farlo al posto tuo”. E se da un lato questo messaggio può rassicurare momentaneamente l’anziano, perché fa sentire protetti e accolti, dall’altro lato apre la strada a una dipendenza che si autoalimenta. Più si interviene, più si toglie spazio all’autonomia residua dell’altro. Più l’altro sente di non poter fare da sé, più il caregiver si sente obbligato a esserci, e a farlo costantemente. Fino a sperimentare dentro di sé emozioni complesse e ambivalenti: colpa, frustrazione, impotenza, senso di inadeguatezza, stanchezza profonda. 

È allora che diventa chiaro che un aiuto efficace non è quello che risponde sempre e comunque. È quello che sostiene senza sostituirsi, che accompagna senza annullarsi, che conosce i propri confini e li mantiene con affetto e rispetto reciproco. Saper dire “oggi no”, saper chiedere supporto, sapersi fermare non significa abbandonare. Significa proteggere la relazione, rendendola più sana, più sostenibile, più autentica. Essere un caregiver inconsapevole significa fare moltissimo, senza avere strumenti adeguati per leggere ciò che si sta vivendo. Ma non è un segno di debolezza riconoscere che tutto questo è faticoso. È un atto di consapevolezza e, in fondo, anche di amore. Perché chi si prende cura, ha bisogno a sua volta di cure. Chi accompagna, ha bisogno di essere accompagnato. E chi protegge, ha bisogno di essere visto.

Spesso, le persone anziane riescono a comprendere meglio di quanto si pensi, se accompagnate con rispetto e chiarezza, che anche il loro figlio, la nipote, il fratello, la sorella, hanno diritto a uno spazio, a un tempo, a un bisogno. È importante non fare tutto da soli. È necessario chiedere aiuto. Questo può voler dire coinvolgere un altro familiare, attivare un servizio pubblico o privato, rivolgersi a un volontario. Delegare è un gesto di intelligenza, non una rinuncia. E ridistribuire il carico non è un tradimento, ma una forma di protezione. Anche attività semplici come una passeggiata, una telefonata con un amico, la lettura di un libro, un pomeriggio di silenzio possono ricaricare le energie e restituire presenza più autentica e centrata. Un caregiver che si prende cura di sé è un caregiver più capace di esserci davvero.

A questi strumenti di protezione personale si possono aggiungere altri alleati fondamentali. Uno fra tutti: i gruppi di auto mutuo aiuto. In questi spazi, persone che vivono situazioni simili si incontrano, si raccontano, si riconoscono. L’esperienza condivisa diventa una bussola. Sapere di non essere soli cambia la percezione del proprio ruolo. Ascoltare l’altro mentre racconta esattamente ciò che stai vivendo tu, senza giudizio, spezza l’isolamento e ridà dignità alla fatica. Nei gruppi si costruisce uno scambio autentico, si trovano nuove parole per dire il dolore, la stanchezza, la paura. Spesso è proprio lì che si comincia, finalmente, a respirare.

A questi percorsi si può affiancare, nei momenti più delicati, anche il supporto della psicoterapia. Un percorso psicologico può aiutare a regolare le emozioni, riorganizzare i ruoli, ristabilire un senso di equilibrio. In particolare, l’approccio EMDR si rivela molto efficace nei casi in cui siano presenti traumi relazionali, eventi stressanti accumulati nel tempo, o emozioni forti come la colpa o il senso di impotenza che non si riesce a superare. Attraverso questo tipo di intervento è possibile trasformare quelle emozioni in consapevolezza, forza, lucidità. Essere caregiver di una persona anziana con ansia e panico è un compito difficile. Espone a emozioni intense, a volte ingestibili: tristezza, impotenza, rabbia trattenuta, frustrazione, senso di dovere. E spesso tutto questo viene vissuto in solitudine. Oggi, per fortuna, non si è più soli.

Esistono strumenti, risorse, luoghi e persone capaci di accogliere, sostenere e accompagnare chi vive questa esperienza spesso silenziosa. Ci sono nuovi modi per riconoscersi in questo ruolo, per chiedere aiuto senza sentirsi sbagliati, per tornare a respirare dopo aver trattenuto il fiato per troppo tempo. Parlare di ciò che si vive non significa essere deboli, anzi: significa aprire uno spazio di libertà, restituire dignità alla propria fatica e forza alla propria voce. Chiedere supporto non toglie valore alla dedizione e all’amore che si offre ogni giorno, ma li rafforza, perché permette di continuare a esserci con maggiore presenza e lucidità. E allora, davvero, grazie. Grazie per tutto ciò che fai, anche quando nessuno se ne accorge, anche quando non lo racconti, anche quando sei stanco. Grazie per la tua presenza silenziosa, per la cura che offri, per la resilienza quotidiana. E soprattutto, grazie per ogni gesto, anche piccolo, con cui provi a prenderti cura anche di te stesso, perché è da lì che nasce la possibilità di continuare ad esserci in modo autentico e umano.


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